SOCIETA' Terzo settore, non-profit, onlus. vocaboli un po' misteriosi ma carichi di futuro

WELFARE NUOVI PROTAGONISTI

di Giancarlo Panico


Smessi i panni dell'operaio e del professionista, dell'insegnante o della casalinga, sono sempre di più le persone, adulti e giovani, ma anche anziani, che mettono a disposizione il loro tempo. Il volontariato ha ormai acquistato grande rilevanza sociale.

Il boom è dei primi anni novanta, definiti "gli anni dell'altruismo": una risposta alla sfrenata corsa alla produttività e al consumo. Ma questa forma di partecipazione alla vita sociale, del tutto nuova, era esplosa negli anni '80 con il fiorire di associazioni di volontariato soprattutto di ispirazione cattolica.

Attualmente, secondo un recente sondaggio, il 40,3 % dei volontari e il 60,9 % delle associazioni si dichiarano aconfessionali. Dunque più "laici" che cattolici. Oggi secondo i dati IREF, l'Istituto di Ricerche Educative e Formative, in Italia circa 5 milioni di persone sono impegnate, a diverso titolo, nel mondo del volontariato; di esse solo il 40 % lo fa con continuità. Per gli altri, si tratta di esperienze saltuarie e occasionali. C'è da dire la gran maggioranza dei volontari sono giovani.

PER CAPIRE DI PIU'

E' ormai riconosciuta la valenza sociale di quello che viene definito "Terzo Settore". Esso è nato dalla crisi del Welfare. Come lo stato socialista ha mostrato crepe tanto vistose da provocarne la quasi totale rovina, così anche lo stato capitalistico, lo "stato del benessere", ha evidenziato carenze tali da farne traballare le strutture soprattutto socio-economiche. In soccorso, se così si può dire, è arrivato il Terzo Settore che comprende tutta la miriade di associazioni senza scopo di lucro, che si affiancano alle istituzioni pubbliche, senza sostituirle, per raccogliere e dare risposta alle domande emergenti dal territorio e dai soggetti sociali che stato ed enti governativi non riescono a soddisfare. La maggioranza di coloro che sono impegnati nel volontariato ha già un'occupazione e dedica a questo il tempo libero. Ma c'è anche chi ormai fa della solidarietà un lavoro.

Il "non-profit", le prestazioni senza scopo di lucro che possono costituire una alternativa al problema disoccupazione, comincia con l'esperienza delle cooperative sociali, nate dall'esigenza dello Stato di affidare la gestione dei servizi di "interesse sociale" a strutture private senza scopo di lucro. Esse raccolgono l'eredità delle vecchie coop e hanno il fine di "perseguire l'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale dei cittadini", come recita l'articolo 1 della Legge che ne regolamenta l'esercizio. Un traguardo importante.

L'attenzione dello Stato si è di recente concretizzata con l'emanazione del Decreto Legge che ha dettato le norme per il riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali, istituendo le ONLUS "Organizzazioni non lucrative di utilità sociale". In quest'ultima categoria rientrano associazioni, comitati, fondazioni, società cooperative e tutti gli altri enti di carattere privato con o senza personalità giuridica, i cui statuti prevedano espressamente lo svolgimento di attività di assistenza sociale e socio-sanitaria; beneficenza; istruzione; formazione; sport dilettantistico; tutela, promozione e valorizzazione delle cose d'interesse artistico, storico, ambientale; promozione e tutela della cultura e dell'arte; della natura, dei diritti civili; ricerca scientifica di particolare interesse. In questa categoria, è ovvio, possono rientrare gli oratori, le associazioni civilistiche e gli enti promozionali di vario genere di area cattolica. La caratteristica comune consiste nell'esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale e nell'obbligo di impiegare gli utili o gli avanzi di gestione economica per la realizzazione delle attività istituzionali e di quelle ad esse connesse.

PER UNA QUALITA' MIGLIORE

A causa della cattiva gestione, soprattutto economica, della cosa pubblica, lo stato ha finito per offrire un'assistenza assai modesta a fronte di costi elevatissimi. Gli enti pubblici, soprattutto locali, per superare l'impasse, hanno deciso di fare convenzioni con le cooperative sociali e attraverso queste perseguire quei fini che lo stato mostrava di non essere in grado perseguire. I costi dell'assistenza ad anziani, portatori di handicap, ammalati, tossicodipendenti, minori in difficoltà, per citare solamente il campo socio-sanitario, potevano diminuire notevolmente ma soprattutto la qualità dei servizi avrebbe potuto essere migliore e più capillare.

Oggi le cooperative sociali sono oltre 5000, centinaia di migliaia i soci, tra volontari e lavoratori retribuiti. ed il fenomeno è in vertiginosa espansione. Costituirà la vera novità del III millennio.