VOLONTARIATO

NELLA LAGUNA VERDE
di Maria Antonia Chinello

Cinque giovani volontari e una suora nella missione di Ocotepec, nel Chiapas. Un mese nella terra dei poveri, minacciata da una guerra senza frontiere, senza vincitori né vinti. Nel cuore dell'esperienza, un laboratorio di psicologia, che ha rivelato le persone a se stesse e agli altri.

Pensare ad Ocotepec, nel cuore dello stato del Chiapas in Messico, significa abbandonare l'idea di strade asfaltate che mettono in contatto con i nodi commerciali del paese e con altri gruppi etnici. La realtà è un itinerario percorribile solo con fuoristrada o camionette attrezzate. Vuol dire, ancora, assumere le categorie di economia agricola di sussistenza. Non ci sono banche; le abitazioni sono prevalentemente di legno e di fango. Solo nel capoluogo si vedono alcune case in muratura, ma trascurate e fatiscenti. Undici anni fa, quando sono arrivate, le suore salesiane hanno portato la prima camionetta. A Ocotepec la luce elettrica scarseggia, e quando manca passano giorni prima che venga riattivata; eppure poco distante c'è una centrale di elevatissima potenza che invia corrente perfino negli Stati Uniti. Esiste un telefono, ma sono stati tagliati i fili, perché non si è pagato il canone. La posta arriva una volta alla settimana. La TV inizia le sue prime comparse, pochi apparecchi con effetti abbacinanti e senza protezione critica. Alcuni adulti vanno a lavorare nelle città vicine come Tuxtla Gutiérrez, o Cancum da dove riportano qualche pesos, ma soprattutto il confronto con modelli di vita diversi.

LA GUERRIGLIA SULLA SOGLIA
Il Chiapas è balzato alla ribalta della cronaca internazionale per il recente conflitto tra governo federale messicano e indios. In effetti la zona chiapaneca, abitata da millenni dalle varie etnie indigene, è molto ricca di risorse minerarie e l'ingerenza del governo è mirata ad espellere queste etnie per sfruttare il sottosuolo in base ai suoi interessi. Incontrare questa gente, significa restare abbagliati dalla loro semplicità e accoglienza. Un'anziana dagli occhi intensi svela il segreto della vita: "Papacitos Dios mi ha regalato l'esistenza. Ora sto per restituirgliela e sono contenta perché mi sono sempre fidata di lui".

SPOSI QUASI BAMBINI
I giovani di Ocotepec avvertono il fascino dell'innovazione, ma senza una sufficiente criticità per decodificare i nuovi modelli di vita e spesso si vergognano della loro matrice indigena. Sono pochi, poiché si sposano presto: a quindici/sedici anni le ragazze e a sedici/diciassette i ragazzi. Non esistono dunque, per loro, le tappe dell'adolescenza e della giovinezza. C'è molto disagio, soprattutto nei maschi: ne sono conferma l'uso piuttosto diffuso della marijuana che viene coltivata tranquillamente vicino alla capanna, l'alcolismo e, ultimamente, anche il suicidio giovanile.

STORIE SOTTOVOCE
Il soggiorno dei volontari a Ocotepec è stato segnato dalla convivenza coi giovani nei laboratori di elettricità, lavorazione del legno, taglio e cucito, nei tornei sportivi, nelle escursioni. Su richiesta dei giovani indigeni, suor Maria Luisa psicologa, con alle spalle una lunga esperienza di ascolto profondo (ha vissuto nel campo profughi di Tirana durante la guerra del Kosovo), ha impostato un laboratorio di psicologia che tiene conto del contesto e delle problematiche giovanili.
"L'obiettivo - spiega - è dar voce alle emozioni, in modo da passare da un blocco interno ad una iniziale, sia pur faticosa, loro espressione; entrare in contatto con altri modelli, in modo da favorire non la riproduzione di comportamenti non loro, ma la creazione di una originale espressione delle emozioni propria della cultura zoque"
Non è stato semplice, secondo i giovani volontari che l'hanno accompagnata: "Ci ha colpito la separazione tra ragazzi e ragazze, la ridottissima comunicazione tra loro e le scarse manifestazioni di affetto. In particolare le ragazze presentano una timidezza accentuata, non hanno voce in capitolo, stanno sottomesse, non reggono lo sguardo sociale e si chiudono dietro ad una maschera. Carente è la cura della persona e della casa, ridotti gli spazi della privacy. Il fidanzamento quasi non esiste: si passa, dopo pochi incontri, alla convivenza nella famiglia del ragazzo. In seguito al matrimonio, molto spesso già con i figli".

NARRARE SE STESSI
Durante gli incontri, i volontari italiani hanno raccontato le loro esperienze di amicizia e approccio tra ragazzi e ragazze. E sono state proprio queste testimonianze che hanno suscitato grande interesse espresso attraverso risate, mimica corporea, attenzione prolungata. Ciò ha permesso ai giovani indios di confrontare se stessi con esperienze lontane dalla loro cultura, di individuare passaggi e sfumature a cui non avrebbero spontaneamente pensato e insieme di rendersi conto che non sono soli a vivere certe trepidazioni e paure. La messa in comune delle esperienze è risultata faticosa, ma significativa. "Si è notato - dice suor Maria Luisa - che i momenti vissuti insieme sono stati sufficienti per un contatto intenso. All'ultima uscita insieme è stata notata maggior scioltezza nei movimenti, un rapportarsi reciproco più libero e spontaneo, un salutarsi piangendo, con gesti di coinvolgimento e di apprezzamento verbale e corporeo, anche nelle ragazze (segni non comuni nella loro cultura così riservata e introversa), esplicite richieste di ritorno dal sapore non convenzionale, e persino il classico scambio di indirizzi, impensabile in quel contesto ".
Un apporto positivo che si è posto in continuità con un progetto già avviato con intelligente saggezza dalle Figlie di Maria Ausiliatrice locali e dal gruppo giovanile parrocchiale. Inserirsi in questo complesso lavoro ha permesso di confrontarsi continuamente con i responsabili locali del gruppo, apportando una piccola goccia e affidando a loro la continuità del lavoro, nel rispetto di una cultura da cui, sotto molti aspetti, si ha tanto da imparare
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