CHIESA

La Chiesa di Papa Wojtyla audace nel chiedere perdono: la grande novità di questo pontificato

MEA CULPA
di Silvano Stracca

"È giusto che la Chiesa si faccia carico del peccato dei suoi figli, nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell'arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo".

La lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente dell'ormai lontano 1994 offre la chiave di lettura della "Giornata del perdono", che viene celebrata in San Pietro in questo mese di marzo, precisamente il 12, prima domenica di Quaresima, e tramanderà sicuramente ai posteri il Giubileo del Duemila come quello del "mea culpa" della Chiesa. Il questo giorno il papa chiede perdono al Signore per le "colpe storiche" di cui i cristiani, e in particolare i cattolici, si sono resi responsabili lungo gli ultimi secoli.

"La Chiesa infatti - sono ancora parole di Giovanni Paolo II - non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, di errori, infedeltà, incoerenze, ritardi". Non c'è l'intenzione di nascondere nulla. La Tertio Millennio Adveniente dedica tre lunghi paragrafi all'enumerazione e all'analisi di alcune deviazioni ben concrete. A cominciare dai peccati contro l'unità della Chiesa. Divisioni che chiamano in causa le "colpe" di uomini di tutte le confessioni. "È necessario farne ammenda, afferma papa Wojtyła, invocando con forza il perdono di Cristo".
Un altro capitolo doloroso è costituito dall'acquiescenza manifestata, in alcuni secoli, a "metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità". Un corretto giudizio storico non può certo prescindere dalla considerazione dei condizionamenti culturali del tempo che spesso contribuivano a creare situazioni di intolleranza. Ma la valutazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per "le debolezze di tanti suoi figli, che ne hanno deturpato il volto".

LE COLPE DI OGGI
Sin qui i "mea culpa" per il passato. Ma un serio esame di coscienza impone alla Chiesa di non passare sotto silenzio i "mali del nostro tempo" di cui anche i cristiani sono responsabili. L'indifferenza religiosa, che porta molti oggi a vivere "come se Dio non ci fosse". L'incertezza in materia di fede e di morale. Il "mancato discernimento di fronte alle violazioni di fondamentali diritti umani da parte di regimi totalitari". E ancora la "corresponsabilità di tanti cristiani in gravi forme d'ingiustizia e di emarginazione sociale".
Infine, last but non least, l'esame di coscienza non può non riguardare anche la mancata ricezione del Concilio Vaticano II che è stato ed è frutto di varie deficienze e storture, ma è stato ed è un "grande dono dello Spirito Santo alla Chiesa sul finire del secondo millennio".
L'elenco è sufficiente a rivelare le intenzioni Papa. Da una parte, egli si rivolge all'interno della Chiesa stessa, perché dall'esame delle colpe commesse scaturisca un insegnamento e quindi comportamenti conseguenti. Dall'altra vi è un intento ecumenico, rivolto agli altri cristiani, agli ebrei e agli altri credenti. Non ultimo va considerato lo sforzo di parlare all'umanità intera. Il "mea culpa", insomma, viene visto dal Papa come un'importante occasione di dialogo.

GESTI DI RICONCILIAZIONE
Sappiamo bene su che cosa abbia insistito lungo tutto il suo pontificato. Sono state un centinaio le occasioni in cui egli stesso ha cominciato col chiedere perdono per i peccati storici commessi dai cristiani. Compiendo gesti di riconciliazione verso gli ebrei, i protestanti, i popoli indigeni dell'Africa e delle Americhe. Ed avviando studi storici sul caso Galileo, sull'Inquisizione, sulle Crociate, sull'antisemitismo.
Papa Wojtyla ha reso giustizia a Lutero e Calvino, a Zwingli e al riformatore ceco Hus. Ha riconosciuto il sostegno dei cristiani alle dittature del XX secolo e la partecipazione alle loro guerre. Ha ammesso la responsabilità dei cattolici nei campi di sterminio nazisti e nel "genocidio" del Rwanda. "Oggi io, Papa della Chiesa di Roma, a nome di tutti i cattolici, chiedo perdono dei torti inflitti ai non cattolici nel corso della storia tribolata di queste genti", disse a Olomouc, nella Repubblica Ceca, nella primavera del 1995, a proposito delle guerre di religione. "Per quello che ne siamo responsabili, con il mio predecessore Paolo VI imploro perdono, scriveva nell'enciclica Ut unum sint, perché siano una cosa sola", riferendosi allo scandalo, dinanzi al mondo, delle divisioni tra le Chiese.

AGLI INDIOS
"Sono venuto per rendere omaggio a tutte le vittime sconosciute" della tratta dei neri, "un dramma della civiltà che si diceva cristiana", gridò dalla Casa degli schiavi dell'isola di Gorée, nel Senegal. "Da questo santuario africano del dolore nero, imploriamo il perdono del cielo".
"A questi uomini noi non cessiamo di chiedere perdono, esclamò parlando agli indios delle Americhe, schiavizzati dai bianchi cristiani, il 21 ottobre 1992, commemorando il V centenario della conquista del "Nuovo Mondo". "Rimetti a noi i nostri debiti", aggiunse significativamente.
La citazione delle parole di questo Papa coraggioso potrebbe seguitare a lungo. Nella sua proposta di esame di coscienza sugli "aspetti oscuri" della storia egli non è stato seguito da tutti nella Chiesa, e tanto meno fuori della Chiesa. Riflessi di autodifesa scattano sempre, è inevitabile. Lo stesso Giovanni Paolo II mette in guardia dall'autoflagellazione, invitando a valorizzare l'esperienza della Chiesa come fondamentalmente positiva.

PER UNA MAGGIORE FEDELTA'
"Riconoscere i cedimenti di ieri, sottolineava già nella Tertio Millennio, è un atto di lealtà e di coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà dell'oggi".
Alle soglie del terzo millennio, dunque, la Chiesa chiede perdono per realizzare una maggiore fedeltà a Cristo. E non per omologarsi a un sentire diffuso che non è quello cristiano. Non per adeguarsi alla secolarizzazione.