MISSIONI
A Goma, Padre Mario Perez fa da padre e da madre a centinaia di ragazzi/e di tutte le etnie.
GOMA: SFIDA ALLA GUERRA di Ferdinando Colombo e Emanuela Chiang
Padre Mario Pérez è un salesiano venezuelano. Per anni ha lavorato a Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo, prendendosi cura dei ragazzi di strada. Nel 1996, per obbedienza al suo ispettore, si prepara a partire per il Burundi. Il suo aereo fa scalo a Goma, da dove gli è impossibile ripartire a causa della guerra in corso.
In attesa di riprendere il viaggio, P. Mario viene ospitato dai confratelli salesiani, che dispongono di due sedi: l' Istituto Tecnico Industriale e il Centro di accoglienza per giovani e bambini. Lui decide di stabilirsi presso il Centro di accoglienza. Padre Pérez ha un sorriso accattivante e i suoi occhi ti trasmettono fiducia e sicurezza; è cresciuto a contatto con la dura realtà dei ragazzi di strada del Venezuela: per questo approfitta della sua breve sosta a Goma per avvicinare i bambini e i giovani del Centro. Ma quell'aereo per il Burundi non è più ripartito e la sua breve sosta si trasforma in una permanenza prolungata: si butta, come è suo costume, in numerose attività. Oggi è il direttore del Centro.
Goma è zona di confine, un vero e proprio crocevia tra tanti paesi che vivono situazioni difficili: lo stato di guerra e la sua posizione "centrale" l'hanno resa meta di rifugiati e di profughi. Basti pensare che dal 1994 è stato costituito un campo profughi che ha raggiunto un milione di presenze.
DON BOSCO-NGANGI
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Il Centro Don Bosco-Ngangi è un'opera nata nel 1988 a circa 5 km dal centro città, e si affianca alle attività della comunità salesiana dell'Istituto Tecnico Industriale di Goma (ITIG). Il Centro è collocato su 10 ettari di lava vulcanica, un terreno leggermente scosceso, con costruzioni solide, ma grezze a causa della povertà. Gli ospiti giungono da varie parti: a seconda della situazione politica dei paesi di confine i flussi di gente verso Goma cambiano; ad esempio, nel 1994 il Centro è diventato meta di rifugiati provenienti dal Rwanda, vittime del conflitto tra Hutu e Tutsi: inizialmente sono stati accolti 1.500 sfollati (bambini e adulti) che fuggivano dalla zona di Masisi, di etnia Tutsi; qualche mese dopo si è assisto ad un ricambio: a causa del rovesciamento della situazione politica, gli sfollati di Masisi sono potuti rientrati in Rwanda e quindi sono stati gli Hutu a fuggire e a rifugiarsi nel Centro Don Bosco. In dieci anni di attività, il Centro Don Bosco-Ngangi ha ospitato circa 20.000 tra bambini e giovani. |
ACCOGLIERE EDUCARE
Sono bambini "grandi", cresciuti troppo in fretta: molti di loro hanno visto morire i propri genitori; hanno caricato sulle spalle i loro fratelli minori e sono arrivati al Centro. A prendersi cura di loro ora è Padre Mario coi suoi salesiani. Dalle sue parole apprendiamo la dolcezza e la fragilità dei piccoli ospiti. Nei loro occhi c'è; un'ombra di dolore, riflesso di tante privazioni; a volte ci si chiede come possano i bambini sopportare tanta sofferenza. Spesso gli stessi adulti si sentono impotenti di fronte alle sofferenze dei più piccoli: certamente non basta una carezza a cancellare il loro dolore, ma talvolta può servire a tranquillizzarli, ad entrare in confidenza con loro, a farli parlare delle loro esperienze, a farli sentire fratelli tra fratelli.
UNA FAMIGLIA DAL CUORE GRANDE
Per sostenere e dare futuro a questo impegno di accoglienza e formazione di ragazzi e ragazze così povere due ONG, il VIS - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo e gli Amici dei Popoli, hanno studiato un progetto che prevede tra l'altro la costruzione di dormitori e aule, ma anche una linea elettrica e le tubature per l'acqua, di cui il centro è oggi sprovvisto.
La collaborazione economica è quindi importante ma l'esigenza fondamentale è di trovare persone che decidano di regalare qualche anno di vita, come volontari, per garantire che si dilati la capacità di dare amore a questi ragazzi e ragazze. Il Centro di Ngangi non ha fonti di finanziamento se non la generosità di chi ha potuto conoscerle. Il solo cibo necessario per la sopravvivenza di 300 bambini esige una spesa mensile di 15 milioni di lire.
Per saperne di più: VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, via Appia Antica, 126, 00179 ROMA.
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DIRE GOMA E' DIRE PROFUGHI
La guerra che insanguina il paese affonda le sue radici nei complessi e tragici conflitti che negli ultimi anni hanno interessato la zona dei Grandi Laghi al confine tra Rwanda, Burundi, Uganda e Repubblica Democratica del Congo. A seguito del conflitto tra Hutu / Tutsi del 1994, un fiume di sfollati si riversa a Goma, città dell'allora Zaire alla frontiera col Rwanda e si stabilisce nel campo appositamente allestito che arriva ad accogliere fino ad un milione di persone. Nell'autunno del 1997 il campo viene bombardato e 700.000 profughi si avventurano a piedi nello Zaire. Di 500.000 di loro non si avranno più notizie. Il "nuovo corso" prende il via nel luglio del 1998 quando Laurent Kabila, conquistata Kinshasa, d'un governo al paese che riprende l'antico nome di Repubblica Democratica del Congo. Ma cominciano subito gli attacchi degli oppositori, sostenuti da Rwanda e Uganda: un conflitto che si protrae fino ai nostri giorni; protagonisti i ribelli Interhamwe, Mai-Mai, e ruandesi, contro il governo Kabila sostenuto da Angola, Zimbabwe e Namibia. La situazione sì ingarbuglia ulteriormente quando i ribelli si scindono in varie fazioni, così che il territorio in cui si trova Goma (sede di una delle fazioni), vive una situazione impossibile, come conseguenza delle lotte interne tra i gruppi rivali e tra questi e il governo centrale. Un clima di terrore pervade la popolazione. |
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UN "FUOCO" CHE NON CESSA
Gli accordi di cessate il fuoco, decretato a Lusaka il 10 luglio 1999, e firmati da tutti i belligeranti, sono continuamente disattesi dalle parti in causa che continuano a consolidare le posizioni conquistate, perpetuando così il clima di guerra. Il bilancio provvisorio del conflitto, nella sola zona di Goma, conta oltre 6000 vittime in maggioranza civili, soprattutto donne e bambini, 500 scomparsi, oltre 1 milione di sfollati interni e 280.000 rifugiati all'estero. La situazione dei diritti umani e la condizione socio-economica della popolazione sono allo sbando. Nei territori occupati dai ribelli la situazione è ancor più grave. Nessuna attività politica è autorizzata. Le trasmissioni della principale radio indipendente del Sud Kivu sono vietate. Corrono voci di torture, sparizioni forzate, deportazioni. Alcuni rappresentanti di ONG e militanti dei diritti umani vengono arrestati senza apparente motivazione; il governo riprende la pratica delle esecuzioni pubbliche (più di 100 i casi segnalati nel corso dell'anno). E' impedita ogni forma di dissidenza. Circa 6.000 bambini soldato sono utilizzati dall'esercito governativo e il loro numero aumenta nelle file dei ribelli. |
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LE VITTIME DI SEMPRE
Come in tutti i conflitti, è la popolazione civile nelle sue fasce più deboli, donne e bambini, a subirne maggiormente le conseguenze. "Strategie di sopravvivenza" sono state messe in atto dalla popolazione per tamponare il degrado delle loro condizioni di vita. Tra queste la riduzione del numero dei pasti quotidiani e la produzione alimentare su piccola scala. Nonostante ciò è in continuo aumento il tasso di malnutrizione infantile, di assenteismo scolastico e i tassi di mortalità adulta, nonchè le epidemie di malattie endemiche. |