MISSIONI Colombia: Il coraggio, riconosciuto, di andare incontro alle piccole donne della strada
Lily, negli anni '60, è allieva delle salesiane di Medellín, unica ebrea fra più di mille cattoliche. Ritiene quel periodo uno dei più belli della sua vita, soprattutto per il legame di amicizia con le suore, forte tuttora. Da 26 anni vive negli USA, sposata con figli e ogni anno torna a far visita alla sua scuola. Da lontano tiene corrispondenza specialmente con suor Maria. Quando, nel 1980, viene a sapere che le sue antiche insegnanti si stanno impegnando per realizzare una casa per le bambine della strada decide di interessarsi più a fondo della cosa anche perché sente una particolare predisposizione per la giustizia sociale soprattutto nell'ambito femminile.
Da allora inizia a sognare di scrivere un libro sull'opera che subito l'affascina per il clima di famiglia che vi si respira. Ora c'è un album: fatto di ricordi, brevi flash, foto evocative. L'ex allieva ha impegnato ore e giorni nelle interviste alle bimbe, nello stare con loro per coglierne i sentimenti e le attese.
"Ho iniziato a visitare 'Casa Mamá Margarita' 16 anni fa - scrive Lily -. Da allora ci torno ogni anno. Quando ho visto per la prima volta le bambine, pensai alla mia infanzia e a quella dei miei figli e alla nostra buona fortuna. In circostanze differenti queste bimbe avremmo potuto essere noi. Nel conoscerle, la mia prima reazione fu di dubbio. Mi pareva impossibile che quelle belle personcine con il viso di bambola avessero potuto trascorrere la notte nella strada oppure, con pericoli ancora maggiori, sotto un tetto, ma insidiate e piene di paura."
Stando con loro, Lily trova che las niñas sono curiose e indagano su tutto. Il loro interesse si concentra sulle relazioni che a loro sono state negate o che non hanno mai avuto: la famiglia, i genitori, una casa. Proprio con questo materiale umano ferito, le suore hanno dovuto fare i conti e, secondo Lily, le somme sono tornate perché il rapporto educativo 'è cosa del cuore' e non una serie di combinazioni matematiche.
È stato ed è un lavoro paziente che sana anche la memoria di convivenze impossibili: perché spesso le abitazioni delle bambine sono anguste, senza luce e sovrappopolate. In una stanza possono stare anche sette o otto persone. A volte, le donne che esercitano la prostituzione aspettano i loro clienti nello stesso luogo dove dormono i figli. Nella maggioranza dei casi le famiglie sono senza padre.
Proprio a questo genere di povertà le suore hanno voluto andare incontro e perciò hanno inventato anche un approccio originale. Hanno stampato bigliettini da visita con il disegno di una casa e la scritta 'Puertas abiertas para ti' (porte aperte per te). Indirizzo e telefono sono i primi punti di riferimento di quanto successivamente si rivela come famiglia e come dimora. Accanto alle suore, che si recano nei punti strategici per consegnare il messaggio alle bambine, ci sono pure le stesse ospiti, che a loro volta si fanno garanti della bontà della proposta. Così il cerchio negli anni si è allargato attraverso un passaparola che fa ritornare alla vita.
Amanda ha 9 anni quando arriva dalle suore. Dice che abita 'al teatro', un buco davanti ad una sala pubblica. Un giorno, la mamma la manda a fare una compera e quando lei torna non trova più nessuno. Ma Amanda è forte, ha imparato fin da piccola il copione dell'abbandono e invece di piangere si intrufola in una banda di piccoli mendicanti come lei. Per mesi vive una vita randagia condividendo con gli altri il poco cibo che riescono a trovare e raggomitolandosi la sera sotto i giornali per dormire al riparo dal freddo. Poi qualcuno la raccoglie e la porta a Casa Mamá Margarita. A chi le chiede quanto tempo è stata sulla strada risponde: " Venticinque anni". E non ne ha ancora dieci. Non si tratta infatti di tempo cronologico, ma della lunghezza infinita di un dolore.
La prima sera, la suora l'aiuta a svestirsi perché possa fare una buona doccia e andare a letto. Quando tenta di toglierle le scarpe non ci riesce; vede che la pelle dei piedi aderisce letteralmente alle calzature. "Non le ho mai tolte - spiega Amanda - avevo paura che qualcuno me le rubasse".
La storia di Laura è ugualmente triste. Abbandonata dalla mamma a 9 anni, viene portata dalle suore. Quando qualcuno accenna alla sua famiglia si chiude come un riccio e piange. Sul volto bambino ha le cicatrici della tortura. Qualcuno si è divertito a spegnere le sigarette sulla sua pelle.
Anche Ofelia è sempre un po' cupa e un giorno, mentre cammina con le altre ragazzine per la strada, corre improvvisamente dove il traffico è intenso e le macchine sopraggiungono a forte velocità. La suora la richiama: "Vieni indietro, è pericoloso!" Lei abbassa la testa e dice in un soffio: "Ma io voglio morire!". È la storia di tutti i giorni di fronte alla quale le suore e l'équipe degli educatori hanno dovuto fermarsi, riflettere, ricominciare da capo.
Non si illudevano quando hanno incominciato, ma l'impegno è stato più duro di quanto pensassero. Certamente qui anche un piccolo passo sembra già la conquista di una cima.
Nel novembre dello scorso anno, l'università "Auxilium" di Roma conferisce i suoi primi due dottorati honoris causa in scienze dell'educazione. Uno dei candidati è suor Fabiola Ochoa, responsabile da quasi vent'anni del progetto Mamá Margarita.
La storia ha camminato. Dopo i primi passi incerti e pieni di ostacoli, le suore e i vari collaboratori hanno costruito giorno per giorno un progetto che ha ricevuto numerose approvazioni. A coronare il buon esito di un cammino educativo viene pure il riconoscimento della Facoltà di Scienze dell'Educazione dove suor Fabiola ha studiato e da cui ha preso ispirazione.
Tra le motivazioni espresse nel decreto di conferimento del titolo di dottore si dice: "L'istituzione da lei diretta accoglie e riabilita alla convivenza sociale bambine e ragazze in situazione di alto rischio mediante un progetto di educazione integrale sperimentato e verificato all'interno di una comunità educante in dialogo con le istituzioni locali". Viene pure confermato che l'esperienza educativa di suor Fabiola è un segno profetico dell'attualità del 'sistema preventivo' di don Bosco realizzato per l'educazione della donna in ambienti di emarginazione. Non si tratta dunque di un progetto costruito in solitaria, ma di un'esperienza coordinata e in rete che trova le sue radici nel contesto salesiano.
In questi diciotto anni molti sono gli attestati di valorizzazione dell'opera da parte anche di associazioni laiche e civili, tuttavia, al di là di tutto si può affermare che il vero motore di questa casa dalle porte aperte è 'la pedagogia del cuore' accompagnata dagli apporti delle scienze dell'educazione. suor Fabiola ha voluto dedicare il riconoscimento ufficiale anche alle bambine e alle adolescenti, che, come ha detto nella sua relazione 'ci hanno rivelato il volto vivo di Gesù.