FEBBRAIO 2000 SECONDO MESE DEL GIUBILEO

La tappa giubilare di questo mese si ferma sull'Appia Antica, la gloriosa via consolare che tanta storia racchiude lungo il suo percorso. Siamo nell'area cimeteriale cristiana più vasta di Roma con oltre un milione di tombe. Qui sorge la basilica di S. SEBASTIANO

LA BASILICA APOSTOLORUM AD CATACUMBAS
di Natale Maffioli

Lungo la Via Appia, all'altezza della tomba di Cecilia Metella, dove una volta c'erano delle cave di pozzolana, la prima comunità dei credenti in Gesù risorto costruì un cimitero e un luogo di incontro e di preghiera che, dal termine greco della depressione creata dalla cava, ebbe la denominazione ad catacumbas (Katà Kumbas, presso la depressione).

Le vicende edificatorie del territorio sono molto complesse: in poco più di due secoli si passò dallo scavo di un articolato cimitero sotterraneo (quello che attualmente chiamiamo le Catacombe di San Sebastiano), partendo da un primitivo cimitero pagano, alla costruzione di una loggia (triclia) dove i fedeli celebravano i banchetti in ricordo dei defunti, alla costruzione, nella prima metà del IV secolo dell'importante Basilica apostolorum, la Basilica degli apostoli.

Le basiliche sorte sul sepolcro degli apostoli martirizzati a Roma erano, allora come oggi, quelle di san Pietro in Vaticano e di san Paolo sulla Via Ostiense; resta dunque da spiegare l'origine dell'antica denominazione di questo edificio. Secondo la tradizione, nel 258, durante la persecuzione dell'imperatore Valeriano, le reliquie dei due santi furono traslate nel cimitero di san Sebastiano. La tradizione e le numerose scritte, tra le quali è famosa quella che recita: Paule ed Petre petite pro Victore (Polo e Pietro intercedete per Vittore), tracciate sulle pareti degli ambienti, un tempo in superficie e interrati all'epoca della costruzione della basilica, sostengono questa ricostruzione dei fatti.

LA CHIESA CIRCIFORME
La basilica sorse nella prima metà del IV secolo, ed aveva una curiosa struttura detta circiforme per averla presa in prestito dal circo, il luogo dove correvano le bighe: la chiesa era formata da una vasta navata centrale racchiusa da un deambulatorio, una sorta di camminamento formato dalle due navate laterali e dal loro prolungamento, che permetteva di entrare nell'edificio sacro senza accedere all'aula centrale, percorrerlo in tutta la lunghezza, girare attorno al presbiterio e uscire dal lato opposto. Questa porzione di chiesa era occupata dalle sepolture dei semplici fedeli e dai mausolei dei personaggi importanti della comunità.
La denominazione attuale risale al VII/VIII secolo e si deve alla deposizione nelle catacombe del corpo del santo martire Sebastiano, un militare nativo di Narbona, nella Gallia, ma di famiglia milanese, vittima della persecuzione di Diocleziano. Nel secolo successivo, le reliquie furono traslate in san Pietro, ma Onorio III, nel 1218, le riportò solennemente in questa chiesa a lui dedicata.

RISTRUTTURAZIONI
Come tutte le antiche basiliche romane, anche questa di san Sebastiano ha subito notevoli rimaneggiamenti, al punto da essere irriconoscibile se messa a confronto con l'antica. Gli scavi archeologici e gli studi sulla struttura hanno permesso di ricostruire, abbastanza fedelmente, la forma dell'antico edificio. Il primo rilevante intervento di revisione risale al secolo XIII, quando furono chiusi gli archi di comunicazione tra le navate. Il deambulatorio, perdendo la sua funzione originaria, andò in rovina. Il più organico restauro della basilica fu attuato nel 1609, quando il card. Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, affidò l'incarico della ricostruzione all'architetto Flaminio Ponzio.
Parlare di ricostruzione è forse eccessivo: il Ponzio riadattò ai nuovi principi dell'architettura barocca i resti ancora in uso della basilica più antica. L'interno del vetusto edificio assunse l'aspetto di una bianca e vasta navata, decorata con sobrietà (quanta ne poteva permettere l'epoca). Le pareti laterali sono scandite da tre arcate per lato, separate da una coppia di lesene; il soffitto ligneo (le antiche strutture non potevano sopportare un organismo in muratura) fu disegnato da Giovanni Vasanzio, il successore del Ponzio; allo stemma del committente, il card. Borghese, si associa l'arma di papa Gregorio XVI Cappellari che lo fece restaurare nel secolo scorso. Al Vasanzio si deve anche la facciata, terminata nel 1613: la parte inferiore è costituita da un portico a tre arcate su colonne binate di granito (provenienti dall'antica basilica), nel registro superiore, le coppie di paraste, poste in corrispondenza delle colonne, ripartiscono lo spazio in tre specchi con finestre a timpano ricurvo, il tutto è sovrastato da un elegante timpano triangolare di classica fattura.

ARREDI MONUMENTI CAPPELLE
Pur con sobrietà, la basilica è dotata di splendidi arredi e monumenti d'arte. In una delle arcate di destra è ospitata la cappella delle reliquie, che contiene tra le altre le impronte lasciate, secondo la tradizione, dai piedi di Gesù sul bordo della Via Appia, all'altezza della chiesetta del Domine quo vadis?, dopo l'incontro con Pietro che fuggiva dalla città, timoroso della persecuzione. Poco più avanti, separata da un artistico cancello di bronzo, si apre la Cappella Albani. Costruita agli inizi del Settecento dagli architetti Alessandro Specchi, e Carlo Fontana su disegno del pittore Carlo Maratta (1625-1713), per volere di papa Clemente XI Albani in onore del santo papa Fabiano, associato nella festa al santo titolare della basilica, il monumento dispiega all'interno una esemplare e fastosa decorazione barocca fatta di stucchi e di marmi pregiati. Conserva un'interessante tela di Pier Leone Ghezzi (1674-1755): San Fabiano comunica l'imperatore Filippo l'Arabo e una statua del santo, opera di Francesco Papaleo (1712).

La prima cappella di sinistra, di fronte a quella delle reliquie, è dedicata a san Sebastiano. Progettata da Ciro Ferri (1634-1689), su commissione del card. Francesco Barberini, accoglie le reliquie del santo in un'urna marmorea inserita nell'altare voluta dal Barberini. La statua sotto l'altare raffigura san Sebastiano giacente ed è opera di Antonio Giorgetti (1671).

La lapide che si trova a sinistra, appena entrati nella basilica, proviene dalle catacombe e riporta l'elogio del martire Eutichio, composto da papa Damaso e inciso da Furio Filocalo; quest'ultimo era un incisore di iscrizioni molto dotato che ha lasciato la testimonianza del suo lavoro esclusivamente sulle lapidi volute dal papa. Molto interessante è pure il piccolo tabernacolo del primo Rinascimento che sovrasta la lapide damasiana; l'anonimo scultore vi ha raffigurati il Redentore tra gli angeli.
Vicino al semplice altare maggiore ci sono quattro colonne di marmo verde antico e i busti degli apostoli Pietro e Paolo dello scultore Nicola Cordier.

Natale Maffioli
GLOSSARIO
Parlando di catacombe è d'obbligo accennare anche alle altre modalità di sepoltura degli antichi e, segnatamente, dei cristiani. Presso i primi discepoli del Signore non era in uso la pratica della cremazione, ampiamente utilizzata dai romani, ma quella dell'inumazione e non in ottemperanza ad un principio igienico, ma per affermare che il corpo riposava nel cimitero (il vocabolo deriva dal greco e significa dormitorio) in attesa della risurrezione finale e le catacombe sono la più grande testimonianza della fede dei padri.

Non si seppelliva solo nelle catacombe, ma anche nelle tombe terragne dei cimiteri sub divo (cioè all'aria aperta) e nei sarcofagi, massicce arche di marmo o di pietra, sovente decorate a motivi geometrici, naturalistici e figurati.

Il sarcofago in uso nel mondo romano era a cassa parallelepipeda oppure a vasca (simile al precedente, ma con i bordi smussati) con la sola faccia anteriore decorata. Il motivo ornamentale più ricorrente era a strigile: una serie di scanalature parallele a forma di ampia 'S', simile allo strigile, lo strumento usato dagli atleti per detergersi dall'olio e dal sudore dopo la gara. Sovente, alle estremità e al centro di questa decorazione si scolpivano delle scene figurate: la figura del buon pastore, il ritratto dell'occupante, la tradizio legis: Gesù che consegna agli apostoli Pietro e Paolo il Vangelo, oppure una scena biblica. Il ritratto del defunto sovente ci appare indecifrabile e non perché sia stato corroso dal tempo, ma per il semplice fatto che non è mai stato eseguito. I sarcofagi erano preparati in botteghe specializzate in questo genere di lavorazione, in molti casi distanti dai luoghi dell'utilizzo, sulle coste della Grecia o dell'Asia Minore, perciò gli artigiani eseguivano le figurazioni generiche, ma lasciavano appena abbozzati i ritratti, affidando agli artefici sul luogo della sepoltura il compito di rifinirli con i lineamenti il più possibile fedeli a quelli del defunto.

Si approntavano anche sarcofagi con la facciata riccamente ornata con episodi, come sempre tratti dall'ampio repertorio dei racconti biblici. Il più bello di tutti è certamente il sarcofago di Giunio Basso, un capolavoro della scultura del secolo IV, conservato nel tesoro della basilica di san Pietro. Le dieci scenette, tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento, sono allineate su due registri; al centro della fascia superiore vi è la figura di Gesù buon maestro, assiso in cattedra e affiancato dai due apostoli Pietro e Paolo ai quali consegna il Vangelo. Nella raccolta lateranense dei Musei Vaticani è conservato un sarcofago con simboli che rimandano alle parabole evangeliche: sulla facciata sono raffigurate tre immagini del buon pastore (Gesù è il buon pastore) poste al centro e agli estremi di una scena di vendemmia (Gesù è la vera vite; oppure: al momento della morte si raccolgono i frutti di una buona vita). Nello stesso museo si conservano i sarcofagi monumentali, in porfido rosso (la pietra imperiale), di sant'Elena, e di santa Costanza, rispettivamente madre e figlia dell'imperatore Costantino, provenienti dai loro mausolei. Sulla facciata del primo è raffigurata una scena con cavalieri, il secondo reca alcuni simboli cristiano come pavoni, agnelli e scene di vendemmia con putti che pigiano l'uva nel tino e si aggirano tra girali di acanto e grappoli d'uva.