IL PUNTO GIOVANI

IL QUADERNO DI MICHELE

di Carlo Di Cicco


"Il quaderno di Michele". Meno di cento pagine pubblicate da un papà e una mamma che hanno messo insieme scritti e poesie di un loro giovane figlio, rubato da un tumore a 15 anni. Le sue grandi passioni - ricordano i genitori - erano la lettura, la matematica, la musica, il computer e l'astronomia. Possedeva un telescopio e si dedicava alla "scoperta del cielo!".

Un ragazzo come tanti. Gli piaceva scrivere ma faceva i compiti brontolando e con la mente rivolta al gioco che aveva appena lasciato o a quello che aveva intenzione di iniziare successivamente.

Se il quaderno capita nelle mani di un adulto aiuta a sfatare il mito che i giovani d'oggi non pensano. O che non siano capaci di profondità.

"Il fiore - si legge in una poesia - è il cuore / di una pianta / innamorata. / Tra qualche giorno / appassirà". I suoi scritti, affidati anche a un diario, hanno sorpreso gli stessi genitori che hanno scoperto un Michele molto più maturo della sua età, e di quello che lasciava trasparire.

Ora a Lucca c'è un osservatorio su adolescenti e adulti del loro tempo che porta il nome di Michele Sonnenfeld.

Oggi che il pensare pare emigrato lontano, vincono la parola e l'immagine, il telefonino è diventato uno snob e riempie di bla bla ogni spazio in cui si potrebbe stare in silenzio, è difficile sapere chi è maestro e chi discepolo.

Nel dubbio la cosa migliore è affidarsi a chi testimonia con la vita ciò in cui crede. E in questa congiuntura, anche i giovani possono essere considerati maestri.

Imparare dai giovani non è una mortificazione. Ci sono giovani che pensano più di donne e uomini adulti, si pongono domande essenziali e inquietanti sull'esistenza, mentre va per la maggiore il modello di adulto rassegnato, integrato, appagato.

Specialmente per scrutare il futuro, la scuola dei giovani può aiutare i grandi al senso della misura, evitando la tentazione dell'enfasi, ad essere disponibili.

Paradossalmente, gli adulti di oggi hanno cose da dire se si ricollocano in un atteggiamento di ricerca e di scoperta che è propria dell'età giovanile: accomuna piccoli e grandi.

Pensare fa paura perché in una società di apparenza, forza a guardare in faccia la realtà, ciò che le cose sono e non quello che sembrano. Quando si trovano giovani che amano pensare prima che guardare immagini o bere qualsiasi ricetta, si dice che sono ragazzi d'altri tempi. Penso che lo si dica con un filo di rimpianto. Anche dai giovani. Ma per lasciare il segno, la via obbligata è pensare.

Il quaderno di Michele lo prova. Pensando si esce dal banale in agguato.

Pure i santi, anche quelli morti in giovane età (ce ne sono davvero un bel numero), erano straordinari amici del pensiero, capaci di vedere tutte le cose dal di dentro, oltre l'apparenza. E perciò di cambiarle.