IL GRANDE EVENTO
di Juan E. Vecchi

UNA SPIRITUALITA' PER IL III^ MILLENNIO
EDUCARE CHE PASSIONE


Fede, speranza e carità furono vissute da don Bosco in "una missione": educare i giovani e promuovere la gente povera. Per questo sembrava "tagliato". Si è detto che, come alcuni nascono artisti o poeti, don Bosco era nato educatore. L'affermazione è pienamente giustificata.

Sin dai primi anni comunicava ai compagni quello che aveva imparato. Lo faceva con gioia ed efficacia, valendosi anche di modalità originali come il gioco o la lettura di racconti attraenti. I doni di natura corrispondevano a una vocazione: essere sacerdote educatore. Nel "lavoro" di far crescere i giovani, ciascuna delle tre virtù teologali ispirò piccoli gesti e grandi iniziative.

L'intreccio diede origine a uno stile tipico di avvicinamento, accoglienza e accompagnamento dei giovani, specialmente di quelli poveri, fatto di comprensione e proposta, di rapporti personali ed esperienze comunitarie. Don Bosco lo espose con parole semplici, casalinghe, da "cortile": ragione, religione, amorevolezza. Sono parole popolari. Le capiscono mamme e papà. Niente da vedere con le teorie sull'educazione che abbiamo ascoltato da esperti o letto sui libri. Ancor oggi però, di fronte a nuove situazioni, piuttosto che apparire esaurite, esse offrono spunti convincenti. Coloro che le hanno comprese e sperimentate le applicano all'educazione in famiglia e nella scuola, nell'oratorio e nei gruppi, in Europa e negli altri continenti.

Non sono norme pignole di comportamento, ma energie o mondi nei quali si muove la persona: la vita, la grazia, l'amore. Proprio per questo si possono estrarre da esse sempre nuove ricchezze. Così, ripensate e applicate durante un'intera esistenza dedita all'educazione, quale quella di Don Bosco, finirono per dare origine a un "sistema" di intuizioni, pratiche, ambienti e programmi: viene chiamato "Sistema preventivo".

Ma fecero ancora di più: tracciarono un cammino originale verso la santità. "La santità di don Bosco - ha scritto Giovanni Paolo II - si plasma come santità educativa". La spiritualità salesiana è stata fusa in questo stampo e ne porta definitivamente la forma. Rispondendo alle sue esigenze si autocomprende e cresce. L'humus della sua nascita è anche il terreno della sua crescita.

Oggi siamo chiamati e possiamo partecipare attivamente alla promozione delle persone, delle idee e dei valori. Ci sono le scuole e la famiglia, gli oratori, i gruppi e le comunità cristiane. Ci sono le amicizie e i circoli. Inoltre si parla di educazione continua degli adulti e di città educativa. La prima indica che la persona non ha mai finito di migliorarsi, perfezionarsi e acquistare nuove visioni e competenze; può dunque incontrare sempre nella vita qualcuno che l'aiuti ad andare oltre.

La città educativa ricorda che la qualità della vita sociale, con i suoi progetti, leggi, rapporti, modalità di convivenza ed esempi aiuta a crescere o porta verso la decadenza anche personale. L'insicurezza genera diffidenza, l'impunità trascina verso lo scetticismo, il disordine negli uffici e spazi pubblici verso la noncuranza, la mancanza di rispetto alle norme verso l'individualismo e l'illegalità e via dicendo. Così, senza proporcelo, diventiamo educatori gli uni degli altri.

Del mestiere educativo sovente si deprecano le difficoltà. "Missione impossibile!" l'ha chiamato qualcuno, forse per lo sforzo che richiede mettere giovani pieni di vitalità in un contesto di norme istituzionali, di esigenze e di rapporti necessari, ma nei quali non consiste l'educazione. Sono solo dei mezzi. Educare è come dare alla luce: lo si fa con e per amore o si fallisce. Se si potesse domandare a don Bosco da dove veniva questa sua passione per "educare" giovani poveri, la sua risposta ci stupirebbe: era entusiasta del progetto di Dio di fare ciascuno un suo figlio; era come innamorato dell'immagine dell'uomo che si è manifestata in Gesù Cristo.

Soffriva quindi nel vedere i ragazzi privati di tanta dignità e felicità. "Voglio che siate felici nel tempo e nell'eternità", era la sua dichiarazione di amore ai giovani.

È proprio ciò che deve poter ripetere chi vuole educare!