LETTERA AI GIOVANI

ABITARE IL 3° MILLENNIO: " IO VOGLIO"

di Carlo Terraneo


Carissima/o,

ti confido un soliloquio: "Sono da rottamare" - dicevo tra me e me - alternandomi ora come interlocutore, ora come possessore di certezze e di risposte. Il parlare da soli è un'esperienza che attraversa tutte le età e le stagioni della vita. E' come guardarsi allo specchio, dividersi per pochi momenti in due, mettere a confronto un io debole con un io forte. Non è schizofrenia, né stranezza. Te lo dico con sincerità, con schiettezza. Oggi ho vissuto questa esperienza.

E quando ormai la depressione precipitava in caduta libera mi sono detto: "io voglio". Un colpo d'ala, e sono di nuovo in quota. Ciò che impressiona nella vita di Santa Caterina è la forza e frequenza nelle sue famosissime 381 lettere di un verbo: "io voglio". La cultura oggi - a detta degli specialisti - si presenta come "debole", come "cultura del labirinto", perché si è alla ricerca del filo di Arianna, di quel filo rosso che dia senso e unità all'esistenza. C'è tutta Caterina nel "io voglio", la sua forza, il suo amore, la sua struttura spirituale e ascetica.

Il terzo millennio ha bisogno di queste sante.

Pio II così si espresse nella Bolla di canonizzazione del 1461: "La sua dottrina non fu acquisita, sembrò prima maestra che discepola".

L'"io voglio" di molte sue lettere, "scintille di un fuoco misterioso" (Paolo VI), esprime il suo grande amore per la Chiesa.

Nessun santo ha amato la Chiesa quanto lei. "O Babbo mio, dolce Cristo in terra": è l'espressione più citata e ricorda quanto Caterina abbia fatto perché il Papa tornasse a Roma dopo 70 anni di cattività ad Avignone.

"Io voglio" è la forza prorompente di una santa, che ha fatto dell'anima sua " una cella interiore" entro cui ritirarsi e fortificarsi. "Io voglio" è il suo legame con Gesù. A 20 anni chiede al suo Signore Gesù: "Sposami nella fede". E' vergine e quanti la seguono la chiamano mamma.

Pio IX la dichiara seconda patrona di Roma (1866). Pio XII la proclamò, con San Francesco d'Assisi, Patrona d'Italia (1939) e Paolo VI Dottore della Chiesa (1970)

Il terzo millennio ha bisogno di questa voce verginale, di questo squillante "io voglio". E' la scintilla della vita, dell'impegno, della responsabilità. Dire: non servo a nulla, farsi da parte è allontanarsi, togliersi di mezzo, lasciarsi morire.

Ricordo la voce lontana di un giovane ricoverato in fin di vita a seguito di un incidente stradale: "voglio vivere". Vivere è sentirsi vivi: alzarsi al mattino e ringraziare Dio per il nuovo giorno; offrire un sorriso a quanti si incontra, accogliere una lacrima, rinunciare a se stessi, dimenticarsi per farsi solo dono, amare e farsi amare. Vivere e volere ti fanno pensare al fluire del ruscello, allo scorrere della vita, alla sorgente nascosta nel profondo della terra, alla stessa vita e volontà di Dio.

Se Dio è fuoco, non ne siamo estranei. Siamo il suo bruciare, la sua scintilla, la sua temperatura, la sua volontà. "Io voglio" è la professione di un impegno, è la testimonianza di un amore, è il sì incondizionato di Caterina in "Gesù dolce, Gesù amore".

Se si decide di incominciare ad esistere, a rifarsi una vita, a donarsi, c'è una sola strada: dire ad alta voce davanti a tutti come nella professione delle vergini: "sì, lo voglio".

Ciao, a presto.

Carlo Terraneo