CHIESA
Domenica 7 maggio anno 2000: un
avvenimento ecumenico tra i più importanti del secolo
SANGUE SUL XX SECOLO
di Silvano Stracca
Oscar Romero, l'arcivescovo assassinato nel Salvador da uno "squadrone della
morte" all'inizio degli anni 80. Le suore violentate e uccise nei Balcani nei
primi anni 90, Sacerdtoi, religiosi e laici ammazzati nel genocidio della
primavera del 94 nel Rwanda. I sette frati dell'Atlante, in Algeria, trucidati
da integralisti islamici il 21 maggio '96. Un secolo insanguinato il XX.
Sono migliaia i nomi proposti dai vescovi dei cinque continenti perché
il Papa li dichiari "martiri del XX secolo" durante la commemorazione ecumenica
di domenica 7 maggio al Colosseo, assieme ai molti cristiani di altre
confessioni che hanno reso testimonianza a Cristo nelle persecuzioni in varie
parti del mondo.
Cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti hanno versato il loro sangue negli
ultimi cento anni per amore di Cristo, come il pastore battista Martin Luther
King, assassinato nel '68 a Menphis, per aver guidato la lotta pacifica della
popolazione nera per la conquista dei diritti civili e politici. "King
guidò la sua rivolta non solo perché era un riformatore sociale,
ma soprattutto perché era un cristiano", ricordano i promotori
statunitensi della candidatura presentata alla commissione vaticana per i
"nuovi martiri" da proclamare nel 2000."La morte non mi preoccupa, diceva King;
voglio semplicemente fare la volontà di Dio in terra". Il suo killer,
James Earl Ray, è morto l'anno scorso di cancro, portando nella tomba il
segreto del suo gesto.
La "memoria" degli uomini e delle donne che in ogni angolo del pianeta hanno
dato e continuano a donare la vita alla causa di Dio e dell'uomo è
indicata da Giovanni Paolo II nella Bolla d'indizione Incarnationis Mysterium,
tra i "segni" del grande Giubileo. Un segno perenne di Dio operante nella
storia e una testimonianza eloquente della verità dell'amore cristiano.
SANGUE CRISTIANO SUL NOVECENTO
Mai come nell'ultimo secolo si è assistito a una recrudescenza di
persecuzioni contro i cristiani. Dall'Europa all'Asia, all'Africa, all'America
Latina. Seguendone le vicende, i nomi, la collocazione geografica e storica, si
ritrova il filo rosso del martirologio del Novecento. Evangelizzazione delle
terre di missione, totalitarismi, conflitti e guerre civili, odi razziali e
xenofobi sono tra i molti terreni in cui è stata offerta la
testimonianza più alta.
Troppo lungo sarebbe elencare tutti i banchi di prova innanzi ai quali i
cristiani non si sono sottratti alla martyrìa. Basti ricordare qui la
rivoluzione dei Boxer in Cina sul nascere del secolo, le persecuzioni in Messico
negli anni venti e in Spagna negli anni trenta, i "lager" nazisti
in Germania e altrove, i "gulag" sovietici al di là della
"cortina di ferro", le vessazioni del regime comunista di Pechino e le
violente dittature dell'America Latina; le crisi etniche nell'ex
Jugoslavia e nella regione africana dei Grandi Laghi.
"Le loro testimonianze non devono andare perdute nella Chiesa". Giovanni Paolo
II più volte ha richiamato la centralità, per l'autocoscienza dei
cristiani del XX secolo, della testimonianza dei "martiri" di ieri e di oggi.
Questi "militi noti e ignoti della grande causa di Dio" sono, infatti, latori
di un messaggio di vita, più forte della morte e dei contesti di
aggressione al Vangelo e all'uomo, che si sono moltiplicati lungo il Novecento.
Papa Wojtyła ha beatificato e canonizzato più martiri che nessun
altro pontefice.
UNA LUNGA TEORIA
Da Massimiliano Kolbe, che offrì la sua vita per quella di un
padre di famiglia ad Auschwitz, alla carmelitana di origine ebraica Edith Stein,
uccisa in una camera a gas nello stesso lager. Dai vescovi di Almeria, Guadix e
Terruel in Spagna, trucidati durante la guerra civile, al vescovo polacco Kozal,
assassinato dai nazisti a Dachau con una iniezione di acido fenico, al vescovo
bulgaro Bossilkov, vittima dell'ideologia marxista. Da Bernhard
Liehtenberg, prevosto del duomo di Berlino che denunciava dal pulpito
la deportazione degli ebrei, a Maurice Tornay, svizzero, missionario nel
Tibet, ucciso dai lama locali nel '49. Dal vescovo salesiani Luigi Versiglia
e il suo accompagnatore don Callisto Cravario uccisi da sbandati
comunisti a Chao Guan, al salesiano polacco Giuseppe Kowalski affogato nella
cloaca del capo di Auschwitz, ai cinque giovani oratoriani di Poznan decapitati
a Dresda nel '42, a Maria Goretti uccisa con un punteruolo da chi voleva
stuprarla a soli 11 anni e mezzo nel 1902. Dall'ingegnere Vicente Vilar David,
fucilato per strada a Valencia a pochi passi da casa, a Peter Te Bot,
sposato, padre di famiglia, ucciso da due soldati giapponesi in Papua-Nuova
Guinea, a Isidoro, catechista laico del Congo, morto nel lontano 1909 a
causa delle sevizie e torture inflittegli dal suo capo tribù.
NELL'EST EUROPA
I cristiani morti nel corso del XX secolo sono dunque numerosissimi. C'è
stata una sorprendente fioritura del martirio in molte parti del mondo, ma
forse in nessun luogo come nei paesi dell'Europa orientale. Ortodossi,
protestanti e cattolici dell'Est hanno sofferto per mano di due spietati
sistemi totalitari: nazismo e comunismo. E le persecuzioni hanno colpito
trasversalmente tutte le classi sociali: non solo vescovi e pastori, ma anche
laici, giovani e vecchi. Sotto il comunismo, nell'Europa dell'Est, la
persecuzione era la quotidiana aspettativa dei credenti. Solo nell'ex Unione
Sovietica si contano sino a un milione di vittime. Fino alla caduta dei muri
era proibito ricordare i testimoni della fede dagli Urali al Pacifico. Negli
ultimi anni il Patriarca ortodosso di Mosca ha iniziato a canonizzarne alcuni,
come il metropolita Veniamin di San Pietroburgo, ucciso nel 1922 dopo un
processo-farsa.
"Tanti coraggiosi testimoni del Vangelo hanno completato nella loro carne la
passione di Cristo", affermava il Papa all'Angelus del 25 agosto 1996. "Veri
martiri del XX secolo, essi sono una luce per la Chiesa e per l'umanità.
I cristiani d'Europa e del mondo, chini in preghiera sul limitare dei campi di
concentramento e delle prigioni, devono essere riconoscenti per quella loro
luce".
AL COLOSSEO
Tutti i martiri del XX secolo saranno ricordati al Colosseo, luogo emblematico
scelto a indicare il legame spirituale tra i cristiani delle prime generazioni
e gli uomini e le donne del Novecento, immolati nei "tanti colossei dei tempi
nuovi", come li ha definiti il Papa col pensiero rivolto alla "collina delle
croci", in Lituania e ai tanti campi di sterminio disseminati attraverso la
Russia europea e la Siberia. "Noi siamo uniti sullo sfondo dei martiri, non
possiamo non essere uniti", quasi gridò Giovanni Paolo II, a conclusione
della Via Crucis del venerdì santo 1994. Il sangue dei
martiri, diceva Tertulliano, è seme di nuovi cristiani. Esso è
anche linfa di unità della Chiesa. Perciò la commemorazione
ecumenica domenica 7 maggio sarà un segno di grande speranza per il
futuro.