CULTURA SALESIANA
Mostra a Torino del Museo "Duca
degli Abruzzi" sul salesiano/esploratore don ADe Agostini
FINIS TERRAE (1)
NELLE SOLITUDINI AUSTRALI
di Leonardo Bizzaro
Il Museo Nazionale della Montagna "Duca degli Abruzzi" di Torino ha
varato una grande iniziativa culturale: FINIS TERRÆ. Alberto Maria De
Agostini e Walter Bonatti nelle solitudini australi. Due filmati
televisivi ricalcano i percorsi del grande esploratore salesiano in Patagonia e
nella Terra del Fuoco, una mostra fotografica espone foto storiche del
missionario biellese. Il volume che illustra l'esposizione dedicata a De
Agostini è la ristampa di un'opera andata a ruba e da tempo esaurita: Ai
limiti del mondo: Alberto Maria De Agostini in Patagonia e Terra del Fuoco.
Dall'estremità meridionale della Terra del Fuoco, dove la geologia del
continente si frantuma in un'infinità di isole e isolette e di canali
sconvolti dalla furia del vento e dalle gigantesche maree, fino al cuore della
Patagonia, il Monte San Lorenzo, la seconda cima delle Ande Australi. È
davvero un mondo senza fine quello esplorato, frugato e percorso da don Alberto
Maria De Agostini. L'acabamiento de la Tierra, come dicono
laggiù, è una sfilata di coste frastagliate e spiagge deserte che
mostrano la firma prepotente dell'oceano. Nell'interno vedi pampas a
perdita d'occhio, contempli laghi, montagne e ghiacciai che scendono a livello
del mare. Cieli immensi sembrano abbracciare la terra e paurosi convogli di
nubi vanno a perdersi nel nulla. E il vento. Terribile, insistente, che dura
giorni, settimane, mesi, senza cessare un solo istante, cozza urlando contro le
montagne, piega gli alberi, spazza le pianure, fa scricchiolare tetti e pareti,
alza colonne d'acqua e di polvere.
1909 LA SCELTA
Classe 1883, originario di Pollone, a due passi da Biella, Alberto Maria De
Agostini arrivò per la prima volta sulla sponda settentrionale
dello Stretto di Magellano, confine ultimo della Patagonia, alla fine del 1909.
Neanche due mesi prima era stato consacrato sacerdote salesiano, e aveva scelto
la strada delle missioni più lontane, dall'altra parte del mondo. Da
Torino a Punta Arenas, direttamente: un viaggio lunghissimo, con i mezzi di
quel tempo. Che non finì in vista della Terra del Fuoco; quella fu la
prima tappa di un vagabondaggio interminabile, trentacinque anni in lungo e in
largo nelle terre della Fin del mundo. Un'esperienza umana e religiosa
incredibile. Una vicenda consumata a contatto con gli ultimi indios, giunti
ormai al capitolo finale della loro storia dopo anni di convivenza grama e
impossibile con i bianchi, spintisi fin laggiù inseguendo sogni di
ricchezza. Ma anche una vita al cospetto di una natura fantastica e selvaggia,
in luoghi mai toccati prima dall'uomo.
UNA PERSONALITA' POLIEDRICA
Missionario ed esploratore, alpinista e geografo, fotografo e scienziato,
personalità versatile e poliedrica, De Agostini rappresenta uno dei
grandi miti di quel mondo lontano. In Patagonia e Terra del Fuoco tutti sanno
chi è. Ancora oggi non c'è estanciero che non ne conosca
il nome, che non ne abbia sentito parlare in casa dai padri e dai nonni.
Persino i peones sanno tutto dei suoi movimenti, dei suoi viaggi. Lo
considerano uno di loro. Dicono che sapeva andare a cavallo, che non temeva il
freddo, le tempeste, la solitudine. Continuano a parlarne come se fosse un
eroe. Di fatto era un uomo coraggioso che aveva condiviso stenti e sacrifici
con gli umili. Che aveva saputo difendere gli indios sino in fondo. E che non
si era mai tirato indietro di fronte alle difficoltà.
Capitava di incontralo nei luoghi più impensati. Andreas Madsen, il
pioniere danese che costruì la sua estancia ai piedi del Fitz
Roy, ne parla con ammirazione. Ricorda il primo incontro con lui, la messa
celebrata la mattina di Natale in casa propria, quasi un miracolo nel grande
deserto della Patagonia. E si sofferma sulla partenza della piccola spedizione
del sacerdote italiano, il giorno dopo, verso l'interno di una cordigliera di
cui ancora si sapeva pochissimo.
PIONIERE SCRITTORE
L'esplorazione ce l'aveva nel sangue, De Agostini, come la passione per la
montagna e per la fotografia. Del resto arrivava da Biella, terra di Vittorio
Sella, il più grande fotografo-alpinista dell'epoca, e sapeva
perfettamente come ci si muove su sentieri, pareti e ghiacciai. Sapeva
destreggiarsi anche con la penna, e con le carte topografiche. Tuttavia
l'interesse per la geografia e il suo particolare "stile missionario"
non erano solo farina del suo sacco. "Sono andato in terre che esigevano
una vera ricerca scientifica, sia antropologica tra gli indi, sia geografica e
geologica sul territorio. Era certamente una mia passione, ma fu anche un
ordine tassativo che ricevetti", scriverà nel suo primo
libro, I miei viaggi nella Terra del Fuoco. In ogni caso, l'impulso a
spingersi oltre, ad esplorare, a cercare, in lui doveva essere fortissimo.
Facile, oggi, pensarlo un privilegiato di fronte a una bella veduta dello Hielo
Continental, del Paine o del Monte San Lorenzo. Ma laggiù, a inizio
secolo, le meraviglie della natura selvaggia avevano prezzi da capogiro.
Costavano fatica, privazioni, pazienza. Giorni e giorni a piedi e a cavallo,
sotto la sferza del vento implacabile, sballottamenti tra le onde dell'oceano,
notti sotto la pioggia battente, vestiti inzuppati, fame.
(continua)