COPERTINA Igor Mann ha presentato su "La Stampa" un'esperienza che troviamo utile per i nostri lettori
Lo chiameremo Abele ma il
suo nome è Silvio. Silvio D. M. Un ragazzo di vita colto dalla morte il
25 di marzo del 1998. A 38 anni. Ognuno di noi è fratello di se stesso e
così accadde che il nostro Abele venisse ucciso dal Caino ch'era in lui,
pulito fanciullo di 17 anni. Ucciso nella mente e nel cuore, dico. Da un'arma
senza misericordia: la droga.
Perché un «bravo ragazzo» figlio di «brava gente», a un certo momento decide di farsi? Spesse volte si entra nella droga per la porta del dolore (fisico e non) ma quasi sempre è per una ragione misteriosa che si imbocca la via crucis dell'eroina. Così com'è misterioso e lo sarà forse in eterno - il perché del suicidio. Se n'è discusso di recente, a proposito di Primo Levi: ampiamente, rispettosamente, pietosamente. Ma senza costrutto poiché nessuno degli interrogativi proposti (o arrischiati) ha avuto risposta. Forse un giorno gli scienziati scopriranno il rimedio contro il gene dell'autodistruzione che l'uomo porta in sé; sicché molti potranno salvarsi, impedendo al Caino che ci portiamo dentro di uccidere (lentissimamente, inesorabilmente, impietosamente) l'Abele che nasce con noi.
A pensarci bene la vicenda umana di Abele-Silvio è macchiata da una diffusa banalità tragica. La prima pera a 17 anni, poi il percorso miserabile del pusher per garantirsi la dose, successivamente lo scippo, persino il furto, infine il carcere. Un inferno meschino sferruzzato di bugie (ai genitori, alla ragazza, agli amici), di umiliazioni, di ributtante pena fisica eccetera. Finché un giorno Abele-Silvio non si sente dire dal solito passante infastidito dalla petulanza del drogato, invece dell'abituale: ma va' a lavorare, un altrettanto sdegnato: ma va' a pregare.
Abele-Silvio ha dimenticato come si fa a pregare: Caino gli ha ucciso la vita vera lasciandogli soltanto una vita finta. Apparente. Abele-Silvio non ha più messo piede in una chiesa da quando era un pulito fanciullo 17 anni, ma quel va' a pregare ha su di lui l'effetto di «una scarica di calci nel culo», che lo spingono a varcare la soglia d'una chiesa. E' una sfatta giornata di sci-rocco, ma nella chiesa trova il risto-ro della frescura antica. E un prete trova, e gli dice tutto e quello, il pre-te, gli spiega che nel Vangelo di Luca è scritto: «Signore, insegnaci a pregare», e questo vale per tutti.
Cerca di parlare con lui, forse ti aiuterà, disse il prete. Lui chi? È semplice: Gesù. Ma io non so da do-ve cominciare, disse Abele-Silvio. È più facile di quanto tu non possa credere. Pro-vaci, disse il prete. Uscito dalla chiesa, Abele-Silvio decise di disintossicarsi, subito entrando nella comunità «Rinnova-mento dello spirito» di Brescia.
(Qui giunto mi rivolgo al lettore agnostico, mi rivolgo al lettore credente, mi rivolgo al lettore tout--court, dovunque sia e chiunque sia: nessuno pensi al famoso film Marcellino pane e vino dove il piccolo [e non di rado irritante] protagoni-sta parla con un Gesù Crocefisso che gli risponde con la voce mielata del mitico Ruggero Ruggeri. Il vec-chio cronista che racconta questa storia vera non sa come si faccia a parlare con Gesù, tuttavia lo conso-la immaginare che Abele-Silvio ci sia riuscito).
La felicità della guerra contro la droga è breve perché arriva, subitanea, la «conclamazione della ma-lattia»: l'Aids, indomabile peste del nostro Secolo Breve. Abele-Silvio, disperato, torna nella chiesa dove pregò e da lì entra nell'Oratorio sa-lesiano di via Appia, a Roma. A quei giovani volontari dice che vorrebbe aiutarli. Però, spiega, io ho poco da vivere, un anno, otto mesi, forse di meno: l'Aids mi sta divorando e, poi (ecco la domanda più difficile), può un malato di Aids lavorare co-me volontario salesiano? Certo che può, gli rispondono Nicola e Fran-chino e Daniele e Katia, benvenuto fra noi.
Abele-Silvio ha lavorato per i co-siddetti emarginati (è una nuova periferia che inarrestabile cresce, giorno dopo giorno, ai margini, ap-punto, di Roma) fin quando - e co-me - ha potuto. Poi è entrato in quel reparto dell'ospedale Spallanzani dal quale non si esce vivi. Io li ho visti, i malati di Aids, nei loro letti confortevoli, la tv sempre accesa accanto, il viso color della medusa morta attendere «quel preciso mo-mento». E ho visto i giovani volon-tari tener loro la mano per aiutarli a passare: dalla vita amara e spes-so disperata, alla morte carica di mistero ma forse misericordiosa, chissà. Del resto la parola Pasqua, che sintetizza la vita la morte la re-surrezione di Gesù, viene dall'e-braico verbo pasah: passare oltre.
Un mese prima della sua fine fi-sica, Abele-Silvio ha scritto ai suoi giovani amici dell'oratorio. Una lettera-testamento. «Caro Nicola e compagni, vi ringrazio per 1'amicizia e l'amore che gratuitamente mi
mi date. Indosso il bel pigiama con le mongolfiere (che mi avete regalato) e spero che un giorno mi portino lassù, dove l'aria è più pulita. (.) Gesù bussa alla mia porta ma non ho la faccia di guardarlo negli occhi. (.) Mi piaceva fare il cinico e quando pensavo al momento che non ce l'avrei fatta più mi dicevo: tanto prima o poi morirò nel cesso di un bar. (...) O Signore non son degno di partecipare alla tua mensa ma di' soltanto una parola e io sarò salvato. Queste parole mi sono sempre piaciute e mi danno l'idea esatta di tutta la misericordia del nostro Dio. Un grosso ciao da Silvio.
Viviamo un difficile tempo bo-reale. In attesa d'un nuovo Montaigne la deregulation (dei senti-menti, dei valori) avanza inesora-bile. Ruba anche chi ha il dovere di perseguire i ladri; genitori vendo-no i figli a chi li violenterà in cam-bio di (poco) denaro; bambini nor-mali giuocano agli assassini fuci-lando i compagni di classe, la mae-stra; per 30 dinari (rivalutati) il fi-glio uccide il padre che gli nega l'automobile. Non c'è pietà. Ma, poi, inciampi in una storia vera e scopri che Caino non ha ancora vinto l'ultima battaglia. Scopri che Abele muore sì nel buio di noi ma, a volte, resuscita.
Un mese dopo la lettera-testa-mento, il volontario salesiano Luca arriva allo Spallanzani con una bu-sta di fotografie scattate insieme con Abele-Silvio. Luca è triste, tri-sti sono gli altri volontari e lui, il condannato a morte: ma perché siete così seri, perché non sorride-te? Su ragazzi, la vita è bella, siate lieti di viverla. Così Nicola, un seminarista, racconta il passaggio dalla vita alla morte di Abele-Silvio. Erano vicini al suo letto, Nico-la e gli altri compagni dell'Oratorio quando, di colpo, con poca voce, Abele-Silvio: spegnete la tv, dice. Poi, recitiamo l'Ave Maria, implo-ra, recitiamola insieme, vi prego. La preghiera durerà un lunghissimo quarto d'ora giacché il condan-nato a morte stenta a dire le care parole eterne che da bambino ripe-teva con sua madre. Amen, sospi-rerà infine Abele. Silvio. E sarà questa la sua ultima parola da vi-vo.