|
SANTA CROCE IN GERUSALEMME
di Natale Maffioli A Roma, sotto il pavimento del sacello di Sant'Elena, un prezioso ambiente addossato al presbiterio della basilica di Santa Croce in Gerusalemme, custodisce uno strato di terra del Calvario, portato a Roma da sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino. Per questo la basilica è detta in Gerusalemme, quasi a significare che nella Città Eterna vi è una porzione della Città Santa. Anche la prima parte del titolo, Santa Croce, è legata alla fortunosa scoperta fatta da Elena della Croce di Gesù sul Golgota. Le vicende costruttive della basilica romana hanno avuto inizio in un settore del palazzo imperiale detto Sessoriano, ubicato lontano dalla sede ufficiale del Palatino. Qui risiedeva la madre dell'imperatore. Ed era dotato di un anfiteatro (di cui si vedono i resti inglobati nelle Mura Aureliane). Agli inizi il tutto si riduceva ad un piccolo oratorio, in seguito, quando Elena portò da Gerusalemme un pezzo della croce, l'imperatore fece erigere la basilica utilizzando l'atrio del palazzo imperiale. La struttura esistente aveva una forma inusuale, l'aula rettangolare, aperta sui lati maggiori da archi, era attraversata trasversalmente da una duplice serie di tre arcate sorrette da una coppia di colonne binate; al fondo un'abside semicircolare accoglieva l'altare maggiore. In un primo tempo fu l'oratorio di Elena a ricevere le maggiori attenzioni; infatti, l'imperatore Valentiniano III (425-455), per voto della madre, Galla Placidia e della sorella Onoria, fece ornare le volte con uno splendido mosaico. Papa Benedetto VII (974-983) fece costruire accanto alla basilica un monastero che papa Leone IX nel 1049 affidò a Racherio, abate di Montecassino. TRASFORMAZIONI Trasformazioni sostanziali furono intraprese da Lucio II nel 1144. Il papa fece dividere la chiesa in tre navate da una duplice fila di dodici colonne, dotò la facciata di un nartece (il portico sorretto da colonne che offriva riparo ai fedeli e ai pellegrini), fondò un campanile in laterizio a otto piani di bifore e fece decorare la navata centrale con una fascia di pregevoli affreschi con raffigurati i patriarchi (una parte di questi, staccati, sono visibili nel piccolo museo annesso alla sacrestia). La basilica fu dotata di molti e interessanti arredi, alcuni prodotti dai Cosmati; purtroppo, vicende successive li hanno dispersi o distrutti. Durante l'esilio dei papi ad Avignone la chiesa cadde in rovina, al punto che fu necessario l'intervento decisivo di papa Urbano V, che nel 1370 curò dei restauri radicali. Per tutto IL Quattrocento fu un susseguirsi di interventi: fu rifatta l'antica abside; durante il pontificato di Innocenzo VIII (1484-1492), furono disposti i sedili del coro, furono messe in opera le due acquasantiere di marmo e venne decorata l'abside con nuovi affreschi. IL TITULUS Il 1° febbraio 1492, durante i lavori di restauro dell'arco trionfale, fu rinvenuta una cassetta, collocata in un piccolo vano al tempo di papa Lucio II, che conteneva il titulus, la tavoletta con la scritta in latino, greco ed ebraico posta in capo alla croce di Gesù, una delle reliquie portate a Roma da sant'Elena. Il cardinale Lopez de Carvajal fece costruire alle spalle dell'abside una nuova cappella vicino a quella più antica di sant'Elena e fece collegare entrambe alla basilica per mezzo di due corridoi; l'interessante decorazione in maioliche di questi passaggi racconta, in modo prolisso, la scoperta del titulus. Il prelato fece costruire gli altari laterali, e per sé dispose l'erezione di un sepolcro monumentale al fondo dell'abside principale. LA FACCIATA Gli ultimi importanti lavori di sistemazione della basilica furono intrapresi nel 1743 per ordine di papa Benedetto XIV Lambertini. Gli architetti Pietro Passalacqua e Domenico Gregorini dotarono la chiesa di una nuova facciata. L'antica fu coperta da un nuovo corpo di fabbrica in travertino; all'esterno, le alte lesene corinzie dividono la facciata in tre campi: il centrale è convesso mentre i laterali concavi. Un timpano arcuato e l'alto fastigio completano il fastoso complesso. L'atrio è a pianta ovale; quattro pilastri, cui sono accostate alcune delle colonne granitiche del portico antico, lo separano da un corridoio ellittico. La copertura è costituita da una cupoletta. L'interno fu rifatto inframmezzando tre pilastri alla ininterrotta teoria delle colonne, per creare una nuova sequenza. Per il soffitto ligneo, decorato con cornici e festoni di gusto rococò, il pittore Corrado Giaquinto (1703-1765) preparò una tela da porre al centro con la Gloria di Sant'Elena. L'INTERNO Per chi entra la prima volta nella basilica rimane stupito dal significativo trapasso da un'architettura tutta movimento, come quella della facciata e dell'atrio a quella composta, quasi rigida, dell'interno. Il pavimento cosmatesco è stato pesantemente restaurato nel 1933, ma conserva ancora tutto il suo fascino. Alla parete della navata destra sono addossati tre altari, due dei quali sono dotati di pregevoli dipinti, sopra la mensa del centrale, una tela di Carlo Maratta (1625-1713) con descritta un'impresa di san Bernardo; il successivo altare conserva una tela di R. Vanni: Visione profetica della madre di S. Roberto del 1675. Sotto la navata opposta, i due altari che affiancano quello del Crocifisso, possiedono una tela di Luigi Garzi con un episodio della vita di san Silvestro e una Incredulità di san Tommaso di G. Passeri; entrambi i di dipinti sono databili al 1675. L'altare maggiore è sormontato da un ciborio barocco, disegnato da Carlo Maderno; le colonne, però, sono quelle dell'antico, demolito nel 700. La tela dell'Apparizione della S. Croce al Giudizio Universale, collocata nel soffitto dell'abside, è opera del Giaquinto. L'abside arricchita dal monumento del cardinale F. Quiñones, morto nel 1540, e dall'affresco del catino, probabile opera di Antoniazzo Romano (1461-1508 ca.), un vivace narratore. Il monumento del cardinale Quiñones è opera dello scultore fiorentino Jacopo Tatti, detto il Sansovino (1486-1570). Su un alto basamento marmoreo lo scultore ha collocato tre edicole separate da quattro colonne di marmo; nelle due nicchie laterali ha posto le statue di Salomone e David accompagnate da scritte con riferimenti all'Eucaristia, perché nella parte centrale è collocato il tabernacolo di bronzo, a forma di tempietto dorico; sotto, due angeli reggono una tazza di bronzo dorato con la scritta latina Hic Deum adora. La trabeazione sorretta dalle colonne termina al centro con un timpano; un fastigio elaborato corona tutto il monumento. L'affresco di Antoniazzo descrive il ritrovamento della Croce così com'è narrato nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. La parte bassa dell'opera descrive i momenti salienti dell'avvenimento; al centro dell'affresco, un Cristo in gloria, racchiuso entro una mandorla di cherubini presenta con la sinistra un libro aperto sulle cui pagine è la scritta latina "Ego sum via, veritas et vita"; la mano destra, invece, è alzata per benedire. LA CAPPELLA DI S. ELENA La cappella di Sant'Elena è uno scrigno prezioso, ricco di memorie e risplendente di ori. La volta, un tempo decorata con il mosaico votivo di Valentiniano III, fu rifatto tra il primo e il secondo decennio del Cinquecento su disegno di Melozzo da Forlì (prima del 1484) con successivi interventi di Baldassarre Peruzzi (1481-1536). Il disegno attuale ripropone, con tutta probabilità, quello antico; sono diverse infatti le componenti del capolavoro che rimandano all'iconografia paleocristiana. Certo il pittore ha efficacemente descritto i numerosi uccelli, dal piumaggio variopinto, trasformando un luogo ricco di simboli in una deliziosa voliera rinascimentale. Al centro del mosaico, la figura di Gesù benedicente si affaccia da un tondo accompagnata dai quattro evangelisti posti nelle ellissi; quattro storie della Croce completano le scene degli spicchi della volta centrale. In uno dei sottarchi sono raffigurati san Silvestro e sant'Elena, con la Croce adorata dal card. Corvajal; nell'altro gli apostoli Pietro e Paolo. La statua di sant'Elena con la Croce è il frutto del restauro di una cultura romana cui sono stati aggiunti il volto e le braccia.
Natale Maffioli
|