MISSIONI Giuseppe Ballin voleva andare in Palestina, e studiava l'arabo. L'inviarono nel Chaco. non sapeva che esistesse.
Aveva 26 anni, età
in cui tuffarsi in situazioni nuove è uno spasso. Ha fatto il
missionario fino ai 75 suonati, poi un ictus gli ha bloccato ambedue le gambe e
il braccio sinistro. "Ti rimane destro, perché non scrivi?", gli ha
detto un amico. Battere con una sola mano i tasti della Olivetti non è
un allettante. Annoiarsi sulla sedia a rotelle lo è anche di meno. Sono
nati "I fioretti di un missionario".
Gli Ayorei arrivarono per la prima volta verso il tramonto, mentre la partita di calcio si svolgeva tranquillamente nel campo della missione. Mantenevano il consueto ordine di marcia: cacico e interprete in testa, gli altri al seguito. Si disposero in pochi minuti attorno al campo, guardando incuriositi, mentre il cacico si informava: "Che cosa stanno facendo? Perché corrono dietro a quella cosa rotonda e gli danno calci? Perché uno spinge da una parte e l'altro dall'altra? Perché non si mettono d'accordo per spingere tutti in un senso? E perché quello lì ferma la cosa rotonda con le mani?". L'interprete faceva del suo meglio per spiegare. La predilezione del cacico andò subito all'arbitro: quando lui fischiava, si fermavano tutti.
Chiusa la partita, la gente del paese rientrò in casa, ma un urlare inconsueto la richiamò al campo. Era notte di luna piena, il pallone andava e veniva da un estremo all'altro sotto la spinta di un numeroso gruppo di Ayorei che correvano tutti, compatti e schiamazzanti, nella stessa direzione. Li guidava il cacico. Aveva il fischietto e soffiava con forza quando il pallone entrava in porta, mentre i giocatori gridavano a squarciagola: goal! Continuarono per un bel po' finché, stanchi e soddisfatti, si sdraiarono a terra, e il cacico restituendo il fischietto commentava: "Bello gioco pallone!".
Il gruppo etnico in mezzo al quale i missionari lavoravano erano i Maskoi. Adesso erano apparsi gli Ayorei. Prima nel campo di calcio. Poi, un pomeriggio, mentre don Ballin recitava il breviario, in chiesa. Senza dire una parola incominciarono a gironzolare, osservando meravigliati le statue. Quando il prete alzò gli occhi, li vide radunati sotto il grande crocifisso che dominava il presbiterio. A bocca aperta guardavano l'uomo che pendeva in croce.
Il missionario si avvicina e uno gli domanda: "Perché lo tieni inchiodato così? Che male ha fatto?". Don Ballin non risponde. Gli prende la mano e gli fa toccare i piedi del Cristo. L'indio rimane di stucco: quello non è un corpo umano. Tutti vollero toccare. Seguì la prima lezione di catechismo: Dio muore per noi. Molti mesi dopo alcuni chiesero il battesimo, gli altri no, ma ritornarono nei loro boschi convinti della bontà di Dio.
Gli Ayorei erano temuti per la loro crudeltà. era anche per reazione davanti alla persecuzione dei bianchi. Il primo avvicinamento avvenne. in una gabbia! Così. Gli operai di un allevamento stavano percorrendo la zona a cavallo, alla ricerca di una mandria di vacche, quando videro apparire due Ayorei, sui quali si precipitarono al galoppo roteando i lacci. Uno riuscì a fuggire, l'altro, un ragazzo, catturato reagì come una belva. Dovettero legarlo per consegnarlo alle autorità del villaggio che, a loro volta, decisero di inviarlo a quelle di Asunción, la capitale.
Il viaggio si faceva in nave, lungo il fiume Paraguay. Per non tenere legato il prigioniero lo misero in una grande gabbia sul ponte. Fu lì che don Dotto, arrivata la nave a Porto Guaraní, entró senza paura e se lo fece amico. Poi prese l'aereo, andò ad aspettare l'ayoreo nella capitale, convinse chi di ragione a consegnarlo a lui e lo riportò a Porto Guaraní, alla missione. Lo chiamarono Giuseppe, e fu l'amico di tutti, specie dei ragazzi. Diventato cristiano, ritornò tra la sua gente. Così nacque la fiducia degli Ayorei verso i missionari.
Con i Maskoi era stato diverso. Lavoravano per le fabbriche delle grandi imprese di tannino e avevano già assorbito vari aspetti della cultura dei padroni. Non volevano saperne, però, di coltivare la terra: che cosa poteva venire su a costo di fatiche, che la foresta non offrisse gratuitamente?
Un mattino don Ballin disse ai ragazzi: "Ho fatto un sogno. In questo terreno, a due spanne di profondità, è nascosto un tesoro. Lo cerchiamo?". Entusiasmo generale, vanghe e badili apparvero come per incanto e a mezzogiorno una buona parte di terreno era per aria. Dopo il pranzo furono di nuovo lì, con una voglia matta di trovare il tesoro. A sera avevano vangato tutto, ma del tesoro nessuna traccia. Ci furono proteste, bisognò calmare gli animi con qualche regaluccio, i ragazzi ritornarono a casa.
Entrò allora in azione il confratello coadiutore che effettuò una semina sapiente. Grazie al tempo favorevole e a un controllo attento, la terra fiorì di zucche, mentre lievitava sotto la pressione delle patate dolci che ingrossavano ogni giorno più. Roba che agli indigeni piaceva, ma irreperibile in foresta. Alla fine gli uomini ebbero le zucche, ai bambini andarono le patate. Da allora accanto ad ogni casa nacquero degli orticelli, autentici tesori.
Era scoppiato il vaiolo nero nel grosso agglomerato di capanne dei Maskoi. I poveretti scappavano nei boschi vicini. Ma i malati restavano, affidati alla pietà di alcune persone buone. L'impresa per la quale lavoravano costruì allora un capannone di palme, lo recintò, offrì gli alimenti: un lazzaretto che accolse gli ammalati con la proibizione assoluta di uscire.
Molti, naturalmente, non obbedirono. I bianchi allora, per eliminare il pericolo di contagio, decisero. di eliminare i malati! A sera un camion scaricò nel capannone dieci bidoni di acqua, ma era benzina, che furono disposti strategicamente. Il piano doveva entrare in funzione alcune ore più tardi.
Ne furono avvertiti segretamente i missionari che si precipitarono al lazzaretto e incominciarono a trasportare gli ammalati nel bosco. Finirono pochi minuti prima dell'ora zero, quando il capannone diventò un inferno. Non si sarebbe salvato nessuno. Alla mattina seguente cadde una pioggia tropicale che raffreddò le ceneri e lavò gli appestati. Del vaiolo restò solo la paura!
L'amministratore di una fattoria dell'Alto Paraguay fu ucciso, in una discussione, da uno dei suoi impiegati, che fuggì nella Bolivia. Scelta sbagliata: proprio lì abitava uno zio della vittima, che lo sequestrò e riportò alla frontiera consegnandolo alle autorità. Lo misero nella prigione della zona dove aveva commesso il delitto. Era Natale. La mattina del 24 ci fu chi si presentò nella casa dei genitori dell'ucciso e sussurrò che quella notte la prigione sarebbe rimasta senza guardie: era l'occasione per pareggiare i conti.
Papà e mamma parlarono a lungo. Poi parteciparono alla messa di mezzanotte. Quando uscirono presero la via della prigione; innumerevoli occhi li seguivano. "Giuseppe!", chiamò il vecchio. "Eccomi", rispose l'interessato affacciandosi all'inferriata della finestra, posta al livello della strada. "Mia moglie ed io siamo venuti a dirti che ti perdoniamo. È Natale. Lei ti regala un panettone, io una bottiglia di vino. Non preoccuparti della tua famiglia: faremo in modo che non le manchi niente". Molti raccontano del miracolo e della felicità di quella notte.