CULTURA SALESIANA

Il salesiano don De Agostini fu certamente un grande pioniere, oltre che un grande sacerdote

FINIS TERRAE - LA PASSIONE DELLA SCOPERTA
di Leonardo Bizzaro

A rileggere distrattamente i suoi libri, c'è da perdersi in un caleidoscopio di percorsi e di paesaggi sempre diversi. Pure, De Agostini ha sempre avuto le idee chiare, quasi covasse in segreto un piano studiato fin nei minimi dettagli.


Ogni suo spostamento è il tassello di un mosaico che va componendosi in maniera armoniosa. Di più: ogni escursione sembra finalizzata a un disegno preciso: afferrare la chiave di volta di quel mondo lontano, cioè arrivare al cuore della Cordillera Patagonica Australe, la grande barriera montuosa che nessuno era ancora riuscito ad attraversare. Anche perché la catena più meridionale del Sud America ha una gigantesca anima di ghiaccio, costituta da due calotte gelate che si estendono per un totale di 30mila chilometri quadrati. Un universo che ricorda la Groenlandia e l'Antartide, dove il tempo sembra essersi fermato al Quaternario. All'interno di quel mondo, relitto smisurato di antiche epoche glaciali, abita il senso ultimo della ricerca geografica di De Agostini, delle sue ascensioni, delle sue incredibili esplorazioni. Come quella - mitica - dell'estate australe 1931 quando, dopo aver attraversato il ghiacciaio Upsala, il salesiano raggiunse con pochi compagni il centro del grande Hielo Patagonico Sur, percorse l'Altopiano Italia e si arrampicò sulla vetta del Monte Torino, fino a scorgere le acque del Seno Falcón, sul lato dell'Oceano Pacifico.

NON LO INTERESSAVANO I RECORD
Tre ore di discesa, e sarebbe arrivato al mare. Ma a lui non interessavano i record e i primati. Era più importante vedere, conoscere, capire. Virtualmente, quella fu la prima traversata della Cordillera Australe da ovest a est, dalla pampa argentina alle coste cilene. Non sarebbe rimasta un'esperienza isolata. A metterle in fila una dopo l'altra, le imprese di De Agostini - ché di vere imprese si tratta - ci si trova al cospetto di un'opera grandiosa, titanica. E mai fine a se stessa. Perché il salesiano non si tirò mai indietro nel raccontare, scrivere, e divulgare. Se oggi la Patagonia e la Terra del Fuoco fanno parte dell'immaginario collettivo, il merito è soprattutto suo. Dei suoi libri, dei suoi articoli, delle sue fotografie, del suo film Terre Magellaniche. Una produzione ingente, oggi in gran parte conservata in un fondo del Centro Documentazione del Museo Nazionale della Montagna di Torino, dove sono raccolte stampe, lastre fotografiche, il filmato appena citato, spezzoni di pellicole non montate, schizzi, lettere e documenti dell'esploratore biellese. Fosse arrivato laggiù qualche anno prima, il suo sforzo divulgativo avrebbe forse contribuito alla sopravvivenza degli indios, fatica a cui si stavano dedicando da tempo parecchi suoi confratelli. Ma quando il giovane biellese giunse a Punta Arenas, la tragedia del popolo fueghino era arrivata al suo epilogo. A dispetto di tutti gli sforzi dei missionari, gli Ona, gli Yaghàn, gli Alacaluf, indeboliti dalla lunga lotta contro l'uomo bianco e dall'impossibilità di condurre una vita libera, morivano come mosche per cause apparentemente insignificanti. Morbillo, influenza, scarlattina: malattie da bambini. Molti altri indios, prima di loro, erano stati falcidiati dal fucile degli avventurieri, degli allevatori, dei cacciatori di foche; o uccisi dall'alcol e dal veleno. Per gli indios ormai ogni cura risultava vana, tant'è che di lì a poco le missioni cominciarono a chiudere i battenti una dopo l'altra. La Candelaria, nei pressi di Río Grande in Terra del Fuoco, sarà trasformata in scuola agricola per i figli dei coloni bianchi. Le altre verranno abbandonate.

SUI SUOI PASSI
A quasi cinquant'anni dalla morte il Museo Nazionale della Montagna, da anni impegnato a documentare il percorso del salesiano nelle terre australi, ha cercato di inventariare il suo operato, attraverso il progetto FINIS TERRÆ, che ha potuto contare sulla collaborazione di Walter Bonatti, uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi, ma anche esploratore e fotografo. Uno staff del Museo con due troupe televisive ha ripercorso passo dopo passo le orme di De Agostini in Patagonia e Terra del Fuoco, dal Canal Beagle sino allo straordinario gruppo montuoso del Fitz Roy. Centinaia di chilometri in auto, in nave, in elicottero, ma anche a piedi e a cavallo. Con un'infinità di tappe intermedie, tutte quelle raccontate dall'esploratore salesiano nei suoi libri.

Prima i canali fueghini, il Monte Sarmiento, Ushuaia, la Missione della Candelaria, la Bahìa di San Sebastián (dove sbarcarono i salesiani per predisporre la prima missione sull'Isola Grande della Tierra del Fuego), lo Stretto di Magellano. Quindi la Patagonia: Punta Arenas, Puerto Natales, i gruppi montuosi del Balmaceda, del Paine, del Fitz Roy. E naturalmente i ghiacciai: da quelli che si affacciano ai fiordi marini, a quelli che terminano nei grandi laghi pedemontani argentini: l'Upsala, il Viedma, il gigantesco Hielo Continental. E ancora le estancias, i paesi, i piccoli agglomerati visitati dal salesiano, i musei, le case dei pionieri. Una ragnatela di itinerari per ricucire, assieme con Walter Bonatti - che ha iniziato le sue straordinarie esperienze patagoniche (scalate, esplorazioni, viaggi) leggendo in gioventù i libri di De Agostini - una storia incredibile, sovrapponendo documenti d'epoca (fotografie, filmati, testimonianze) a riprese attuali, commenti nati sul campo a citazioni tratti dai libri del sacerdote-esploratore. Uno degli ultimi, grandi uomini d'avventura prima dell'avvento della fotografia aerea e satellitare, quando l'esplorazione necessitava di intuito, resistenza fisica e nervosa, ottimismo, studio e cocciutaggine. Ma anche un esploratore - come raccontano i pochi abitanti di quelle contrade lontane - che disponeva di una chance e di una motivazione in più rispetto a tutti gli altri: quella di essere un inviato speciale ai limiti del mondo per conto di un santo: Don Bosco.