COME DON BOSCO

L'educatore
di Bruno Ferrero

L'ARTE DI LITIGARE

Una delle più belle storie dei cavalieri della Tavola Rotonda racconta che il re Artù fu sconfitto da un terribile cavaliere nero. Invece di ucciderlo o di sbatterlo nelle segrete del castello a marcire con gli altri valenti cavalieri che vi erano rinchiusi, il cavaliere nero offrì al re la vita e la libertà se di lì a sette giorni fosse tornato con la risposta a questa domanda: "Che cosa desidera ogni donna sopra ogni altra?"

Artù pose la domanda a tutte le donne che incontrò, ma nessuna delle risposte che ebbe era convincente. Si rassegnò a morire. Non lontano dal castello del cavaliere nero, mentre cavalcava a testa bassa attraverso un fitto boschetto, Artù udì la voce di una donna, dolce e gentile, che lo chiamava. Si voltò credendo di trovarsi davanti una donna bellissima, invece era la creatura più orrenda che avesse mai visto, con un volto terribile, da incubo, che quasi non riusciva a guardare. La donna, Damigella Ragnell, gli rivelò quindi che lei, e lei sola, conosceva la risposta che Artù cercava, e che in cambio lui avrebbe dovuto giurare solennemente di concederle qualunque cosa gli avesse chiesto. Il re accettò prontamente. La donna gli fece cenno di avvicinare l'orecchio e sussurrò la risposta che Artù stava cercando. Nell'attimo in cui conobbe la risposta, Artù sentì che era quella giusta, e scoppiò a ridere forte perché dopo tutto era molto semplice. La risposta alla domanda: "Che cosa desidera ogni donna sopra ogni altra?" era: "La sovranità". La donna deforme, naturalmente, diventerà una bellissima principessa. Ma solo quando il senso della risposta sarà debitamente applicato.

Ogni famiglia è un'unione tra individui che hanno le loro opinioni, i loro vezzi, i loro sogni, i loro desideri, i loro valori. E' inevitabile che sorgano conflitti. Possono essere devastanti, ferire e far soffrire. E' vitale imparare a dominare questa potenziale bomba "a sofferenza". La base di partenza è sempre l'accettazione di fondo della personalità dell'altro: la sua "sovranità". La gente cambia solo se pensa di piacere o di essere accettata per quello che è. Quando una persona si sente critica, non apprezzata, non ammirata, non riesce a cambiare. Anzi, si sente sotto assedio e si trincera ancora di più per proteggersi. E quando si scende in trincea sono guai per tutti. Non si tratta più di una battaglia, ma di una guerra logorante, interminabile.
Se c'è un elemento comune a tutti i litigi familiari è che, di solito, nessuno dei contendenti ha completamente ragione. Inoltre, nella maggioranza delle famiglie, si litiga sempre per gli stessi motivi, trasformando la vita familiare in un fragile armistizio tra un litigio e l'altro. Per impedire che un litigio destabilizzi la pace e l'unità familiari si può adottare una strategia semplice, che richiede però una buona dose di volontà.

Prima di tutto bisogna partire con la "marcia più bassa". Chi parte in quarta, cioè attacca duramente l'altro o gli altri, criticando e ferendo, non riuscirà a venirne fuori in modo dignitoso e soprattutto non risolverà il motivo del conflitto. Un litigio finisce sempre con la nota con cui è cominciato. Chi parte urlando finirà urlando e tutti saranno solo più arrabbiati. E' assolutamente lecito lamentarsi e mettere a fuoco il problema, non lo è partire con l'artiglieria pesante e accusare "la persona". Le frasi che cominciano con il "tu" sono sempre molto pericolose: "Tu sei il solito incosciente. Il tuo guaio è che.." E' come premere il pulsante di un lanciamissili. E' meglio essere gentili e chiari. Non urlare: "Guarda che stalla hai lasciato!" ma "Per favore, vorrei che tu sparecchiassi quando hai finito di mangiare". E' importante limitarsi al problema del momento e non istituire un Processo di Norimberga che riesumi i torti di una vita.

In un secondo momento, bisogna imparare a fare tentativi di riparazione ed accoglierli. A scuola guida, la prima cosa da imparare è a frenare. Saper graduare la frenata è importante anche in famiglia. Nelle famiglie felici si formano spontaneamente dei sistemi di frenaggio che entrano in funzione quando il litigio rischia di degenerare. Vanno da un "break!" gridato da uno dei contendenti a "Per piacere, ricominciamo!".

La terza fase consiste nel calmarsi reciprocamente. E' necessario quando si sente un senso di soffocamento dovuto al risentimento e alla sensazione che poi si rimpiangeranno le parole dette. Può essere sufficiente una tregua di venti minuti, un momento di rilassamento ascoltando musica o facendo una corsa all'aria aperta.

A questo punto è possibile trovare un compromesso: si deve cercare una soluzione che soddisfi tutti. La pietra angolare di ogni compromesso è una vera e amorevole accettazione dell'altro: marito, moglie e figli. Nessuno deve vincere e nessuno deve essere sconfitto.

In ogni caso, il segreto è sempre rispettarsi. Il litigio non servirà mai a cambiare le persone: riguarda invece la negoziazione, la ricerca di un terreno comune e i modi in cui riuscire ad adattarsi gli uni agli altri.

E' inevitabile che esistano problemi ed è altrettanto inevitabile che i problemi facciano esplodere dei litigi. Quello che conta è volere veramente uscirne in modo onorevole per tutti. Una giovane signora invece di bombardare marito e figli con osservazioni sgradevoli, la mattina, intanto che si preparano ad uscire, ha preso l'abitudine di mettere per iscritto le cose che non le vanno bene e poi discutere l'elenco con tutta la famiglia il venerdì sera. "Ma prima elimino io stessa un po' di voci dicendo "Ma no, questo non è importante", oppure "Probabilmente qui la colpa è mia". E poi parliamo del resto". E' altrettanto importare ricordare, almeno con frequenza doppia dei litigi, quante cose belle esistono nella famiglia e quanti magnifici e gioiosi motivi tengono insieme le persone che la compongono. Per molti genitori e figli un modo di ricordare le reciproche buone qualità consiste nell'abbracciarsi spesso e sbrigare insieme le faccende di casa. Tenendo sempre a mente il consiglio della Bibbia: "Non lasciare che il sole tramonti sulla tua ira".

il genitore
di Marianna Pacucci

VALE LA PENA IMPARARE A LITIGARE?

In tutte le famiglie capita di litigare, ma quest'esperienza non sarà mai indolore, anche se ci si sforza di considerarla come un dato fisiologico nel rapporto ordinario fra persone che, pur volendosi bene, non smettono di essere diverse e di accampare una mentalità, attese e disponibilità che possono generare conflitti con le esigenze degli altri.

Per quanto mi riguarda, preferisco evitare le occasioni che possono creare disturbo, ma a posteriori mi pento quasi puntualmente di aver inibito questa possibilità: litigare fa male, ma il più delle volte serve. Anche perché l'alternativa del silenzio e della sopportazione crea danni peggiori: frustrazioni, conflitti interiori, nevrosi, tentativi di estraneazione reciproca, cose sono di gran lunga peggiori per la vita famigliare. Per reggere una situazione conflittuale occorre però trovarle una motivazione decente e imparare a gestirla in modo dignitoso. E qui cominciano i guai.

Prima di tutto occorre riconoscere che ci sono ragioni valide e 'scuse': una lite è fondamentalmente buona se aiuta a crescere, se rappresenta comunque il tentativo di costruire un ponte fra due verità diverse, se nasce dalla capacità di indignarsi contro una situazione che rende meno vivibili e gratificanti le relazioni famigliari. Molte discussioni nascono invece da un cattivo rapporto con se stessi ed hanno un impatto distruttivo sulle relazioni affettive, perché comportano una disistima dell'altra persona e non semplicemente una dichiarazione di disaccordo con particolari comportamenti. Non è affatto facile riconoscere onestamente con se stessi da che cosa si è mossi interiormente.

Il secondo problema consiste nel capire come litigare: ma non è solo una questione di tecniche psicologiche più o meno raffinate; viene chiamata in gioco la capacità di restare solidali con chi ha sbagliato e, in senso più complessivo, l'attitudine a gestire con equilibrio le ore della verità e quelle dell'amore.

Occorre poi fare i conti con lo stile conflittuale di ciascun componente il nucleo famigliare. A casa nostra ognuno manifesta a modo suo il 'punto di rottura' nella tolleranza delle diversità: la nostra figlia maggiore litiga in modo garbato, ma non molla di un centimetro sul piano della contrattazione e può resistere per giorni e giorni arroccata sulla sua posizione, in attesa della capitolazione dei genitori. Il figlio più piccolo, invece, quando litiga sembra un temporale estivo: dopo tuoni e lampi di grande intensità emotiva, tira fuori dal cilindro un meraviglioso arcobaleno e cerca la pace, andando incontro al punto di vista altrui con grande disponibilità all'obbedienza. Noi adulti invece litighiamo sottovoce, con molto pudore, ma anche con grandi sensi di colpa: così facendo, non riusciamo a liberare nel conflitto le nostre energie migliori e dunque vi restiamo intrappolati dentro, invece di sfruttarlo come una risorsa utile a capirsi meglio.

La cosa più bella è però vedere i due ragazzi litigare fra loro: grandi inseguimenti per il corridoio, schiamazzi da pollaio, una certa dose di parolacce, qualche porta sbattuta. poi, improvvisamente, silenzio o una risata fragorosa. I figli ricominciano a giocare insieme o a condividere le loro occupazioni abituali. Mi dico sempre che devo imparare da loro non tanto come si fa a litigare, ma come venir fuori da questa esperienza: viste le mie maldestre performances, devo evidentemente sforzarmi di ridiventare fanciulla; solo così forse capirò qual è il segreto per concludere una lite con una salutare dose di umorismo.