Cinque giovani volontari e una suora nella missione di Ocotepec, nel Chiapas. Un mese nella terra dei poveri, minacciata da una guerra senza frontiere, senza vincitori né vinti. Nel cuore dell'esperienza, un laboratorio di psicologia, che ha rivelato le persone a se stesse e agli altri.
Pensare ad Ocotepec, nel cuore dello stato del Chiapas in Messico, significa abbandonare l'idea di strade asfaltate che mettono in contatto con i nodi commerciali del paese e con altri gruppi etnici. La realtà è un itinerario percorribile solo con fuoristrada o camionette attrezzate. Vuol dire, ancora, assumere le categorie di economia agricola di sussistenza. Non ci sono banche; le abitazioni sono prevalentemente di legno e di fango. Solo nel capoluogo si vedono alcune case in muratura, ma trascurate e fatiscenti. Undici anni fa, quando sono arrivate, le suore salesiane hanno portato la prima camionetta. A Ocotepec la luce elettrica scarseggia, e quando manca passano giorni prima che venga riattivata; eppure poco distante c'è una centrale di elevatissima potenza che invia corrente perfino negli Stati Uniti. Esiste un telefono, ma sono stati tagliati i fili, perché non si è pagato il canone. La posta arriva una volta alla settimana. La TV inizia le sue prime comparse, pochi apparecchi con effetti abbacinanti e senza protezione critica. Alcuni adulti vanno a lavorare nelle città vicine come Tuxtla Gutiérrez, o Cancum da dove riportano qualche pesos, ma soprattutto il confronto con modelli di vita diversi.
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