A rincorrere le cronache, si fa sempre più fatica a capire che cosa succeda ai ragazzi e alle ragazze di oggi. Di quelli che vivono una vita normale, tranquilla, docili alle regole del gioco sociale, ce ne sono tantissimi. Se ne parla poco e non si sa bene quanto sia positivo moltiplicare questi modelli di giovani.
Poco si parla anche di altri, parecchi, che dedicano ai meno felici e fortunati spazi del loro tempo. La crescita di questi giovani mescola le sofferenze e le angustie dell'adolescenza con forti ideali e altruismo. Rischiano delusioni in futuro.
Ma le cronache li scartano e si accaniscono, invece, con giovani portatori di messaggi anormali, segni di disturbo, rifiuto violento delle regole e delle consuetudini.
Clamore, tante videocamere, primi piani, salotti intorno alle storie violente dei giovani: di quelli che picchiano e derubano i genitori per una dose di eroina o per spendere ai videogiochi; per quanti impugnano il coltello in una lite fuori la discoteca e ammazzano un loro coetaneo per motivi futili; per le storie di sesso finite nel sangue e nel torbido. Ma nella società dove si va diffondendo la cultura dell'inquinamento acustico contro cui mobilitarsi, non si viene sfiorati quasi più dal paradosso del rumore gigantesco che si scatena sulle storie negative o segnate dal disagio fisico e psichico dei giovani.
Da quando ha preso piede la cultura della notizia in funzione del mercato, tutti rischiamo l'eccesso verbale e l'inflazione da comunicazione.
Il silenzio è emigrato lontano dalle nostre vite. Non solo come assenza di rumore, ma silenzio come disposizione a scrutare il mistero della vita e della morte.
Se un caso strano rimettesse in circolo il piccolo volume "Pensieri nella solitudine" di Thomas Merton, l'intellettuale americano approdato alla trappa dopo tanto cercare il senso della vita e che dal silenzio della trappa aveva radicato la motivazione per appassionate battaglie in favore della giustizia e della solidarietà, si potrebbe misurare il forte umanesimo della proposta del silenzio dentro la babele sociale del nostro tempo.
La tentazione del rumore, di frequente diventa vizio anche negli adulti che si interessano ai giovani. A volte diventa uno scempio. È una sensazione sgradevole che capita di vivere all'ennesima potenza quando si verificano certi episodi di cronaca rosa-nera.
Come in febbraio, quando il tribunale di Foggia affibbiò l'ergastolo a due ragazze ventenni accusate di aver ucciso, in un contesto feroce e ancora in parte misterioso, una loro coetanea. I loro nomi, Anna Maria e Mariena, come quello della vittima, Nadia, sono nomi comuni. Con il tempo saranno sepolti dall'oblio, senza più suscitare passioni violente tranne che negli infelici parenti.
Nei giorni del loro ergastolo, lo stesso tribunale comminava pene meno dure a mafiosi pluriomicidi e migliaia di professori italiani scendevano in piazza per chiedere consistenti aumenti di salario ed esprimere un disagio evidente della scuola. Quella scuola che non si era assolutamente accorta dell'intrigante vita di Anna Maria e Mariena e di altre migliaia di giovani e ragazze persi per strada.
Non ha pace la scuola. Difficile che ce l'abbiano i giovani.
La storia delle due ragazze, secondo la sentenza finite assassine, solo apparentemente non ha nulla da spartire con gli altri fatti di cronaca che hanno punteggiato i giorni della loro tristissima vicenda.
Adulti capaci di silenzio potrebbero suggerire indovinate medicine. Il silenzio dispone all'ascolto che va oltre l'orecchio. Una medicina divenuta rara.