COME DON BOSCO

L'educatore
di Bruno Ferrero

SE LA REALTA' E' COSI' DURA.
(DEVO LASCIARE CHE MIO FIGLIO CI SBATTA CONTRO?)

Al tempo in cui tutti andavano scalzi, un grande capo indiano, che aveva i piedi sensibili e poco buon senso, soffriva molto dovendo camminare sui sassi e sul suolo rugoso del territorio della sua tribù. Dopo averci pensato, prese una solenne decisione. Ordinò ai suoi guerrieri di cacciare tutti i bisonti del paese per coprire con le loro morbide pelli l'intera superficie del suo territorio. Non potendo cambiare i suoi piedi, avrebbe cambiato il suolo! A costo di sterminare l'intera specie dei bisonti. Il popolo ne fu sconcertato. Una delegazione di guerrieri si recò dal vecchio e saggio sciamano della tribù a chiedere consiglio. Lo sciamano rispose: "Consigliate al capo di tagliare due piccoli pezzi di pelle di bisonte per proteggersi i piedi. Dovunque vada, non avrà più male ai piedi". Così nacquero le scarpe.

Molti genitori ragionano come il grande capo della storiella. Vorrebbero "foderare" il mondo affinché i loro bambini non rischino di ammaccarsi contro la realtà. E' necessario invece applicare il consiglio dello stregone: "foderare" adeguatamente la mente e il carattere dei figli. Il dono più importante e necessario che i genitori possono fare ai figli è il senso di responsabilità. Soltanto loro possono dotare i figli di questo "fondamentale umano": il mondo circostante si dimostra sempre più incapace di responsabilizzare i cittadini e per mantenere l'ordine sociale si affida alla forza pubblica.

I bambini devono poter prendere decisioni per abituarsi a fare delle scelte. Molti genitori, di solito spinti dall'assillo della fretta, preferiscono decidere al posto dei figli e imporre le scelte che li riguardano attraverso l'ubbidienza, minacciando le inevitabili punizioni. La persona responsabile invece si forma con un lungo tirocinio (e quasi sempre con qualche ammaccatura morale) e non con le minacce, le prediche, le punizioni o le ricompense. Ricompense e punizioni negano al bambino l'opportunità di prendere la propria decisione e sentirsi quindi responsabile delle proprie azioni. Con un po' di immaginazione si possono mettere i bambini nella condizione di "provare" che cosa significa optare per una determinata scelta piuttosto che per un'altra. Che cosa possiamo fare quando il bambino si comporta male? Che succede se la madre si dimentica il dolce nel forno? Ne deriva logicamente che il dolce si brucia: è una conseguenza naturale della sua smemoratezza. Così, se lasciamo che il bambino conosca per prova le conseguenze dei suoi atti, realizziamo una situazione istruttiva che è onesta e reale.

Le conseguenze naturali rappresentano la costrizione operata dalla realtà, senza nessuna azione specifica da parte dei genitori, e sono sempre efficaci. Per esempio, dormendo troppo a lungo, un bambino arriverà in ritardo a scuola per forza di cose e dovrà affrontare l'ira dell'insegnante. Guido a quattro anni infilava le scarpe regolarmente nel piede sbagliato, il che dava piuttosto fastidio alla madre. "Per amor del cielo, Guido; quando imparerai a infilarle come si deve! Vieni qui". Poi la madre lo metteva e sedere e gli scambiava le scarpe. La madre può infilarsi in una situazione conflittuale con il figlio oppure decidere di adottare le conseguenze naturali e logiche. I piedi sono quelli del figlio, non i suoi. Se lei non interverrà, Guido avrà inevitabilmente una prova di quanto sia scomodo camminare in un paio di scarpe infilate al piede sbagliato. Quando noterà che le scarpe sono calzate a dovere per la prima volta, la madre potrà dire tranquillamente come sia soddisfatta che il figlio sappia adesso come fare. Non c'è altro da dire: basterà questo per dare a Guido il riconoscimento del risultato e la spinta a continuare nei suoi tentativi. Molte volte i genitori non dovrebbero far altro che chiedersi: "Che cosa sarebbe successo se non fossi intervenuto?" I compiti non fatti provocano l'indignazione dell'insegnante; i giocattoli distrutti sono buttati via, e non sostituiti; se la cena è fissata per le ore 19 non c'è possibilità di mangiare successivamente; i vestiti non gettati nel cesto della biancheria sporca non vengono lavati; e così via. Se vi è di mezzo il pullman della scuola, i bambini in ritardo dovranno andare a piedi, anche se la strada è lunga. Ne hanno l'energia sufficiente.

Occorrono attenzione ed equilibrio. Le conseguenze logiche e naturali si possono applicare solo se non esiste un vero pericolo per l'incolumità dei figli. E' importante anche ricordare che una volta stabilita una "legge" con una conseguenza logica del tipo "La biancheria sporca che non viene riposta nel cestino apposito non sarà lavata", anche i genitori sono tenuti ad osservarla. Una mamma chiese al figlio, due anni, di riporre i vestiti sporchi nel cesto della biancheria. Il bambino la guardò senza capire, allora la mamma spiegò: "... dove mettiamo le cose da lavare". Ebbe un lampo negli occhi, raccolse i vestiti, andò dritto in camera dei genitori e li depositò sul pavimento, dalla parte del papà.
Quando si usa il termine conseguenze logiche i genitori ne fraintendono spesso il significato, considerandolo un nuovo sistema per imporre ai figli le proprie esigenze. I bambini, invece, lo vedono come una punizione camuffata. Il segreto sta nella tecnica di applicazione, che contempla una ritirata imparziale da parte del genitore, il quale consente così che si instauri una logica sequenza di avvenimenti. L'applicazione accurata e coerente di conseguenze logiche è spesso efficace, e può risolversi in una stupefacente riduzione dell'antagonismo e in una maggiore armonia del rapporto familiare. I bambini afferrano rapidamente la giustizia che impronta le conseguenze logiche e in genere le accettano senza riserve e senza rancore.



il genitore
di Marianna Pacucci

SI STA DAVVERO MALE FUORI CASA?

Non so se è il mammismo a impedire ai figli di vivere fuori casa in modo sereno o se piuttosto i ragazzi di oggi preferiscano la famiglia-rifugio ad un faticoso allenamento alla vita sociale. E' certo però che giovani e adulti condividono una radicata diffidenza verso l'ambiente esterno, di cui si valutano solo i pericoli e i problemi, piuttosto che le risorse e le opportunità.

La nostra esperienza famigliare è stata impostata un po' diversamente, sin da quando i figli erano piccoli. Mi sono detta subito che non avrei reso loro un buon servizio proponendo l'idea di una società malata, sbagliata, dalla quale tenersi alla larga. A parte il fatto che questo tipo di presentazione è un bell'autogol per noi adulti (dove eravamo mentre il mondo andava alla deriva?), mi è parso che la logica del tipo "noi della famiglia siamo buoni e bravi mentre il resto del mondo fa schifo", avrebbe spinto i figli a coltivare un'altezzosa quanto penalizzante emarginazione rispetto alla realtà circostante. Ho ritenuto più onesto, e soprattutto più cristiano, far capire loro che siamo tutti nella stessa barca, con qualità che devono essere valorizzate e limiti che occorre imparare a superare con l'aiuto reciproco. Questa corresponsabilità non basta avvertirla e viverla dentro le mura domestiche, dove spesso è facile instaurare un clima di collaborazione; se si crede veramente in questo valore, bisogna farne uno stile di vita che valga in tutti i contesti.

Certamente nel rapporto con l'esterno servono buoni strumenti di navigazione: bussole, mappe e braccia robuste per navigare al largo senza perdere la direzione di marcia e il senso della meta. Per questo ci siamo impegnati, chiedendo la collaborazione di scuola e parrocchia, a dotare i nostri figli di capacità critica, attitudine a decodificare i segni dei tempi, disponibilità a progettare e realizzare nuovi modelli di convivenza piuttosto che limitarsi a consumare quelli disponibili e ormai usurati. Oltre a tutto questo, ci è sembrata fondamentale, per vivere nella società, una grande passione. Non è facile, di questi tempi, fare innamorare i figli della società in cui vivono, così come è molto impegnativo insegnare loro ad amare la vita. Credo però che le due cose non debbano essere separate, né sul piano della comunicazione né su quello della testimonianza, perché sono interdipendenti.

Per essere protagonisti di una sollecitudine fattiva verso l'ambiente circostante, è opportuno che noi adulti mettiamo da parte il disincanto che ci impedisce di rimboccarci le maniche. Forse non ci farebbe male ravvivare la memoria della nostra giovinezza, riprendendo alcuni temi cari al Sessantotto, di cui ci siamo troppo frettolosamente e furtivamente liberati mentre cercavamo di recuperare il tempo perduto rispetto all'illusorio traguardo del successo.

Se tornassimo ad interessarci sinceramente di ciò che accade dentro e fuori casa, potremmo riscoprire anche il valore positivo del conflitto. Piuttosto che invitare i ragazzi all'individualismo e ad una pace che in realtà è solo rassegnazione verso le ingiustizie del mondo, dovremmo incoraggiarli a una partecipazione attiva, attraverso cui imparare a non tradire le loro convinzioni etiche, neppure quando devono rimetterci di persona. Il ruolo di noi genitori non consiste nel fasciare la testa ai figli, magari prima ancora che sbattano contro la durezza della realtà, ma nel rinforzare i loro muscoli perché possano manipolare la realtà rimodellandola secondo i loro sogni più belli. La nostra generazione può giungere solo alla soglia del mondo in cui abiteranno i giovani, ma avremmo molte meno ansie, se potessimo lanciare un'occhiata compiaciuta su una realtà più vivibile e umana.