ATTUALITÀ
I meno protetti tra i
non protetti sono i bambini anche se pare incredibile. in questo mese dei bimbi
L'INFANZIA NEGATA
di Giuseppina Cudemo
Li chiamano meminos de Rua, bambini di strada perché molti di essi hanno
per casa la strada e sono alla mercé degli squadroni della morte: uccisi
perché - dicono - non disturbino il riposo dei quartieri-bene delle
grandi città. E c'è il fondato sospetto che la polizia stessa sia
complice di queste atrocità. Ma non solo in Brasile.
Durante la sua attività di giornalista televisivo Piero Badaloni ha
raccolto, nei suoi viaggi in America Latina, testimonianze drammatiche. In un
libro "L'infanzia negata" egli scrive tutto ciò che ha visto e sentito.
Baby, 16 anni, per esempio è un corriere della droga e accetta, tacendo
il suo nome vero, di raccontare: "Il nostro è una specie di impiego.
Insieme a tanti altri ragazzi facciamo la guardia la notte sulla collina.
Dobbiamo assicurarci che la strada sia libera. Poi portiamo la merce a
destinazione, all'alba. In cambio riceviamo in regalo una dose di cocaina da
sniffare o di marijuana da fumare".
Molte storie si somigliano, come il dramma che le accomuna: "Mi chiamo Sidney
de Oliveira, ho 12 anni. Vivo per strada perché i miei genitori non mi
vogliono. Mi hanno buttato fuori casa e adesso sto qui e rubo per mantenermi.".
Un altro: "Io mi chiamo Robson e ho 15 anni; rubo perché non ho i soldi
per mangiare. Chiaro? E poi i poliziotti non mi piacciono perché ci
complicano la vita, non ci consentono di chiedere l'elemosina, così non
resta che rubare e io rubo. Che dovrei fare se nessuno mi aiuta? Chiaro no?".
Un altro ancora: "Sono Cristiano Gomez da Silva, ho 13 anni. Vivo qui per
strada con i miei amici. Ce la caviamo rubando ai bianchi, dovunque capita, a
qualsiasi ora".
Fuggiti dalle favelas o abbandonati dalle famiglie il destino di questi bambini
è senza futuro. Chi non ruba o non fa il corriere della droga, per paura
di restare ucciso da una pallottola, va in giro a chiedere l'elemosina,
nell'indifferenza generale.
NON SOLO IN BRASILE
Come può un bambino diventare adulto quando il disagio che vive si pone
come ostacolo al suo sviluppo e alla sua maturazione? Ha cercato di rispondere
l'AVSI (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale) nel convegno
"Bambini del mondo, questione da grandi". Suor Rachele Fossera che dal 1985
insegna nella scuola secondaria femminile di Aboche in Uganda lotta per
ottenere la liberazione delle 21 ragazze rapite dai ribelli e ancora nelle loro
mani (complessivamente le ragazze rapite sono state 152). Ella racconta
l'arrivo al campo dei guerriglieri, dove trova le bambine in preda allo
spavento e con i vestiti strappati. Da allora ha deciso di occuparsi dei
rapimenti di bambini che avvengono nell'Uganda, denunciando questa piaga
sociale alle istituzioni internazionali, ai governi e agli organi di
informazione.
Sulle condizioni di vita dei bambini che abitano la regione dei Grandi Laghi ha
parlato anche Lucia Castelli, pediatra in Rwanda, in un programma di supporto
psico-sociale alle piccole vittime dei conflitti. "I bambini che a causa della
guerra restano orfani, vengono reclutati dai militari o dai ribelli diventando
bambini/soldato subendo più di altri le conseguenze dei conflitti: mine
antiuomo, malattie o morte". Il 60% dei soldati delle truppe ribelli in Uganda
sono bambini sotto i 16 anni. "La strategia è quella di manipolarli e
costringerli con la violenza, perché a loro volta siano capaci di
torturare e uccidere altri. Le adolescenti vengono date come mogli ai ribelli.
Le autorità locali calcolano che dal '93 ad oggi siano stati rapiti
più di 14 mila bambini. Solo la metà sono riusciti a tornare a
casa".
L'IMPEGNO DEI SALESIANI
Dieci anni dopo la firma della Convenzione Internazionale sui diritti dei
bambini, in Colombia, in Brasile, in Argentina, in Cina, in India e in molti
stati africani la casa dei ragazzi è la strada e non solo per i
più poveri. Di bambini di strada ce ne sono anche nelle nazioni
industrializzate; su circa cento milioni sparsi nel mondo, dieci milioni sono
nei paesi ricchi. È stato rivelato dal convegno mondiale riunito a Roma
dal Dicastero della Pastorale Giovanile e dal Volontariato Internazionale per
lo Sviluppo (VIS), l'associazione dei salesiani che tanto fa per i ragazzi
più disgraziati tra i disgraziati.
Don Geraldo Caliman, docente di sociologia dell'emarginazione presso
L'Università Pontificia Salesiana a Roma, è stato per sette anni
direttore del Centro Salesiano del Minore a Brasilia, stando a contatto con i
giovani a rischio, ragazzi di strada e adolescenti lavoratori.
Egli ha svolto una ricerca tra i 1272 adolescenti appartenenti alle classi
sociali "média" e "alta" di una cittadina brasiliana. È emerso
che l'assenza del padre e della madre, le difficoltà nello studio, il
bassissimo reddito familiare si accompagnano a una visione materialistica della
vita di un ragazzo. Dice don Caliman: "Spesso gli adolescenti rispondono in
maniera inadeguata alle difficoltà, adottando una serie di comportamenti
deviati. Vanno a vivere nella strada, rubano, si prostituiscono, assumono o
spacciano droga. C'è da notare però che comportamento deviante
non è sinonimo di delinquenza. La devianza infatti è il
comportamento che va contro le norme del vivere sociale, norme non scritte. La
delinquenza invece è il comportamento che si ribella alla legge
stabilita".
ALTRI SAMARITANI
Se comportamento deviante non significa delinquenza, è però ovvio
che può generarla. C'è comunque in tutto quanto detto un segnale
di speranza: Padre Clodoveo Piazza, gesuita, responsabile di una
comunità dell'OAI (Organizzazione per l'assistenza all'Infanzia) con
sede a Bahia, afferma: "Noi cerchiamo di ricostruire una vita ai bambini
attraverso famiglie 'artificiali', affidando a madri che hanno figli propri
altri bambini, fino a dieci". Si cerca così di far loro provare il gusto
di una famiglia normale, anche se c'è il rischio che, soprattutto i
padri, si trasformino in 'istitutori'. "Ad ogni famiglia, dice padre Clodoveo,
vengono affidati bambini o bambine, di età differenti, dai più
piccoli ai più grandi. Qui invece ne abbiamo più di 400, divisi
in comunità, che dovrebbero ospitarne non più di 50 per
funzionare bene. Quella dove abito io, un antico orfanotrofio trasformato, ne
accoglie attualmente 150. Ci occupiamo anche del lavoro e dell'avviamento
professionale. Questi bambini quasi sempre hanno ritardi di apprendimento, e
alle volte rifiutano la scuola. Cerchiamo di proporgli altre attività, o
artistiche o lavorative, mettendoli di fronte all'esigenza di avere un minimo
di conoscenze scolastiche per poter riuscire a svolgere una qualsiasi
attività, come manovrare una macchina. Ci si sforza di fargli ricuperare
il tempo perso. Questo "avviamento" vale per tutte le età; è il
tentativo di offrire gli stimoli che non hanno mai avuto da un padre e da una
madre veri. Ma in tutto il terzo mondo cresce la povertà, e la mancanza
di un lavoro, la famiglia si dissolve, e i bambini, anche i più piccoli,
devono arrangiarsi per conto proprio. Poiché in casa non c'è
niente eleggono a dimora la strada dove qualcosa, in un modo o nell'altro,
riescono sempre a trovare".
Molti organismi internazionali si occupano di questi problemi, per esempio
Amnesty International, ma non basta, il problema è gravissimo. Tutte le
testimonianze raccolte sono una drammatica denuncia di un'infanzia negata da
una realtà sociale atroce che costringe troppi bambini nel mondo a
rinunciare alla propria infanzia e a vivere esperienze terribili di solitudine
e di violenza.