IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
LA FATICA DI RISORGERE
Nella prima Pasqua del secolo che
comincia col numero 2, si deve constatare che risorgere costa fatica: la vita e
la morte continuano il loro secolare duello sulla pelle di uomini e donne.
Neppure i giovani riescono a sottrarsi a questo scontro epico. Anzi ne sono
doppiamente vittime specialmente quando accade loro di giocare al ruolo di
carnefici straccioni.
Nei primi quattro mesi dell'anno le cronache quotidiane ci hanno sbattuto in
faccia storie violente di morti e crudeltà patite o inflitte da ragazzi.
Fin da gennaio. E' rimasta emblematica la sciagura dei 5 ragazzi (13-15 anni)
finiti contro un muro con l'auto rubata. Con due morti bruciati e tre ridotti
in fin di vita. Sembrava un episodio. Ma che si è ripetuto. Come si sono
moltiplicati nei quartieri popolari delle grandi città rapine e sfregi.
Ci hanno anche raccontato di due minorenni davvero cinici: tre rapine a mano
armata in due giorni e poi l'arresto mentre, di notte, si vedevano la cassetta
di "Arancia meccanica". Un film sulla fabbrica della violenza sociale preso a
modello di violenza urbana.
Quando questi ragazzi passano le porte del carcere, i benpensanti si sentono
appagati e rasserenati, giustizia è fatta e il male estirpato e rimosso.
In realtà le radici del male sono altrove. Non sono i giovani la causa
del disagio.
La commissione infanzia della Camera ha preso in esame il fenomeno delle baby
gang. Secondo gli esperti questi ragazzi "hanno una ridottissima
capacità di elaborazione di pensiero, fanno prevalere
l'estemporaneità dei comportamenti, dimostrando così una scarsa
valutazione delle conseguenze dei loro gesti". Oppure che dietro tutto "emerge
sempre di più una cultura dell'apparenza".
Ma proprio in questo sta il paradosso: piaccia o no questi giovani violenti non
si sono autoprodotti e nel momento in cui armano la loro mano per nuocere,
mettono a nudo il risultato di un processo distruttivo che li ha ghermiti,
logorando in forma progressiva le loro riserve positive.
La società si accorge platealmente di loro quando il processo negativo
esplode e li reprime perché rappresentano oggettivamente un pericolo.
Tutti i grandi progetti di recupero del disagio attirano consensi e risorse di
tanti volenterosi. Ed è una fortuna sociale che così avvenga. Ma
poi si lasciano strutturalmente inalterate le cause che portano alla devianza.
E col tempo non sarà più possibile l'azione di ricupero in un
sistema che produce disagio quale condizione di normalità.
Per i cristiani potrebbe diventare sempre più imbarazzante celebrare
l'annuale festa di Pasqua, sapendo che un numero sempre maggiore di persone
deboli come i giovani, sono state costrette a restare nel venerdì santo,
il giorno in cui, come per Cristo, nessuno ti riconosce e tutti ti mettono in
croce.
Ma la Pasqua non può restare una festa di pochi. E spesso a prendervi la
parola sono gli stessi che tengono altri segregati nel dolore del
venerdì santo.
Una volta, rubando stralci di confidenze tra due ragazze in metropolitana che
commentavano "Visitors" visto in tv, ho sentito una di loro dire con tutta
naturalezza che lei si sentiva immedesimata nelle lucertole di quel racconto. E
ne provava piacere, potendo essere qualcosa di diverso dalla sua
quotidianità. Non mi sembravano ragazze di ceto popolare: il portafoglio
non garantisce in forma automatica la riuscita nel trovare il senso della
propria vita. Per fortuna.
Con l'avvio del Duemila, i problemi della vita nel mondo non si sono
risolti come d'incanto. Le fate non hanno accompagnato la fine del novecento.
Rimboccarsi le maniche è ancora una dura necessità e i conti
aperti negli anni andati sono lì che aspettano di essere chiusi. Pasqua
bilancia l'appiattimento nell'indifferenza, pungolando per il cambiamento che
può avvenire solo andando a capire il perché del venerdì
santo della vita che tiene in ceppi anche tanti giovani.