MISSIONI

Affinché Timor non sia dimenticata!.

TIMOR ANNO ZERO
di Ferdinando Colombo

Il 60% delle case bruciate: ovunque ammassi carbonizzati, lamiere contorte, resti di armadi, letti, sanitari, mattoni anneriti. Manca tutto: luce, acqua, energia, servizi, lavoro, ma ci sono soldati che parlano lingue diverse e indossano divise diverse. Timor è in mano ai militari della forza Interfet. I laboratori di Dili appartenenti ai salesiani sono andati distrutti. Abbiamo intervistato uno dei simboli di Timor, monsignor Belo.

Quale situazione, monsignore dopo i 24 anni di dominazione indonesiana?
Pessima. Gli indonesiani hanno portato solo distruzione umana e materiale. La loro politica è stata di sfruttamento e sottomissione: sono venuti per servirsi di Timor, non per servire Timor. I milioni di dollari che arrivavano per Dili, si fermavano a Giakarta.

Qual è stato il motivo della ritirata dell'Indonesia da Timor?
Prima di tutto la crisi economica, e la conseguente fuga dei cinesi che portavano fuori i loro soldi. Ma anche la crisi politica, avviata con la fine del regime di Suharto, che ha creato una situazione di disfacimento del regime prima e della Repubblica Unitaria dopo.

Timor, è noto, ha giocato il ruolo di pedina importante in questa area del Pacifico già a partire dal periodo della guerra fredda.
Negli anni '74/'75 Timor rappresentava un punto strategico: Russia, Vietnam e i regimi comunisti auspicavano che anche Timor aderisse all'ideologia marxista leninista. Fu allora che l'Indonesia, visceralmente anticomunista, insieme all'Australia e con l'appoggio degli USA ci ha invasi, adducendo come motivazione quella di impedire che l'isola cadesse in mano comunista. Il tempo ha dimostrato che questa motivazione era falsa.

L'Australia ha diretto questa operazione di peace keeping. era proprio del tutto disinteressata? Qualcuno pensa a un interesse sul petrolio di Timor!
L'Australia è vicina a noi come l'Indonesia, come Singapore, ecc. Noi non vogliamo pensare a scopi diversi da quelli dichiarati, e continuiamo a sperare nella collaborazione dell'Australia, dell'Indonesia e di tutti gli altri paesi. Mettendo in chiaro che ora saranno i timoresi a scegliere la politica da adottare.

In questo momento quali forze democratiche potranno dare vita a un nuovo governo e a uno stato democratico?
Le cose si sono ormai mosse. Esiste un Consiglio Nazionale di Resistenza Timorese (CNRT) che raggruppa cinque partiti; e sono sorti nuovi partiti come il Partito Socialista Timorese e il Partito Nazionalista Timorese. Ma è tutto nuovo per noi. Dovremo imparare la vita democratica e i suoi meccanismi per far funzionare bene le nostre istituzioni, così come dovremo imparare il rispetto per tutti i partiti democratici.

La Chiesa è stata protagonista in qualche modo dei grandi cambiamenti avvenuti a Timor. E lei è stato sempre in prima fila. Pensa che la Chiesa possa ancora avere un ruolo in questo avviato processo di ricostruzione e nel nuovo corso di Timor Est?
Non è stata la Chiesa, è stato il popolo a modificare il corso della storia. La Chiesa è stata solamente la voce, la coscienza dell'identità del popolo. Noi abbiamo sempre parlato di valori umani, del rispetto della dignità umana, dei diritti umani: questa è stata la nostra pastorale un po' politica e la nostra politica sempre pastorale. Perciò la gente ha preso coscienza che anche come popolo ha un destino da vivere, non deve dipendere da altri, deve arrangiarsi da solo. Ma questo lo hanno abbondantemente dimostrato nel referendum del 30 agosto '99. Ora tutto è cambiato, e sappiamo di non essere preparati, anche perché scarseggiano le risorse umane, ci mancano le infrastrutture economiche e finanziarie, nessuno ci ha mai insegnato a governare. Ma noi vogliamo vivere come uomini liberi e imparare a gestirci da uomini liberi.

A Timor più del 95% della popolazione è cattolica. Da qualcuno il dato è stato letto in contrapposizione alla situazione dell'Indonesia, che invece è a prevalenza musulmana. Quindi la scelta indipendentista operata dalla popolazione cattolica potrebbe essere interpretata come una posizione politica contro gli invasori. Pensa che si possa vedere in questo una guerra tra religioni che potrebbe ulteriormente alimentare il conflitto, oppure .
No, no! Non bisogna vederci nulla del genere, perché anche in Indonesia sono presenti delle comunità cristiane fortemente apostoliche. a volte più che qui da noi! A Java alcune diocesi sono davvero straordinarie. Nei secoli passati la gente aveva i suoi usi e credenze, aveva una religiosità naturale e, quando è stata chiamata a diventare cristiana, ha aderito spontaneamente al cattolicesimo. Niente guerra di religione, dunque. E' una questione di identità culturale, una scelta precisa dei timoresi di essere cattolici ed essere timoresi. Nient'altro.

A livello internazionale vede forze che possano coagulare attorno ai loro progetti di aiuto ai paesi del Terzo Mondo la buona volontà di tutte le persone che hanno a cuore lo sviluppo dei paesi poveri?
Sì. Speriamo solo che questa politica degli aiuti ai paesi più poveri non sia una strategie suggerita dalle grandi compagnie e/o degli enti finanziari internazionali che, sulla pelle dei popoli deboli, vogliono fare i loro business, e intrecciare i loro affari. Voglio insomma sperare che, gli aiuti che ci concederanno arrivino davvero ai villaggi più sconosciuti e alle persone più bisognose di Timor: che non accada insomma come ai tempi della domincazione indonesiana, quando milioni di rupie erogati per Timor e qui arrivate, tornavano regolarmente a Giakarta.

Dunque potrebbe secondo lei accadere.
. Che i soldi che vengono dai paesi ricchi, tornino poi unicamente a beneficio dei paesi ricchi!

Monsignore, qui c'è da rifare da zero una economia. Quali tipi di produzione potrebbero essere utili per Timor?
Credo sia necessario come prima cosa ottimizzare il lavoro agricolo. Anche i salesiani si dedicano alle scuole agricole, perché l'agricoltura, non essendoci industrie, è davvero l'asse portante della nostra economia. Dobbiamo tornare alle risaie, ai campi di caffè. Poi potranno venire anche le industrie.

Ha ancora qualcosa da dire ai volontari che hanno deciso di dare una mano alla sua patria?
Vorrei fare un appello a tutti i giovani, soprattutto laiche e laici, affinché siano generosi e regalino un po' del loro tempo per venire a servire la gioventù e la popolazione di Timor.

Don Andrew Wong
è il superiore dei salesiani dell'Ispettoria indonesiana e dunque anche di Timor. Intervistato dopo il disastro, quando si è cominciato a pensare alla ricostruzione, ci ha detto:
Le autorità civili provvisorie ci hanno chiesto di prenderci cura dell'educazione di Timor Est, sia dei ragazzi che degli insegnanti di tutte le scuole, soprattutto a Baucau. E' questa la nostra grande preoccupazione in questo momento. La gente ha sofferto molto. Anche gli insegnanti hanno perso quasi tutto: non hanno più stipendio, molte delle loro abitazioni sono distrutte, non hanno possibilità di aggiornarsi, anzi a volte non hanno nemmeno di che mangiare. Dobbiamo dunque procurare loro, oltre all'aggiornamento culturale e didattico, anche il cibo e quant'altro serve per andare avanti.

Proprio per questo oso fare appello al cuore dei generosi e chiedere aiuto a tutti quelli che possono darlo, perché qui a desso c'è carenza di tutto, e abbiamo bisogno di tutti.