LA GRANDE VIGILIA
Per "vedere" il Padre bisogna dunque guardare l'esistenza di Gesù, i suoi atteggiamenti riguardo a Dio, i suoi gesti verso l'uomo. Gesù però mostrò il Padre anche attraverso parole e insegnamenti. Doveva decodificare una immagine di Dio che i discepoli avevano e costruirne un'altra in base alla nuovissima esperienza dell'umanità, l'Incarnazione. Altrimenti i discepoli non avrebbero colto il significato dei suoi gesti.
L'immagine che i discepoli si erano fatta raccoglieva quanto di saggio tramandava la tradizione del loro popolo. Andava però purificata perché gli uomini l'avevano contaminata in molte maniere: mettendola a servizio del potere civile e religioso, legandola ai riti più che alla vita, facendola garante di un sistema sociale che opprimeva i deboli, dividendo l'umanità tra quelli che erano "figli di Dio" e quelli che non lo erano. L'immagine di Dio aveva bisogno di un restauro sostanziale. Ciò non significava semplicemente ritoccare un ritratto, una rappresentazione di Dio, ma rinnovare i rapporti con Lui, su nuovi criteri, convinzioni e atteggiamenti.
Com'è il Padre di cui Filippo voleva vedere l'identikit o la foto? Gesù lo presenta come potenza di vita. Nel Padre ha avuto origine e trova la sua permanente sorgente: "Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in sé stesso" (Gv.5,26). Il Padre porta la vita verso la pienezza in coloro che, cercandola, si avvicinano a Lui. Dà il gusto e la possibilità di comunicarla. "Come il Padre risuscita i morti e da la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole" (Gv.5,21). Sopra tutti i titoli e tratti gli va bene dunque quello di "il Vivente". Gesù stesso riceve la sua vita umana e divina da Lui e grazie a Lui la dà ai suoi: "Come mi ha mandato il Padre che è il Vivente, ed io vivo grazie al Padre, così colui che si ciba di me anch'egli vivrà grazie a me" (Gv.6,57). La sua potenza di vita arriva a risuscitare i morti, a mantenere in vita per l'eternità coloro che a Lui si affidano, chiamandoli a una comunione con Lui: "E' il Dio dei vivi, non dei morti, perché tutti da Lui ricevono la vita" (Lc. 20, 18).
Questa potenza di vita non è ingegneria biologica, sforzo di laboratorio, ma amore fecondo. La paternità non è in Lui una qualità che si aggiunge alla divinità e che Egli mostra in determinate circostanze, ma la costituisce internamente e interamente. È Padre, Madre, alleato, amico, protettore fedele, difensore e vindice: insomma quanto noi possiamo immaginare sulla donazione di sé e sull'attaccamento viscerale alle sue creature. Amore e vita vanno in Lui di pari passo. Ama donando la vita, dona la vita per amore. Gesù lo ripete con affermazioni veloci, semplici e toccanti: Il Padre vi ama (Gv.16,17).
Per questo il Padre opera sempre nel mondo (Gv.5,17). Non sta a guardare e ad attendere. Prende l'iniziativa. È come un contadino che vigila il suo campo, come un vignaiolo che cura la sua pianta (Gv.15,1). Il campo sono tutti gli uomini, ciascuno in particolare. Su di essi, indipendentemente dalla loro bontà, fa sorgere il sole e piovere (Lc.5,45), provvede cioè quello che sostiene e diffonde la vita, lo splendore e la gioia che essa porta. Egli conosce i nostri bisogni prima che noi glie li raccontiamo (Lc.6,8) ed è disposto a concedere quanto di buono e necessario gli uomini gli chiedano (Lc.7,11). Più ancora quando si accordano come fratelli, perché vuole la nostra pace e la nostra concordia (M.18,19).
Filippo ha parlato per noi. Abbiamo bisogno di ritornare sempre a Gesù per vedere il Padre in maniera vera, capace di parlare alla nostra vita.