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La lunga querelle sulla scuola anche dopo la legge continua, e i problemi restano tutti

SCUOLA:"PUBBLICA" O "DI STATO"?
di Bruno Bordignon

Dal riconoscimento dei diritti - è questa la parità offerta dall'accordo di maggioranza - alle disposizioni amministrative, esiste una frattura che sembra incolmabile. Le "private" paventano il rischio della statizzazione. La contrapposizione vera non è scuola pubblica/ scuola privata, ma scuola pubblica /scuola di stato.

Chi legge il testo della legge sulla "parità" è probabile che non riesca di primo acchito a comprendere i motivi dell'opposizione di gran parte della scuola cattolica, né le critiche puntuali del cardinale Ruini, e di monsignor Antonelli, rispettivamente presidente e segretario generale della CEI, e nemmeno la garbata critica del Papa.. Così come gli rimarrà difficile capire il grido: "libertà, libertà", scandito per oltre 5 minuti da 250.000 persone in Piazza San Pietro, sabato 28 ottobre 1999. Questo perché affermazioni come quella del comma 3, della legge sulla "parità" (Alle scuole paritarie private è assicurata piena libertà per quanto concerne l'orientamento culturale e l'indirizzo pedagogico-didattico. Tenendo conto del progetto educativo della scuola, l'insegnamento è improntato ai principi di libertà stabiliti dalla Costituzione repubblicana), sono da sottoscrivere. Ma.

COME VANIFICARE UN COMMA
Già le prime parole del testo in questione organizzano in qualche modo la truffa, come ha rilevato il presidente dell'Associazione Genitori delle Scuole Cattoliche, vanificando così il comma. Inizia, infatti, con queste parole: "Il sistema nazionale di istruzione...". Dunque le scuole sono un "sistema", cioè sono configurate come organi dello Stato, che diventa così Stato-persona. Se fossero autonome, sarebbero staccate dal "corpo" statale, e costituite come enti pubblici, non più statali. Perciò, se le scuole sono organi dello Stato, entrare nel sistema vuol dire essere statizzati. E' la sorte, temiamo, che toccherà alle scuole non statali. Il gestore rischia di essere ridotto a custode degli immobili che, oltretutto, dovrà mantenere e rinnovare a sue spese. Egli non avrà più alcuna rilevanza pedagogica né didattica. Diversa, ovviamente, sarebbe la situazione se le scuole fossero enti pubblici non statali: la parità sarebbe costituita non dall'appartenenza o dall'assimilazione alle scuole di Stato, ma dalla comune identità di organizzazioni che si autogovernano, esercitando l'attività scolastica che, secondo la Suprema Corte di Cassazione, riveste carattere imprenditoriale.

ACCEZIONI DIVERSE
Continuiamo l'analisi. L'aggettivo "nazionale", nella odierna visione statalista non ha significato puramente geografico, ha bensì l'accezione di pubblico, ritenendo valida l'equazione: è buono solo ciò che è pubblico; è pubblico solo ciò che è statale. L'aggettivo invece è da intendere nella sua accezione geografica, o, se si vuole, culturale, nel senso che una cultura nazionale è frutto di consenso non dell'imposizione di un governo! E pubblico non ha riferimento alla gestione (per cui esiste la gestione privata e quella pubblica), ma ai destinatari del servizio. È infatti riconosciuto anche dalla normativa in vigore che le scuole cosiddette a "gestione privata" compiono un servizio di pubblica utilità. La specificazione "dell'istruzione" vuole separare l'istruzione (statale) dalla formazione (regionale), andando così incontro a un'aporia, perché non vi può essere formazione senza istruzione, ma anche a un conflitto con la Costituzione, perché l'istruzione - non la formazione professionale e artigiana - è materia riservata alle Regioni (art. 117).
Continuiamo a essere convinti che lo Stato/educatore sia una forma pericolosa di Stato etico, che ha la pretesa di formare i cittadini attraverso un progetto agnostico, come se l'agnosticismo fosse l'unica filosofia capace di formare un uomo libero e di fornirgli gli strumenti critici necessari a mantenerlo equidistante da ogni ideologia. Anche l'agnosticismo è una ideologia, e il fondamentalismo, sempre deleterio, esiste in tutti i campi. Possono essere sommamente liberi, e altrettanto critici, sia il credente che l'agnostico. È questione di onestà intellettuale e non di ideologia. Insomma nessuno Stato, laico o no, potrà mai monopolizzare l'istruzione, pena la statizzazione della scuola. In questo le altre nazioni insegnano! Siamo persuasi che, nonostante solenni dichiarazioni di principio, la legge sulla cosiddetta parità porti al monopolio dello Stato sull'educazione e dunque ad una diminutio libertatis del cittadino.
E non è nemmeno vero che questa legge rechi agevolazioni alle scuole non statali, né in termini economici né in termini amministrativi. È vero invece il contrario: aggiunge oneri ulteriori. I soli beneficiari sono le scuole materne.

LA POSIZIONE DELLE "PRIVATE".
Le "private" non chiedono sovvenzioni per sé, ma per le famiglie degli alunni, affinché sia garantita la libertà di scelta. La legge offre 500 mila lire in tre anni agli alunni di scuole statali e non statali, con un reddito inferiore ai 30 milioni. Non di parità si tratta, ma di diritto allo studio. La parità esigerebbe il superamento della discriminazione di dover pagare due volte l'istruzione se si sceglie secondo un proprio progetto culturale, didattico e di vita. Ciò è stato denunciato persino da alcuni senatori della maggioranza.
Dal punto di vista amministrativo, poi, è riconosciuto nulla più di quanto sia oggi concesso dalla 86/1942: la possibilità di rilasciare titoli di studio con valore legale! C'è invece in aggiunta una serie di altri oneri: le scuole paritarie dovranno accogliere alunni handicappati (comma 3 e 4/e), ma nessun cenno sull'abbattimento delle barriere architettoniche. I bilanci dovranno essere resi pubblici (comma 4/a), ma nessun buono/scuola agli alunni che le frequentano. Il personale docente dovrà essere fornito di abilitazione (comma 4/g), ma le scuole di Stato hanno ancora decine di migliaia di precari non abilitati! Non dovranno essere obbligatorie per gli alunni le attività extracurricolari che presuppongono o esigono l'adesione ad una determinata ideologia o confessione religiosa (comma 3), ecc.

O È LIBERTÀ O NON È
In materia di scuole lo Stato ha il dovere di intervenire sui problemi relativi alla sicurezza, all'igiene, agli standard di istruzione, ma non spetta a lui entrare nel merito dell'istruzione impartita, che è libera (art. 33,1) perché è un bene supremo delle persone. Ha ancora il dovere di rimuovere tutti gli ostacoli che la impediscono e offrire a tutti pari opportunità (art.2 e 3). I titolari dell'educazione e dell'istruzione sono i genitori, non lo Stato (art. 30,1).
L'articolo 34,1 dichiara che: "L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita", non aggiunge: "solamente per gli alunni delle scuole di Stato", come invece, in conflitto con elementari diritti civili, avviene in Italia. In sintesi, devono essere riconosciuti a tutti il diritto civile di scegliere la scuola, l'insegnamento, e perfino la didattica senza rinunciare alle proprie convinzioni.
Per mettere famiglie e studenti nelle condizioni migliori può essere utile il "buono scuola", erogato dallo Stato con il denaro raccolto attraverso l'imposizione. Esso va a coprire le spese di frequenza. Il "buono" permetterebbe alle famiglie di scegliere la scuola sulla base delle proprie preferenze culturali, sociali, didattiche o religiose. Non è contro le scuole statali: le vuole migliorare attraverso una concorrenza regolata da uno Stato di diritto.