EDITORIA

di Domenico Agasso

L'incredibile parabola del Cottolengo, «città della speranza».

IL SANTO DELLA PROVVIDENZA

Nel cuore della vecchia Torino a due passi dalla cittadella di Don Bosco, nasce la «Piccola Casa della Divina Provvidenza », un miracolo di carità a favore degli ultimi. Un libro ne racconta le origini e gli sviluppi.

Giuseppe Benedetto Cottolengo` era nato nel 1786 a Bra, cittadina a una cinquantina di chilometri da Torino sulla via per Savona, in una famiglia con discreto benessere. Il padre era esattore delle imposte. Primogenito di dodici (sei morirono di pochi mesi o pochi giorni) fu anche il primo a entrare nello stato ecclesiastico. Lo seguirono i fratelli Luigi, poi sacerdote e insegnante a Chieri, e Ignazio, che si fece domenicano col nome di Alberto e fu parroco a Genova, in Santa Maria di Castello. Il quarto fratello, Agostino, si dedicò invece alla pittura. E le due sorelle vissero sempre in casa senza sposarsi. Ordinato sacerdote nel 1811, il Cottolengo fu per un po' di tempo viceparroco a Corneliano d'Alba, e intanto si laureava in teologia. Pensava di fare il parroco e si iscrisse a uno dei concorsi indetti dalla diocesi, ma non riuscì a vincerlo. Però, grazie alla laurea in teologia, fu chiamato a Torino, dove si era fatto libero un posto di canonico della SS. Trinità nella metropolitana. Cominciò così la vita in comune con altri sacerdoti nella chiesa torinese del Corpus Domini in una zona popolare, vicino al mercato delle verdure. Buon prete attento ai suoi doveri, non aveva però troncato con la famiglia a Bra. Anzi. Era in rapporti abbastanza stretti, e al padre dava del «lei» secondo gli usi del tempo. Non erano rari i suoi interventi in questioni di denaro, con suggerimenti piuttosto oculati sul modo di amministrarlo con profitto. Era anche richiesto qua e là come predicatore. Ma aveva un'oratoria un po' all'antica per il suo tempo, con troppi ornamenti e «grazie»; l'equivalente ecclesiastico del codino di Vittorio Emanuele I. Glielo dissero, e lui cambiò prontamente, passando all'esposizione discorsiva e tranquilla. Così sembrava destinato a lasciare buona memoria di oratore cordiale, di confessore preparato e benevolo, e assai popolare tra la gente del mercato. Passando tra i banchi, riceveva piccoli regali: un frutto, un po' di verdura, un'acciuga.

UNA CARROZZA DA MILANO

Aveva ormai 41 anni quando per lui venne improvvisa la svolta. La domenica 2 settembre 1827 arriva in carrozza da Milano, diretta a Lione, una donna gravemente malata: Giovanna Maria Gonnet, col marito e con tre figli di cui il maggiore ha sette anni. Poiché è incinta, la portano - ormai in condizioni tragiche - all'ospizio di maternità, che la respinge perché è anche malata di tubercolosi. Al tubercolosario, poi, non la vogliono perché incinta; e anche straniera. Questi sono i regolamenti e le «competenze». Torino, all'epoca, ha ospedali specializzati per molte malattie, ma tutti con pochi posti; di qui le occhiute distinzioni nell'ammettere gli infermi, di qui anche le cacciate a ripetizione; come quelle che mandano Maria Gonnet su un giaciglio del « Deposito » per infermi raccattati nelle strade. E qui la donna muore. L'ha assistita fino all'ultimo proprio il canonico Cottolengo, che da quel momento diviene un altro prete. Di fronte alla crudeltà opaca delle "strutture" fondate sui regolamenti, decide di dar vita a un-antistruttura" fondata sulla persona: ossia un centro di assistenza aperto a tutti. Come spiegherà poi: un'opera per «soccorrere alcune di quelle persone che a norma dei regolamenti e delle leggi non possono essere accolte nei venerandi ospedali cittadini o perché mancanti di residenza o perché dimesse dagli stessi ospe- dali, in quanto affette da malattie croniche e incurabili, e che per le più svariate vicende rischiano di perire miseramente abbandonate». Il 17 gennaio 1828 aveva già organizzato in embrione la sua opera: alcune stanze, alcuni letti, due ammalati, in una casa vicina al municipio di Torino, detta della Volta Rossa. Il 17 gennaio era ed è la festa liturgica di sant'Antonio abate; e ancora oggi alla Piccola Casa in questo giorno si canta il Te Deum in segno di ringraziamento. II Cottolengo, infatti, ha sempre considerato grazia celeste quell'idea che gli venne, di accogliere tutti i rifiutati.

FA TUTTO LA DIVINA PROVVIDENZA

Nel grande fabbricato (proprietà dei principi di Masserano) si fecero liberi altri locali, che il Cottolengo prese subito in affitto. E venne a disporre in tutto di nove stanze al secondo e terzo piano, attrezzate con letti nuovi. Nel rione si parlava della novità, nei negozi, al mercato, e presto le stanze ebbero un loro arredamento sia pure eterogeneo, con una provvista iniziale di biancheria. La gente capiva e aiutava. Anche i canonici del Corpus Domini sostenevano con buone offerte quella che pareva una bella opera parrocchiale. Meno soddisfatti erano gli altri inquilini del casamento, disturbati e impauriti dalla vicinanza dei malati. Anche il fratello domenicano del Cottolengo cominciava a impensierirsi: bella l'idea, ma forse si stava mettendo troppa carne al fuoco; meglio non ingrandirsi troppo, fermarsi in tempo. Giuseppe Cottolengo cercò di rassicurare il fratello, con argomenti che dovettero invece preoccuparlo: erano una sorta di parabola del pio ottimismo, anche un po' infantile. Diceva in sostanza il canonico: è verissimo che non bisogna esagerare, ma io non progetto nulla, non c'entro; qui fa tutto la Divina Provvidenza, che certo io non posso ammonire o frenare: devo solamente assecondarla. Forse queste parole scatenarono il panico nel domenicano: ma erano l'esposizione succinta e precisa di quello che veramente sarebbe stato il suo programma, fino alla morte. In complesso, il "Deposito" della Volta Rossa diede ospitalità via via a non meno di duecento invalidi e infermi. Tutti irregolari che non avevano altro luogo dove andare. Gli altri ospedali e ricoveri li avevano respinti. Poco tempo dopo venne respinto lui, Giuseppe Cottolengo. Fu nell'animato 1831. L'anno della grande paura per il colera. L'epidemia si era manifestata nei domini asburgici fino al litorale adriatico: quasi un preannuncio di quella che sarebbe esplosa alcuni anni dopo, violentissima. Come sempre, ci fu panico dappertutto; i governi bloccavano le frontiere, isolavano le zone infette con i cordoni sanitari, e anche nei luoghi ancora immuni cercavano di eliminare i possibili centri di contagio. A Torino gli inquilini della Volta Rossa chiedevano già da tempo l'espulsione dei malati del canonico Cottolengo. Ora, le nuove proteste sommate alla paura provocarono l'ordine governativo: chiudere. I1 4 ottobre 1831 non c'era più un infermo in quelle stanze. Tutto finito.

TRASFERIMENTO A VALDOCCO

Ma rimaneva lui, col gruppuscolo combattivo. La signora Marianna Nasi, vedova di un commerciante, organizzatrice delle prime volontarie dette allora "dame di carità". Il fornaio Tommaso Rolando, figura autorevole della "Confraternita degli Ar-_ tisti" (artigiani), che dedicava all'opera tutto il tempo libero. C'era il dottor Lorenzo Granetti: già medico dei poveri in Torino a spese dell'Istituto San Paolo, poi ufficiale della sanità militare e sempre medico gratuito per gli ospiti del canonico. Infine rimanevano i malati: il cuore dell'opera. Dalla Volta Rossa erano stati trasferiti a gruppetti in varie case, e l'assistenza continuava, aspettando la sede nuova che il canonico avrebbe sicuramente trovato. Torino allora stava progredendo dai 75.000 abitanti dell'anno 1800 ai 130.000 di metà secolo; c'era abbondanza di siti buoni e si incoraggiava la costruzione. Lui però stava alla larga dalle aree più promettenti. I prezzi non potevano essere alla sua portata, e forse temeva per il futuro: altri vicini schizzinosi e ignoranti, altri rischi di cacciata. Andò a cercare fuori città, in una zona umida e superdepressa che non attirava nessuno: le basse quasi disabitate che si raggiungevano per una strada in discesa verso il cimitero di San Pietro in Vincoli, e che si chiamavano Valdocco. Non riuscì difficile al canonico affittare lì, nella primavera del 1832, un fabbricato con piccola stalla, una tettoia e un fienile. Riadattato, l'insieme poteva accogliere quattro letti, e il 27 aprile 1832 arrivarono i primi malati. Di qui, poi, si sarebbe sviluppato tutto con affitti e compere, donazioni, ampliamenti, fabbricati nuovi.

LA SUA ULTIMA PREDICA

Verso la fine del 1841 scoppiò nella Piccola Casa una violenta epidemia di tifo petecchiale, con molte vittime tra i ricoverati, le suore e soprattutto i preti: ne morirono sei su otto. Quando si ammalò anche il canonico Cottolengo, la cosa fu subito preoccupante in quell'organismo già tanto usato, ben più logoro dei suoi 56 anni. Lo indebolivano poi i postumi di un'aggressione subita alcuni anni prima: mandanti, certi organizzatori della prostituzione, che egli combatteva offrendo casa e lavoro alle donne sfruttate: ne aveva riportato ferite al torace, mai rimarginate del tutto. Diagnosticato il male, non poteva più illudersi, e volle congedarsi da tutte le sue istituzioni, una per una. Visite brevi, un addio anche elegante, con tutti i suoi contenuti spirituali ed esortativi. Solo il giovedì 21 aprile 1842 verine un segno penoso di cedimento alla malattia. Toriuo stava festeggiando il matrimonio del duca di Savoia (futuro Vittorio Emanuele II) con l'arciduchessa Maria Adelaide di Asburgo, alla quale Giuseppe Verdi aveva allora dedicato una nuova opera, il Nabucco. In piazza San Carlo c'erano le ultime prove (lei carosello in costume fissato per I' indomani. li 21 aprile è anche lesta di sant'Ansehno d'Aosta, arcivescovo di Canterbury e dottore della Chiesa: il canonico Cottoleugo volle celebrare la messa e predicare. Era la sua ultima predica e non riuscì a concluderla: raccontando la vita del santo, a un tratto si smarrì; cercava le parole, ma gli veniva sempre la stessa frasetta, ripetuta decine di volte. Dovettero portarlo a braccia giù dal pulpito. Allora, decise. Un'ultima occhiata alla cassa e l'invio di acconti ad alcuni creditori. Disposizioni per la biancheria da mandare a famiglie povere. Infine, nello stesso giorno, il viaggio in carrozza verso Chieri, una quindicina di chilometri da Torino. Fu accolto nella casa del fratello Luigi, anch'egli canonico. E morì ospite di lui, il 30 aprile 1842. Giuseppe Cottolengo non lasciò precisi regolamenti, come sappiamo, ma soltanto ricordi e consuetudini. Come quella dei dite Te Deum annuali di ringraziamento; uno, quello cantato dappertutto ogni 31 dicembre; l'altro, specifico della Piccola Casa, da cantarsi il 17 gennaio, festa di sant'Antonio abate e anniversario del primo ricovero, quello della Volta Rossa.