DOSSIER MISSIONARIO

a cura di Margherita dal Lago

OLTRE LA SOGLIA DEL SILENZIO

VIETNAM. La «quinta tigre dell'Asia» sta trottando verso la libertà? Il silenzio è ormai rotto. E anche la presenza salesiana respira un'altra aria.

A Tanl Ha, poco più di un villaggio a 17 km dalla capitale, c'è la casa che le figlie di Maria Ausiliatrice avevano anche prima del '75. È qui che il rosario di "Ave Maria" non ha mai smesso di essere pronunciato durante i durissimi anni delle confische. Guardo la Madonna del cortile: quella che i militari han- no battezzato "La signora". È stata lei, dicono, a impedire l'irruzione ogni volta che volevano entrare.

UN PO' DI STORIA

Mi faccio raccontare da suor Maddalena la storia di questi anni: ha sempre dell'incredibile quello che filtra oltre il sorriso discreto di questa donna, che ha tenuto unite le suore per quasi vent'anni, mentre il Vietnam era isolato dal resto del mondo. Poco più di 50 anni, con il suo abito-tunica secondo il costume delle donne vietnamite, sembra più giovane. Il sorriso le disegna l'anima sul volto. Ha l'intraprendenza delle donne coraggiose. «Sono 33 anni che le FMA sono in Vietnam e noi sappiamo cosa sono i miracoli. Dal 1975 in poi, fino a quando, nel 1989, si sono fatte alcune aperture al mondo, sentivamo solo il suono della nostra voce. Le lettere dovevano fare giri tortuosi prima di uscire e prima di giungere fin qui. Io ho fatto quello che potevo e quello che il Signore suggeriva sul momento. Nel giro di un giorno abbiamo aperto una casa e ci siamo suddivise in tre piccole comunità, in modo da non dare nell'occhio. Così riuscivamo a vederci, a continuare la nostra formazione ad avere qualche contatto con le giovani. C'era sempre la paura dell'irruzione dei militari: era proibito ogni assembramento, in qualsiasi istante potevano domandarti il documento di identità. La prospettiva era solo l'internamento.l primi anni, soprattutto, non avevamo alcuna attività educativa, solo i campi e le fabbriche. Le nostre piccole stanze, qui, sono diventate di volta in volta camere, cappella, rifugio, luogo di incontro. La scuola grande era stata occupata dai militari. Era importante avere "case piccole". Quello che tu vedi è già un altro Vietnam. Da quando è stato tolto l'embargo americano Ho Chi Minh (l'antica Saigon) è diventata il centro commerciale di tutta la nazione. Le attività commerciali si sono moltiplicate. Gli investimenti esteri sono stati numerosi. Tu vedi già le strade tracciate di nuovo, con criteri moderni, vedi i palazzi al posto delle vecchie case malandate. I vietnamiti sanno lottare e hanno dimostrato di saper vincere. Credo che oggi in tutti noi, con significati molto diversi, ci sia una gran voglia di costruire la speranza, che significa benessere, ma che è anche ritrovamento di radici antiche».

I TARLI NASCOSTI

«Disoccupazione, violenza, prostituzione». Così sintetizza suor Maddalena i pericoli più grossi del nuovo Vietnam. «Quasi il 48% della popolazione vive ancora in condizioni di povertà estrema. Dietro le mura dei comodissimi alberghi a cinque e a quattro stelle, dietro le fabbriche con l'ultimo ritrovato tecnologico importato dal Giappone, ci sono le catapecchie dei poveri a cui nessuno pensa. Ci sono intere famiglie che vivono in una stanza di due metri per quattro. Sono loro le vere vittime del fallito programma. Sono lavoratori con le mani vuote, senza denaro, senza specializzazioni, senza istruzione. Saranno piccoli venditori ambulanti per tutta la vita, oppure saranno i braccianti pendolari, condannati a fare i conti con la concorrenza. È per questo che cresce il fenomeno dei ragazzi di strada. A Ho Chi Minh, alla fine del 1993 si calcolava che 15.000 ragazzi sotto i 16 anni erano costretti a rubacchiare per le strade o nei mercati. Può sembrare un numero piccolo. Ma è un fenomeno nuovo. Fenomeno delle periferie violente che hanno bisogno di noi. Un'altra ricerca condotta sempre nella città di Ho Chi Minh conferma che in sei mesi 562 giovani hanno commesso reati anche gravi. In genere si tratta di ragazzi con una scarsa scolarizzazione, spesso analfabeti. La terza piaga è la prostituzione e questa tocca in maniera più forte noi come donne impegnate nell'educazione. Solo nella capitale si calcolano dalle 80 mila alle 100 mila prostitute, ma i dati sono piuttosto in difetto che in eccesso. Molte di queste ragazze sono appena adolescenti, indotte a prostituirsi con l'inganno di un facile guadagno. Anche in questo caso il 70 per cento ha un livello di istruzione medio-bassa. Si aggiunge un 17% che è del tutto analfabeta. Adesso che è possibile un minimo di attività sociale, noi dobbiamo pensare a questi che sono i nuovi poveri ».

PIÙ ECONOMIA, PIÙ CULTURA

Tutti parlano del Moi Doi, cioè del nuovo corso economico. Mi spiegano che non si tratta solo di economia, ma che la gente collabora con grande vitalità anche nella realizzazione di un nuovo impegno culturale e religioso. «Cosa c'è di realmente diverso?», domando. «Tu puoi vedere: le scuole sono state in gran parte riparate, altre sono state costruite nuove», prosegue suor Maddalena, con il tono sommesso di chi sa cos'è stato l'isolamento. «Adesso ci sono libri, biblioteche. Le università funzionano e si sono moltiplicati i centri per lo studio di lingue estere. È evidente che nelle zone rurali il problema è diverso, più difficile da risolvere, più complesso. Ma in genere il livello culturale si sta alzando. Tu adesso puoi avere qualche strumento di comunicazione. Puoi ricevere la posta. Puoi telefonare. Hai visto le catene di alberghi. La rete turistica è ormai al primo posto nel processo di sviluppo... ».


CAMBOGIA: IL FILO ROSSO CON LA TERRA DEI KHMER

A Phnom Penh siamo partite alla grande: i corsi professionali e la casa di accoglienza sono finalmente pronti. E un gruppo di giovani collabora all'attività educativa.

II 4 ottobre 1994 la piccola comunità di Phom Penh è sveglia presto. « Fra tre giorni arriveranno le ragazze interne. E sarà l'avvio di un anno scolastico in piena regola», dice suor Maria Lakana, thailandese. «Qui funzionano i corsi professionali con qualifiche femminili. Dopo aver passato i primi tempi a studiare puntigliosamente la lingua khmer ora ci siamo lanciate in un'impresa che per noi ha un significato enorme. Abbiamo già stampato il primo libro di testo per accompagnare lo studio del corso di confezione e ricamo ». « Siamo una comunità internazionale, una filippina, due colombiane, una thailandese e una indiana, e abbiamo competenze diverse. Questo ci aiuta a completarci molto. Si può mettere insieme il pronto soccorso con la scuola. In questo momento stiamo preparandoci gli strumenti per insegnare inglese, etica, disegno... Per la parte linguistica c'è la piena collaborazione di alcune insegnanti cambogiane, che ci hanno sostenute nel duro tirocinio di imparare a balbettare "buon giorno"». «La difficoltà più grande», confida la filippina suor Maria Elena, «è proprio la lingua. Bisogna conoscerla per comprendere il modo di pensare e di vivere».

WELCOME HOPE.

Le prime tre suore sono arrivate in Cambogia l'8 dicembre 1992: un giorno caro alla tradizione salesiana perché ricorda che don Bosco, nel 1841, ha incontrato il primo ragazzo, Bartolomeo Garelli, dando inizio al primo Oratorio. I salesiani erano entrati in Cambogia solo un anno prima; avevano già avviato un centro professionale e superato l'impatto linguistico. Suor Maria Elena ha cominciato a insegnare inglese (è la lingua commerciale più richiesta) e così, senza avere un'opera propria, le suore sono state catapultate nella realtà giovanile, mentre studiavano accanitamente la lingua khmer. Ora il giardinetto di casa è diventato un grande cortile. A fianco dell'abitazione delle suore è sorta la scuola e più in là sono stati ricavati i locali per una "welcome house", la casa dove la speranza è benvenuta. Girando per Phnom Pen si vedono ancora vive le ferite della guerra. Ma il peggio è dentro la casa: famiglie che contano i morti e i mutilati. Sono soprattutto le donne a portare il peso di questa ricostruzione perché sono sopravvissute allo sterminio in numero maggiore.

RICOMINCIARE DALLE RAGAZZE.

Il regime di Poi Pot ha seminato terrore. Quando entri in una delle scuole-museo, con i muri tappezzati di foto si pensa subito che Auswichtz sia arrivato fin qui e che la barbarie non ha tempo né spazio. Qui ricostruire vuoi dire ricominciare. E la scelta delle suore è quella di ricominciare dalle ragazze. Una casa per ragazze studenti è necessaria. Sono ragazze incontrate sulla strada, in gran parte, arrivate a Phnom Pen da villaggi poverissimi che puoi vedere appena oltre il fiume. In città queste ragazze battono i marciapiedi e basta. Raramente possono trovare lavoro perché mancano di una cultura sufficiente. «Con noi riescono a lavorare, a studiare e a imparare quel piccolo patrimonio di cose che possono servire per educare i figli», dice suor Teresita. «Vorremmo assicurare, nei limiti delle nostre forze, una formazione completa». E al centro professionale hanno la possibilità, ormai, di frequentare i corsi di dattilografia e computer, di apprendere la tecnica del cucito industriale che permette di trovare lavoro, di avere nozioni di inglese, matematica, igiene, etica...