LA NOSTRA STORIA
di Francesco Motto
Furono almeno 4.000 i ragazzi ebrei che hanno evitato l'Olocausto grazie all'ospitalità dei religiosi romani.
Quasi la trama di un film. La ricostruzione della storia vera di un gruppo di ragazzi ebrei che trovò rifugio al Pio XI di Roma.
È stato detto - e con ragione - che ogni ebreo salvatosi dopo la tragica Judenaktion del 16 ottobre 1943 deve la vita ad un italiano. Chi non sa della grande retata effettuata quel sabato mattino dai nazisti in Roma, che si concluse con il trasfe- rimento ad Auschwitz di più di 1000 ebrei, fra cui donne incinte, anziani invalidi e oltre 200 bambi- ni? Alla caccia scatenata dai tede- schi si aggiunse poi quella del go- verno fascista. L'ebreo, qualunque ebreo, uomo, donna, giovane, bam- bino era passibile di arresto imme- diato: in strada, a casa, al lavoro, a scuola, nei ricorrenti controlli dei documenti di identità. La popolazione romana, rispon- dendo, per così dire, all'imperativo dei tempi, si prodigò in loro favore. In prima fila all'opera di solidarietà si posero conventi, istituti religiosi, parrocchie, luoghi extraterritoriali, il Vaticano stesso.
UNA LISTA DI 70 NOMI I salesiani di Roma fecero la loro parte, come risulta dall'ultimo nu- mero di Ricerche Storiche Salesiane (Las-Roma). Il complesso scolastico Pio XI di Piazza Maria Ausiliatrice (scuola elementare, media, tecnicoprofessionale) ha accolto ventun fanciulli ebrei dai 7 agli 11 anni, altrettanti ragazzi dai 12 ai 14 anni, quindici adolescenti dai 15 ai 18 anni, nove giovani dai 19 ai 22 anni, quattro adulti. Complessivamente settanta ebrei, un numero pari a quello trucidato alle Fosse Ardeatine. Documenti riemersi dagli archivi lo attestano; testimonianze dirette degli iscritti sulla Salesians' List lo confermano. Dall'ottobre 1943 all'aprile 1944 al Pio XI vi fu un andirivieni di ebrei: chi arrivò all'indomani della terribile retata, chi un mese dopo, chi due, tre o più mesi dopo. Qualcuno entrò in marzo o aprile 1944, dopo la cattura e deportazione dei genitori. Fra loro ci fu chi restò al Pio una settimana, chi un mese, chi due, chi nove, chi... anche dopo l'arrivo degli alleati: ebrei di Roma, ebrei italiani non romani, ebrei stranieri... giunti alla capitale in cerca di anonimato. Anticoli, Di Castro, Di Porto, Funaro, Sonnino, Terracina i loro co- gnomi... nessuna perplessità sulla loro ascendenza. Quanto poi ai nomi: Samuele, Abramo, Salomone... E dietro ogni nome la faccetta di un ragazzo aiutato a scampare ai gelidi vagoni ferroviari, alle ore di fame e di orrore, prima delle camere a gas. Faccette vispe di ragazzi del tempo, che oggi sono quelle di stimati professionisti, validi artisti, intraprendenti commercianti, tutti ricolmi di affetto e gratitudine per Don Bosco e i salesiani.
LA VITA IN ISTITUTO La loro vita al Pio XI si svolse all'insegna dell'ordinamento usuale dell'istituto, senza alcuna particolarità rispetto agli altri. Frequentavano la scuola e i laboratori come tutti e pregavano in cappella perfettamente allineati con gli altri. Non rischiarono così di essere identificati come ebrei per non conoscere le preghiere del "buon cristiano". Qualcuno dopo 50 anni mi canticchia ancora il Giù dai Colli o La squilla di sera. Fernando Sonnino accompagnava la moglie Olimpia e la figlia - ospiti presso le figlie di Maria Ausiliatrice della "villa" accanto - in parrocchia alla via crucis quaresimale; Vitaliano Trevi, tredicenne, volentieri seguiva il parroco per la benedizione pasquale delle case; il presepio delle suore venne preparato dagli stessi "ospiti" ebrei; tutti frequentavano con interesse le lezioni di religione; qualcuno addirittura col 10 e lode e si meritò l'iscrizione all'albo d'onore. Anche a tavola non vi era alcuna distinzione di menù. Forse qualche ebreo dei più grandi inizialmente rinunciò alla carne di maiale, per altro imbandita, piuttosto raramente, coi tempi che correvano. Bollini o non bollini, tessere annonarie o meno, nessuno al Pio XI pari la fame e ciò è particolarmente degno di nota, considerato che la città languiva e i tedeschi non si curavano molto di rifornirla di viveri. Se la quantità era sufficiente, a lasciar desiderare era forse la qualità: troppo spesso nella minestra vagavano pochi cannolicchi e molte cicerchie; le castagne non erano sempre delle migliori; le rape, il sanguinaccio, il pane nero, impastato magari con un po' di segatura, non erano rari; e così il caffè... alla barbabietola. La notte gli allievi, ebrei e non, riposavano nelle due ampie camerate. Uno di loro, Renato Di Castro, ricorda di aver consolato una volta il fratellino Aldo, che non riusciva ad addormentarsi per l'abbaiare dei cani nelle campagne vicine. Lionello Pajalich a sua volta non può dimenticare la gioia che provò la sera del 4 giugno allorché l'assistente di camerata si accostò al suo letto e gli disse: «Domani arrivano gli americani. Sarete liberi». La sveglia al mattino, oltre che dal suono della campanella, era assicurata anche dall'acqua fredda delle due fontanelle del cortile, l'unica acqua corrente rimasta dopo il terribile bombardamento sul Tuscolano del 13 agosto 1943. I tempi di studio e di laboratorio erano intervallati da momenti di gioco sotto i portici e soprattutto nel cortile, preso d'assalto quotidianamente da oltre duecento ragazzi. Tutti assieme, anche gli ebrei, i quali si riconoscevano e si frequentavano solo se si erano conosciuti prima di essere accolti in istituto. Prova ne è che oggi suscita loro immenso stupore lo scoprire che gli attuali loro amici e colleghi sono stati loro compagni al Pio XI cinquant'anni fa. Rompevano il ritmo monotono delle giornate di scuola le feste e le solennità, caratterizzate da passeggiate, da qualche raro spettacolo cinematografico e da molti intrattenimenti teatrali, offerti da ben tre filodrammatiche: quella dei giovani interni, quella dei giovani dell'oratorio e quella dei "Padri di famiglia" della parrocchia. Bombardamenti a parte, qualche pericolo, come è ovvio, si corse al Pio XI. Di un rischio di imminente perquisizione mi accennano i due fratelli Tagliacozzo, i quali ben due volte in maggio si allontanarono dall'Istituto per qualche notte. Ma il rischio maggiore lo correvano gli adulti e i giovani-adulti, per i quali si dovettero approntare rifugi di emergenza nell'intercapedine fra la volta e il tetto del tempio di Maria Ausiliatrice. E varie volte vi si rifugiarono, visto che al mattino l'assistente trovava il loro letto vuoto. Una telefonata o un biglietto li aveva preavvertiti. La simpatia di molti romani verso Don Bosco e la segreta solidarietà della polizia e della questura della città avevano fatto la loro parte.
UN'OASI DI PACE In una città dove i sadismi specializzati continuarono per tutti i nove mesi di occupazione, il Pio XI, a poco più di due chilometri dalle sale di tortura di via Tasso, costituì un'oasi di relativa pace. Non si è lontani dal vero se si afferma che lo stuolo di ragazzi ebrei ospitati al Pio XI non provarono nulla, o quasi, delle terribili disavventure vissute da altri correligionari, sovente genitori, fratelli e sorelle: nessuna orrida notte di paura, nessun giorno di fuga disperata, nessun repentino cambio di indirizzo e di identità, mai fame vera e propria. E sia singolarmente che come comunità gli ebrei lo riconobbero anche in cerimonie ufficiali.
Nonostante la «caccia all'uomo» - spietata al punto da poter dire che ogni ebreo dovette la sua salvezza ad un italiano -, migliaia poterono sfuggire alla cattura. Lo storico Renzo De Felice ne calcola circa 4000, di cui alcune centinaia ospitati in locali appartenenti a chiese e istituti per pochi giorni, in attesa di più sicura sistemazione, e oltre 3500 rifugiati per molti mesi presso istituti religiosi femminili, case e ospizi religiosi maschili, parrocchie.
Padre Roberto Leiber, in un documentato articolo de «La Civiltà Cattolica», precisa che in Roma furono cento le case di suore di ogni nazione, anche tedesche, che dettero rifugio agli ebrei. li numero dei rifugiati oscillò da 1 a 187, cifra massima raggiunta dalle suore di Nostra Signora di Sion. Invece 45 furono le case religiose maschili, cui vanno aggiunte 10 parrocchie, per un totale di 400 rifugiati. Complessivamente le case femminili dettero ospitalità a 2775 persone; quelle maschili, con le parrocchie, a 992 persone, cui però andrebbero sommate sia altre 700 che si fermarono solo pochi giorni, sia l'imprecisato numero di quelli nascosti in edifici extraterritoriali o di proprietà della S. Sede, e perfino in Vaticano.
Secondo De Felice, in totale i deportati dal 1943 al 1945 furono in tutta Italia 7495. Di essi solo 610 riuscirono a tornare dall'inferno dei Lager: 6885 vi trovarono la morte, cui si devono aggiungere 75 (77 secondo altri) delle Fosse Ardeatine e tanti altri assassinati nel corso dei rastrellamenti o per mera bestialità.