IL DOCTOR J.

CÁLATI NELLE SUE BRACHE!

di Jean François Meurs


(Continuo la mia risposta a Ronaldo riguardo alle prepotenze subite in classe. Ecco una testimonianza che chiarisce le difficoltà viste dalla parte dei genitori delle vittime e dei sopraffattori)

"Il giorno in cui Didier, mio figlio, è rientrato con la T-shirt strappata e varie ecchimosi sul volto, mi sono lasciato persuadere da mia moglie e ho preso in mano il telefono. All'inizio il padre di Timoteo, il ragazzo persecutore, non credeva ai suoi orecchi. Poi però ha cominciato a prendere le difese del figlio. Ed ecco la sua risposta alle mie rimostranze: "Preferisco molto di più che mio figlio dia schiaffi piuttosto che ne prenda!". Per lui la questione era chiusa. Qualche giorno appresso, davanti al preside della scuola, ha ripetuto il suo ragionamento. E non pensate che si sia scusato. (Filippo, Bari)

A nessun genitore fa piacere apprendere che suo figlio tormenta gli altri: si sente rimesso in questione nel suo ruolo di educatore, e la vergogna si mescola alla delusione. Disorientati, alcuni preferiscono ignorare la gravità dei fatti e cercano scuse o argomenti rassicuranti: "Lasciate che si accapiglino, così imparano a risolvere da soli i loro problemi". "Non drammatizziamo, non è poi così grave!", ecc. Certo avete già inteso affermazioni simili.

Altri preferiscono negare: "Siamo una buona famiglia! Queste sono insinuazioni!". "Occupatevi degli affari vostri". Oppure contrattaccano: "Siete sicuri che vostro figlio non abbia fatto nulla? Forse se l'è cercata!". Altri infine, come i genitori di cui sopra, (e speriamo siano rari), approvano la condotta del loro rampollo e talvolta incoraggiano certi comportamenti: "Non lasciarti sopraffare. la miglior difesa è l'attacco!".

Sono ovviamente cose assai spiacevoli. Dovete anche pensare a quanto costi ammettere che il proprio figlio sia un persecutore, o un perseguitato. Bisognerà farsi un'idea più chiara possibile di quello che succede, parlandone con lui per avere la sua versione dei fatti, ma anche con gli amici, i professori, i responsabili, gli altri genitori. In questa fase non si formulano accuse, ci si informa e basta, tenendo presente che i ragazzi sono abilissimi a dissimulare quello che hanno in mente di fare.

Purtroppo i genitori sono sempre gli ultimi ad accorgersi di avere un figlio prepotente, perché in genere a casa non si comporta così, sia per la severità a volte eccessiva che vi regna, sia anche per l'esatto opposto cioè una eccessiva libertà, non sempre supportata da altrettanto affetto. Mentre proprio di questo i figli hanno più bisogno. Insomma è complicato essere genitori, sia di un figlio persecutore che di un figlio perseguitato. Una cosa però deve essere chiara: la vostra riprovazione per una aggressività che crea vittime innocenti.

Bisogna coltivare il dialogo in famiglia per dar l'occasione ai figli di parlare dei loro sentimenti aggressivi e negativi, e insegnargli a riconoscerli. In questo modo diventano più trattabili, perché li si alleggerisce di una parte delle loro tensioni. Il dialogo offre sempre chance ulteriori per temperare i sentimenti più virulenti. Del resto non sempre i persecutori si rendono conto di quello che fanno. Perciò bisogna educarli a capire che c'è una grande differenza tra la canzonatura e la persecuzione. L'ideale sarebbe che si calassero, come si suol dire, nelle brache altrui, per rendersi conto che non sarebbero mai più a proprio agio, che perderebbero tutti gli amici, che rimarrebbero soli.

Dite loro i rischi che corrono comportandosi in questo modo: che non avranno più dei veri amici, che non sapranno più vivere in società; che si faranno una pessima reputazione, che saranno più facilmente bocciati a scuola e che, prima o poi finiranno con l'avere noie con la giustizia. In definitiva i torti che causano si ritorceranno contro di loro.

Le sanzioni, spesso inevitabili, devono prendere di mira i comportamenti negativi, ma rispettare sempre il ragazzo. Piuttosto che una privazione (togliere la paghetta settimanale, impedire di uscire, ecc.), bisognerebbe trovare delle azioni dove possa imparare a pensare e rispettare gli altri (svolgere un lavoro utile, leggere un libro, scrivere una lettera di scuse.). Ma è necessario cominciare a monte: che in famiglia si viva il rispetto gli uni degli altri, si apprenda ad essere attenti a quello che gli altri provano, ci si aiuti a vicenda.

Avrete bisogno della collaborazione di tutti, poiché non è facile dare una svolta alla propria vita e convincere i compagni che tutto è cambiato. Non ci si arriva da soli, l'accompagnamento di professori ed educatori è indispensabile.