COME DON BOSCO l'educatore

ASCOLTARE PER COMPRENDERE

di Bruno Ferrero


Due passerotti prendevano beatamente il fresco sullo stesso ulivo. Uno si era appollaiato sulla cima, l'altro in basso su una biforcazione dei rami. Dopo un po', il passerotto che stava in alto, tanto per rompere il ghiaccio, dopo la siesta, disse: «Oh, come sono belle queste foglie verdi!». Il passerotto che stava in basso la prese come una provocazione. Gli rispose in modo seccato: «Ma sei orbo? Non vedi che sono bianche?!». E quello di sopra, indispettito: «Sei orbo tu! Sono verdi!». E l'altro dal basso con il becco in su: «Sono bianche! Tu non capisci nulla. Sei matto! ». Il passerotto della cima si sentì bollire il sangue e senza pensarci due volte si precipitò sul suo avversario per dargli una lezione. L'altro non si mosse. Quando furono vicini, uno di fronte all'altro, con le piume del collo arruffate per l'ira, prima di cominciare il duello ebbero la lealtà di guardare nella stessa direzione, verso l'alto. Il passerotto che veniva dall'alto, emise un «Oh» di meraviglia: «Guarda un po' che sono bianche». Disse però al suo amico: «Prova un po' a venire lassù dove stavo prima».Volarono sul più alto ramo dell'ulivo e questa volta dissero in coro: «Guarda un po' che sono verdi».

E' facile dimostrare che molte sofferenze degli esseri umani, grandi e piccoli, sono provocate da quello che chiamiamo "incomprensione". La comprensione è prima di tutto un atteggiamento mentale, un frutto della volontà, una delle voci più significative del verbo amare. L'impegno più serio per i genitori è proprio quello di creare nella propria famiglia una cultura della comprensione. Le relazioni familiari non possono essere profonde e costruttive senza una vera comprensione. Le persone commettono errori con i figli, i congiunti e altri membri della famiglia non perché sono cattive. Semplicemente non fanno alcun sforzo per comprenderli veramente. Sono gli analfabeti del cuore. Occorre un cambio di logica. Normalmente si pensa che quando due persone sono in disaccordo, una ha per forza ragione e l'altra torto. Invece spesso hanno ragione tutti e due, ciascuno dal suo punto di vista. Come nella storiella dei due passerotti.

Comprendere significa non giudicare. Chi giudica vuol solo proteggere se stesso: invece di confrontarsi con qualcuno si accontenta di incollargli un'etichetta. Il problema è che quando si giudica e si attaccano etichette, si finisce per interpretare tutto in modo conforme al "pre-giudizio". Se un papà pensa che il figlio sia pigro finisce per reagire vedendo tutti i comportamenti del figlio all'insegna della pigrizia e il figlio lo troverà senza dubbio autoritario, ferocemente critico, tirannico. Il comportamento del papà provocherà una forte resistenza nel figlio, che sarà vista come una ulteriore prova della pigrizia, così il padre raddoppierà critiche e atteggiamenti autoritari. Può diventare un ingranaggio infernale.

Il primo risultato di una reale volontà di comprensione è la confidenza e il sistema educativo di Don Bosco è soprattutto una pedagogia della confidenza.

Si deve cercare di comprendere prima che essere compresi. Se non si comprende veramente l'altro non sapremo mai ciò che conta veramente per lui. Tutti hanno la tendenza a proiettare i propri sentimenti sugli altri. "Quando la mia mamma ha sonno, manda a dormire me" afferma un ragazzino. Anche in questioni importanti si pensa: "Se è importante per me, deve essere importante per loro". Se si vuole veramente aiutare un figlio bisogna entrare nel suo mondo.

Ogni persona è unica, ciascuno ha bisogno di essere amato a modo suo. E' dunque indispensabile cercare di comprendere e parlare il linguaggio d'amore dell'altro.

Per comprendere è necessario imparare a controllarsi. Il cattivo umore, il nervosismo, l'irritazione, il rancore, la collera e soprattutto il bisogno di aver ragione a tutti i costi complicano terribilmente la comprensione. Le forti emozioni fungono da filtro per ciò che il bambino dice.

La comprensione nasce dall'ascolto. Le uniche persone in grado di fornire informazioni, naturalmente, sono proprio i figli. E l'unico modo per ottenere queste informazioni è ascoltarli attentamente. Quando siamo occupati o distratti, quasi inevitabilmente udiamo senza in realtà ascoltare ciò che i bambini ci stanno dicendo. Alcune ricerche hanno dimostrato che i genitori afferrano solo un quarto di ciò che un bambino dice.

Per ascoltare veramente bisogna imparare a tradurre. E' il primo momento di quello che viene chiamato l'ascolto "empatico". Il bambino non ha bisogno solo di esprimersi: deve essere sicuro che i genitori lo abbiano compreso. La mamma e il papà devono dimostrargli concretamente di averlo capito, meglio di quanto possa aver espresso con le sue parole. Si può ottenere questo riformulando quello che il bambino ha detto, chiarendo il suo punto di vista e i suoi argomenti. Chi agisce così ha la concreta speranza di essere a sua volta ascoltato.

Si deve evitare in modo assoluto di interrompere, saltare di palo in frasca, porre domande senza aspettare la risposta, minimizzare, preparare la risposta o fare altro mentre i figli stanno parlando.

Significa saper ascoltare non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi. Occorre dedicare il tempo necessario per prestare piena attenzione. Significa mettere momentaneamente tra parentesi pregiudizi e certezze. Sentendosi meno minacciati, i figli sono incoraggiati a rivelarsi e sentendosi davvero ascoltati hanno la prova di essere stimati dai genitori.


COME DON BOSCO il genitore

L'ASCOLTO ATTIVO

di Marianna Pacucci

La vita famigliare appare sempre più condizionata dal rumore che caratterizza la vita dei nostri ragazzi, immersi per tutta la giornata in 'effetti sonori' di ogni genere. Come in un suadente e insistente spot pubblicitario, è ormai onnipresente una discreta musica di sottofondo che accompagna sensazioni, emozioni, sentimenti, incontri.

Creano quasi una dipendenza i tintinnii di varia natura che imprigionano pensieri ondivaghi e irrisolti sulla direzione di marcia che dobbiamo assumere per dare un senso alla nostra esistenza, troppo spesso spesa in una fastidiosa e meccanica routine.

Irrompono prepotentemente i battiti ossessivi deputati a ritmare la fatica del correre quotidiano e i diecimila impegni che lasciano tutti senza fiato, negando ai bambini e agli adolescenti il diritto di giocare, di amare e di lasciarsi amare, di contemplare il mondo al quale appartengono in modo ancora acerbo e approssimativo. Del rumore si è fruitori, ma allo stesso tempo produttori. La casa è sempre più vissuta come un mixer di suoni che peraltro non sempre risultano affettivamente significativi.

I figli fanno coscienziosamente la loro parte, partecipando con grinta ed entusiasmo a riprodurre fra le mura domestiche l'inquinamento acustico delle strade, ormai considerate dai più l'unico luogo abituale di aggregazione. Il risultato è che questa continua overdose di stimoli sonori, inevitabilmente, rende tutti più sordi.

L'invito a fare silenzio, peraltro, non solo è largamente disatteso, ma spesso è improduttivo, perché non contribuisce a vivere nuove scoperte e a inventare rinnovate forme di relazione: nella contraddittoria situazione che accompagna il nostro essere famiglia, il silenzio coincide troppe volte con una spiacevole sensazione di vuoto.

Il problema dunque non si risolve mettendo la sordina alle nostre azioni abituali; al contrario mi sembra che abbiamo bisogno di far riemergere in noi la capacità e la disponibilità a saper distinguere i diversi rumori che ci accompagnano nelle varie situazioni, passando dall'indistinto al distinto, dall'insignificante al significativo, da una sonorità stratificata e neutra al riconoscimento cordiale di voci, segnali e ritmi capaci di appassionarci e di scaldarci il cuore.

L'attenzione all'ascolto non dipende solo, a mio avviso, dall'abilità intellettuale con cui decodifichiamo il contenuto di messaggi più o meno intenzionali. Credo che invece nasca dall'attitudine a familiarizzare con il timbro e la tonalità affettiva che accompagna ogni produzione sonora all'interno della casa. Affinando questa sensibilità, dovremmo preliminarmente reimparare a identificare il colore e il calore delle voci domestiche, cercando un nuovo orientamento e una nuova sintonia per il nostro agire comunicativo: in famiglia non conta tanto quel che ci si dice, ma come lo si dice.

Solo dopo aver maturato questa abitudine ad 'addomesticare' la sonorità passando dalla sovrapposizione caotica dei rumori ad una ricomprensione 'simpatica' delle diverse occasioni e modalità comunicative, è possibile sviluppare la propensione ad un ascolto vigile, in cui il confronto sul contenuto di quel che si cerca di mettere in comune si fa inevitabilmente più esigente e critico. E a questo punto l'emergenza della differenza non è più doloroso riconoscimento di una distanza, di una estraniazione; al contrario, può essere percepita e vissuta come consapevolezza della complementarità o almeno come attesa di un avvicinamento, speranza di un incontro.

Quando si entra in questa logica, perfino i rumori della famiglia si trasformano miracolosamente in rumori famigliari e ci fanno compagnia piuttosto che renderci nevrotici. La televisione accesa durante la cena non è più un'intrusione che ci impedisce di parlare, ma occasione per ospitare il mondo nell'intimità della casa e perfino lo stereo dei figli o i videogame a volume alto diventano una sfida interessante per comprendere meglio il complicato mondo delle nuove generazioni.