IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco

TRA DIRE E FARE

L'ultimo rapporto dell'Unicef sulla condizione dell'infanzia nel mondo 2000, chiede a tutti di fare di più per i bambini. Il rapporto è stato pubblicato negli stessi giorni in cui, a Seattle negli Stati Uniti, l'Organizzazione Mondiale del Commercio veniva messa in crisi profonda da inaspettate manifestazioni di piazza contro gli orientamenti delle multinazionali, sull'alimentazione e la privatizzazione delle risorse.

I due episodi solo apparentemente non hanno niente in comune. Sono, invece, entrambi la spia di uno scollamento tra il dire e il fare che sta diventando un costume di vita largamente praticato.

Nella società della comunicazione e dell'immagine, il dire è diventato debordante. La parola perde forza, ma anche le immagini hanno il destino segnato: svuotate dall'abitudine e dal consumo degli eccessi.
E' normale per i politici dire tante cose che poi non fanno. Tenere fede alla parola data non è più un punto di onore, ma un esercizio diventato comunemente antiquato. Ciò che più importa è saper essere virtuali invece che virtuosi, apparire, far credere di essere e poi agire tranquillamente al contrario. Tanto i messaggi pubblicitari giungono a migliaia e milioni di persone che non ci conoscono e non ci chiedono coerenza , ma solo la bravura nella rappresentazione di un qualsiasi sogno.

E ciò che accade a livello individuale, va diventando uno stile per organismi pubblici e privati: lanciare slogan, crearsi una immagine e restare in realtà deludenti per tanti che poi ad essi si rivolgono sperando di trovare l'incarnazione degli spot pubblicizzati.

Anche sull'infanzia e l'adolescenza si gioca una grande partita mondiale in buona parte pubblicitaria: in tanti, anzi tutti al capezzale dei suoi problemi e delle sue sofferenze, rappresentate e diffuse con ricchezza di dati e di particolari, con il condimento di lacrime e commozione, ma pochissima lotta alle cause che generano la sofferenza dei giovani.

Si pensi per tutti, alle mine antiuomo, che hanno seminato morti e disabili in centinaia di migliaia di casi: la denuncia del loro orrore è andata avanti per decenni, ma la loro messa al bando è apparso un obiettivo proibitivo. E anche ora che c'è la firma sul trattato da parte di tanti paesi, si muore di mine formato giocattolo.

L'Unicef avverte che nonostante la crescita complessiva dell'economia mondiale, 1 o 2 miliardi di persone continuano a vivere con meno di 1 dollaro al giorno. La metà di questi poveri, ossia 600 milioni, sono bambini. Oltre 12 milioni continuano a morire ogni anno per cause facilmente prevenibili, e in 25 paesi del mondo (tutti africani più l'Afganistan), un bambino nato alle soglie del 2000 può sperare di vivere non più di 50 anni contro i 78 di un bambino europeo o americano.
Sono cifre che si tramandano di anno in anno.

Questa grande disparità che porta gli uni a morire tanto prima perché altri si sono appropriati ingiustamente di risorse o le manipolano a proprio piacimento, non suscita sufficiente sdegno: anzi, c'è un diffuso rispetto e segreta ammirazione (anche invidia) per i grandi miliardari. Ma lo stesso sistema che permette un aumento esponenziale della povertà per tanti e della ricchezza per altri, pochi, viene continuamente osannato o comunque accettato come il migliore possibile.

I cittadini manifestanti a Seattle , picchiati dalla polizia, hanno dato un segnale che così l'umanità non andrà lontano. C'erano degli adulti, laici e religiosi, uomini e donne, tra gli arrestati. Ma tanti erano giovani. La collaborazione tra giovani e adulti per un mondo nuovo dovrebbe diventare una pratica diffusa, una questione condivisa.