Lungo la Via Appia, all'altezza della
tomba di Cecilia Metella, dove una volta c'erano delle cave di pozzolana, la
prima comunità dei credenti in Gesù risorto costruì un cimitero e un luogo di
incontro e di preghiera che, dal termine greco della depressione creata dalla
cava, ebbe la denominazione ad catacumbas (Katà Kumbas, presso la
depressione).
Le vicende edificatorie del territorio
sono molto complesse: in poco più di due secoli si passò dallo scavo di un
articolato cimitero sotterraneo (quello che attualmente chiamiamo le Catacombe
di San Sebastiano), partendo da un primitivo cimitero pagano, alla costruzione
di una loggia (triclia) dove i fedeli celebravano i banchetti in ricordo
dei defunti, alla costruzione, nella prima metà del IV secolo dell'importante Basilica
apostolorum, la Basilica degli apostoli.
Le basiliche sorte sul sepolcro degli
apostoli martirizzati a Roma erano, allora come oggi, quelle di san Pietro in
Vaticano e di san Paolo sulla Via Ostiense; resta dunque da spiegare l'origine
dell'antica denominazione di questo edificio. Secondo la tradizione, nel 258,
durante la persecuzione dell'imperatore Valeriano, le reliquie dei due santi
furono traslate nel cimitero di san Sebastiano. La tradizione e le numerose
scritte, tra le quali è famosa quella che recita: Paule ed Petre petite pro
Victore (Polo e Pietro intercedete per Vittore), tracciate sulle
pareti degli ambienti, un tempo in superficie e interrati all'epoca della
costruzione della basilica, sostengono questa ricostruzione dei fatti.
LA CHIESA CIRCIFORME
RISTRUTTURAZIONI
ARREDI MONUMENTI CAPPELLE
La prima cappella di sinistra, di
fronte a quella delle reliquie, è dedicata a san Sebastiano. Progettata da Ciro
Ferri (1634-1689), su commissione del card. Francesco Barberini, accoglie le
reliquie del santo in un'urna marmorea inserita nell'altare voluta dal
Barberini. La statua sotto l'altare raffigura san Sebastiano giacente ed è
opera di Antonio Giorgetti (1671).
La lapide che si trova a sinistra,
appena entrati nella basilica, proviene dalle catacombe e riporta l'elogio del
martire Eutichio, composto da papa Damaso e inciso da Furio Filocalo;
quest'ultimo era un incisore di iscrizioni molto dotato che ha lasciato la
testimonianza del suo lavoro esclusivamente sulle lapidi volute dal papa. Molto
interessante è pure il piccolo tabernacolo del primo Rinascimento che sovrasta
la lapide damasiana; l'anonimo scultore vi ha raffigurati il Redentore tra gli
angeli.
Non si seppelliva solo nelle catacombe,
ma anche nelle tombe terragne dei cimiteri sub divo (cioè
all'aria aperta) e nei sarcofagi, massicce arche di marmo
o di pietra, sovente decorate a motivi geometrici, naturalistici e figurati.
Il sarcofago in uso nel mondo romano
era a cassa parallelepipeda oppure a vasca (simile al precedente, ma con i
bordi smussati) con la sola faccia anteriore decorata. Il motivo ornamentale
più ricorrente era a strigile: una serie di scanalature parallele a forma di
ampia 'S', simile allo strigile, lo strumento usato dagli atleti per detergersi
dall'olio e dal sudore dopo la gara. Sovente, alle estremità e al centro di
questa decorazione si scolpivano delle scene figurate: la figura del buon
pastore, il ritratto dell'occupante, la tradizio legis: Gesù che
consegna agli apostoli Pietro e Paolo il Vangelo, oppure una scena biblica. Il
ritratto del defunto sovente ci appare indecifrabile e non perché sia stato
corroso dal tempo, ma per il semplice fatto che non è mai stato eseguito. I
sarcofagi erano preparati in botteghe specializzate in questo genere di
lavorazione, in molti casi distanti dai luoghi dell'utilizzo, sulle coste della
Grecia o dell'Asia Minore, perciò gli artigiani eseguivano le figurazioni
generiche, ma lasciavano appena abbozzati i ritratti, affidando agli artefici
sul luogo della sepoltura il compito di rifinirli con i lineamenti il più
possibile fedeli a quelli del defunto.
Si approntavano anche sarcofagi con la facciata riccamente ornata con episodi,
come sempre tratti dall'ampio repertorio dei racconti biblici. Il più bello di
tutti è certamente il sarcofago di Giunio Basso, un capolavoro della scultura
del secolo IV, conservato nel tesoro della basilica di san Pietro. Le dieci
scenette, tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento, sono allineate su due
registri; al centro della fascia superiore vi è la figura di Gesù buon maestro,
assiso in cattedra e affiancato dai due apostoli Pietro e Paolo ai quali
consegna il Vangelo. Nella raccolta lateranense dei Musei Vaticani è conservato
un sarcofago con simboli che rimandano alle parabole evangeliche: sulla
facciata sono raffigurate tre immagini del buon pastore (Gesù è il buon
pastore) poste al centro e agli estremi di una scena di vendemmia (Gesù è la
vera vite; oppure: al momento della morte si raccolgono i frutti di una buona
vita). Nello stesso museo si conservano i sarcofagi monumentali, in porfido
rosso (la pietra imperiale), di sant'Elena, e di santa Costanza,
rispettivamente madre e figlia dell'imperatore Costantino, provenienti dai loro
mausolei. Sulla facciata del primo è raffigurata una scena con cavalieri, il
secondo reca alcuni simboli cristiano come pavoni, agnelli e scene di vendemmia
con putti che pigiano l'uva nel tino e si aggirano tra girali di acanto e
grappoli d'uva.
La basilica sorse nella prima metà del
IV secolo, ed aveva una curiosa struttura detta circiforme per averla
presa in prestito dal circo, il luogo dove correvano le bighe: la chiesa era
formata da una vasta navata centrale racchiusa da un deambulatorio, una sorta
di camminamento formato dalle due navate laterali e dal loro prolungamento, che
permetteva di entrare nell'edificio sacro senza accedere all'aula centrale,
percorrerlo in tutta la lunghezza, girare attorno al presbiterio e uscire dal
lato opposto. Questa porzione di chiesa era occupata dalle sepolture dei
semplici fedeli e dai mausolei dei personaggi importanti della comunità.
La denominazione attuale risale al VII/VIII secolo e si deve alla deposizione
nelle catacombe del corpo del santo martire Sebastiano, un militare nativo di
Narbona, nella Gallia, ma di famiglia milanese, vittima della persecuzione di
Diocleziano. Nel secolo successivo, le reliquie furono traslate in san Pietro,
ma Onorio III, nel 1218, le riportò solennemente in questa chiesa a lui
dedicata.
Come tutte le antiche basiliche romane,
anche questa di san Sebastiano ha subito notevoli rimaneggiamenti, al punto da
essere irriconoscibile se messa a confronto con l'antica. Gli scavi
archeologici e gli studi sulla struttura hanno permesso di ricostruire,
abbastanza fedelmente, la forma dell'antico edificio. Il primo rilevante
intervento di revisione risale al secolo XIII, quando furono chiusi gli archi
di comunicazione tra le navate. Il deambulatorio, perdendo la sua funzione
originaria, andò in rovina. Il più organico restauro della basilica fu attuato
nel 1609, quando il card. Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, affidò
l'incarico della ricostruzione all'architetto Flaminio Ponzio.
Parlare di ricostruzione è forse eccessivo: il Ponzio riadattò ai nuovi
principi dell'architettura barocca i resti ancora in uso della basilica più
antica. L'interno del vetusto edificio assunse l'aspetto di una bianca e vasta
navata, decorata con sobrietà (quanta ne poteva permettere l'epoca). Le pareti
laterali sono scandite da tre arcate per lato, separate da una coppia di
lesene; il soffitto ligneo (le antiche strutture non potevano sopportare un
organismo in muratura) fu disegnato da Giovanni Vasanzio, il successore del
Ponzio; allo stemma del committente, il card. Borghese, si associa l'arma di
papa Gregorio XVI Cappellari che lo fece restaurare nel secolo scorso. Al
Vasanzio si deve anche la facciata, terminata nel 1613: la parte inferiore è
costituita da un portico a tre arcate su colonne binate di granito (provenienti
dall'antica basilica), nel registro superiore, le coppie di paraste, poste in
corrispondenza delle colonne, ripartiscono lo spazio in tre specchi con
finestre a timpano ricurvo, il tutto è sovrastato da un elegante timpano
triangolare di classica fattura.
Pur con sobrietà, la basilica è dotata
di splendidi arredi e monumenti d'arte. In una delle arcate di destra è
ospitata la cappella delle reliquie, che contiene tra le altre le impronte
lasciate, secondo la tradizione, dai piedi di Gesù sul bordo della Via Appia,
all'altezza della chiesetta del Domine quo vadis?, dopo l'incontro con
Pietro che fuggiva dalla città, timoroso della persecuzione. Poco più avanti,
separata da un artistico cancello di bronzo, si apre la Cappella Albani.
Costruita agli inizi del Settecento dagli architetti Alessandro Specchi, e
Carlo Fontana su disegno del pittore Carlo Maratta (1625-1713), per volere di
papa Clemente XI Albani in onore del santo papa Fabiano, associato nella festa
al santo titolare della basilica, il monumento dispiega all'interno una
esemplare e fastosa decorazione barocca fatta di stucchi e di marmi pregiati.
Conserva un'interessante tela di Pier Leone Ghezzi (1674-1755): San Fabiano
comunica l'imperatore Filippo l'Arabo e una statua del santo, opera di
Francesco Papaleo (1712).
Vicino al semplice altare maggiore ci sono quattro colonne di marmo verde
antico e i busti degli apostoli Pietro e Paolo dello scultore Nicola Cordier.
Parlando di catacombe è
d'obbligo accennare anche alle altre modalità di sepoltura degli antichi e,
segnatamente, dei cristiani. Presso i primi discepoli del Signore non era in
uso la pratica della cremazione, ampiamente utilizzata dai romani, ma quella
dell'inumazione e non in ottemperanza ad un principio igienico, ma per
affermare che il corpo riposava nel cimitero (il vocabolo deriva dal
greco e significa dormitorio) in attesa della risurrezione finale e le
catacombe sono la più grande testimonianza della fede dei padri.