DALLE MISSIONI

di Piero Gavioli missionario a Lubumbashi

KABEDI NON È UNA STREGA

Kabedi, Godefroid, Totò: le storie di tre giovanissimi africani, raccolte dal nostro corrispondente dallo Zaire.

Kabedi è una bambina di una dozzina di anni, leggermente handicappata. Ha una gamba deformata da poliomielite. Un giorno l'hanno vista aggirarsi nei dintorni della chiesa di Kasungami. Verso sera, era ancora lì e non voleva andarsene. Dada Katy, segretaria del consiglio parrocchiale, l'avvicina e le parla. Un po' alla volta scopre che Kabedi è stata cacciata di casa perché considerata strega: è stata accusata di aver fatto perdere il lavoro al padre e di aver mangiato tre fratellini. Che fare? Diamo da mangiare a Kabedi e le troviamo un buco per passare la notte. L'indomani Dada Katy parte alla ricerca della famiglia a Katuba, un quartiere vicino. I fatti di cui accusano Kabedi sono esatti, anche se noi li interpretiamo diversamente. Il padre di Kabedi ha perso il lavoro in seguito alla crisi economica. Va in campagna in cerca di lavoro e sta fuori casa per più dì un mese. Un figlio va a mangiare dalla nonna, ammalata dì dissenteria e torna a casa contagiato e muore nel giro di tre giorni, dopo aver contagiato a sua volta due fratellini, che muoiono uno dopo l'altro. Un indovino, consultato dal padre, accusa Kabedi di essere la causa di tutte quelle disgrazie e la caccia di casa come strega. Nessuno la vuole e arriva a Kasungami. Dada Katy decide di prenderla in casa, non senza un po' di paura. Don Mario Parez, un salesiano venezuelano che si occupa dei, bambini della strada (a Lubumbashi ce ne sono circa duemila e quasi tutti si portano dietro l'accusa di stregoneria), ha raccolto anche qualche bambina e chiede a Dada Katy di prenderle con sé. Ora Dada Katy si trova madre di cinque ragazze, tutte accusate di essere streghe. Le tratta con amore, dà loro da mangiare, ridiventano come sono: bambine come tutte le altre. Dico loro: non siete streghe, Dada Katy, don Mario, io e il Signore Gesù vi vogliamo bene.

NON VUOLE MORIRE. Quando ho visto Godefroid per la prima volta aveva sei mesi ed era un fagottino leggero leggero. Sua madre era morta poco prima, il padre, avanti negli anni, non aveva la forza di badare ai figli. Godefroid è arrivato al centro nutrizionale di Kasungami, portato dalla sorella più grande, undici anni, anche lei in stato di denutrizione evidente. Suor Aura guardò il bambino e capì che non voleva morire. Con poca speranza umana, ma con tanta fede, se lo è preso sulle ginocchia e giorno dopo giorno, con un cucchiaino, una goccia alla volta, lo ha aiutato a nutrirsi e a vivere. Le suore lo hanno poi reso alla famiglia. Dopo un po' ritornò come prima. Quando le suore lo hanno rivisto una seconda volta, lo giudicarono di nuovo spacciato. Ma invece si è nuovamente ripreso. La dottoressa Piera Tortore, una volontaria italiana che lavora anche da noi, gli ha trovato una modesta famiglia adottiva zairese. Prima erano incerti, poi, quando hanno visto il bambino, non hanno più voluto ridarcelo. Godefroid si è adattato alla nuova famiglia, sta bene e cammina.

TOTÒ. Totò, tutti lo chiamano così, è un bambino di otto anni. Anche lui accusato di essere uno stregone, è arrivato magrissimo nella casa dei bambini della strada di don Mario. Dopo un mese, ha recuperato le forze. Don Mario lo mette di guardia al cancello per accogliere le persone che vengono. Arriva una signora con un ragazzo di 12 anni. Chiede di don Mario, perché vuole lasciare nella scuola il ragazzo. Totò la guarda e poi le chiede: «Questo è suo figlio?,>. «Sì». « E sta con lei?». «Sì». «Dorme al mercato?». «No». «Allora è inutile insistere: se non è stato cacciato di casa, se non è stregone, non può essere accettato qui ».