LETTERE
Pensieri in libertà. Signor Direttore, le accludo qualche foglio con alcuni "Pensieri in libertà" che il sottoscritto vuole lasciare come ricordo alle quattro figlie, ai generi, ai nipoti. Se trova qualche cosa da utilizzare nei suoi commenti, ne faccia l'uso che crede.
Livio, Verona
Caro signore, le sue 18 pagine di "pensieri in libertà", con i suggerimenti di cercare le orme di Dio nell'universo, nella natura e nella intelligente complessità della vita, mi trovano d'accordo, e spero che i destinatari le sappiano apprezzare, per quello che sono: un'analisi appassionata del "Mistero" e della sua forza di attrazione, che lascia poco spazio allo scetticismo agnostico e all'ateismo desolante. Mi limito a fare qualche osservazione sull'ambientazione generale, sulla introduzione ai suoi pensieri.
"E se fossero belle storielle confezionate dai preti per infinocchiare vecchiette e babbei?". Questa è la convinzione di molte persone.". Facile rispondere: le vecchiette e i babbei si chiamerebbero Dante, Petrarca, Manzoni, Ampère, Pascal, Claudel, Newton, Galileo, Kierkegaard, Mendel, e mille altri.
"Quelli che credono veramente sono molto pochi.". Al contrario: quelli che mettono in pratica, semmai, sono molto pochi, quelli che credono sono la stragrande maggioranza dell'umanità.
"Non potresti (Dio n.d.r.) darci degli scossoni?.". Sono stati in tanti nei secoli a chiedere a Dio quanto lei chiede, a cominciare dai tempi di Gesù. Ma i miracoli servono a poco. Badi, non lo dico io, lo dice Gesù nella nota parabola del ricco epulone: 'Se non hanno creduto a un vivo non crederanno nemmeno se uno risuscita dai morti'. Non è la strada degli scossoni a creare la fede.
"Se i preti credessero pienamente alla sua presenza.". Un recipiente contiene quello che può contenere. Non tutti siamo uguali. C'è chi ha fede debole e chi ce l'ha forte, anche tra i preti. Ma si può pregare: "Signore aumenta la mia fede!"
Il resto, le ripeto, sono riflessioni e consigli che sottoscrivo volentieri e che vorrei fossero di tutti i papà di questo mondo.
E' proprio vero? Caro Direttore, nel BS di febbraio leggo (fumetto) che don Bosco afferma: "Pregare sì, ma soprattutto lavorare" e "Il diavolo ha più paura di una casa dove si lavora che di una casa dove solo si prega". Le chiedo: questo è veramente il pensiero di Don Bosco o glielo si è fatto dire? La prego di darmi una risposta non politica. come ha dato a padre Quinto.
Mario, Ivrea
Caro signore, cito dalle Memorie Biografiche di Don Bosco: "Non vi raccomando penitenze, e disciplina ma lavoro, lavoro, lavoro (4,216); "Non lavorate voi? Lavora il demonio" (13,801); "Pane, lavoro e paradiso" (12,598); "Se un salesiano muore sul lavoro, la congregazione ha ottenuto un grande trionfo!" (17,273); "Andate avanti. Il demonio ha più paura di una casa di sola preghiera" (17,661) Queste parole sono del papa Pio IX. Nel volume IX Don Bosco afferma: "Il santo pontefice mi disse: io stimo migliore una casa religiosa in cui si prega poco ma si lavora molto di un'altra nella quale si facciano molte preghiere e si lavori niente o poco" (9,566). Spero di essere stato chiaro, come chiaro, mi pare di essere stato con P. Quinto al quale ho detto in sostanza che la preghiera è come il respiro, è la vita stessa, è il lavoro fatto con retta intenzione. Insomma non esiste solo la preghiera "vocale", ma anche la preghiera del "fare". Don Bosco ne era convintissimo. Questo non significa affatto che non pregasse. Potrei citarle cento altre cose sulla preghiera di Don Bosco. Ma lo trovo superfluo.
Che fare? Ho 19 anni e ho iniziato l'università [.] Il fatto che mi ha lasciata davvero amareggiata è questo: alcuni professori in sede d'esame hanno palesemente favorito alcune ragazze che durante il semestre si erano dimostrate particolarmente "disponibili" e "gentili" ( capisce vero?) nei loro confronti[.] Come dovrei comportarmi, rinunciare ai miei principi e adeguarmi a tali comportamenti perché "così va il mondo", oppure essere coerente con me stessa e con tutto quello che mi è stato insegnato, rischiando però di non veder riconosciuto e adeguatamente valutato il mio impegno?
Una studentessa di Roma
Rischi, cara "studentessa di Roma", rischi. Il rischio è il sale della vita, rischi di essere coerente. Non si adegui al flusso, remi contro corrente; la vera grande impresa della vita è quella di chi sa navigare contro corrente, come i salmoni che a prezzo d'immani sacrifici risalgono i fiumi, e l'impresa gli vale "la continuazione della specie!". Non abbiamo più bisogno di gente omologata, di uomini e donne senza spessore, senza slanci ideali, senza valori: botti vuote pronte ad accogliere ogni spazzatura, dal momento che non reggono il vino buono! Si guadagni il suo posto con le sue forze non con la sua "disponibilità" a fare da pillola stupefacente per furboni (il sostantivo dovrebbe essere un altro, come lei ben capisce!) senza scrupoli. E non dimentichi che il suo vero "valore" non lo dichiara un "pezzo di carta" o un numero su uno statino, ma la fatica e la coerenza di una vita, perché non c'è gloria a fare come le pecore, che quel che fa una, tutte l'altre fanno.
Mi piacerebbe. Gentile Direttore, leggo il BS da quando ero piccola. Trovo interessanti soprattutto gli articoli trattati dagli educatori., dal momento che sono mamma di due bambini piccoli. La scuola non mi ha soddisfatto.. Mi sentivo sola. Eri accettata solo se bella e alla moda. Ne soffrivo moltissimo e reagivo facendo la buffona, o studiando a memoria anche quello che non capivo. Mi sarebbe piaciuto che gli insegnanti sapessero andare oltre le loro materie, parlando anche dell'importanza di essere se stessi, di rispettare sempre tutti, di valorizzare le capacità individuali, di scoprire i valori spirituali.
Stefania, Buttigliera
Capisco bene i suoi "desiderata", signora: sono quelli di tanti come lei, che si aspettano che la scuola sia davvero quello che deve essere, cioè educativa. Ma. aspettano invano. Sembra proprio, ahimè, che la "principale" istituzione educativa abbia abdicato al suo compito "principale", quello, per l'appunto, di "educare insegnando e insegnare educando". Troppi "proff" si sono arresi, e hanno perduto ormai da tempo la battaglia: non tanto quella dell'insegnamento (quattro nozioni si ficcano in testa anche ai più. rape!), quanto quella dell'educazione. Gli alunni appaiono in molte scuole in balia di se stessi, o di quattro scalmanati, più o meno politicizzati, che organizzano scioperi per le cose più assurde, mai per avere dei professori capaci di tenerli in riga e farli studiare. Ma questo è un discorso lungo e tedioso, e non trova molti consensi. soprattutto in certi genitori. Nella mia vita di insegnante pochi ne ho rinvenuti che venissero a rendersi conto di come procedesse l'educazione del proprio rampollo, la maggioranza veniva a "difendere" il figlio, con ogni mezzo, anche con fior di bugie. Come può constatare, la colpa di questo stato di cose va "equamente distribuita".
Meno organizzazione. Caro Direttore, sono una ragazza di 17 anni, animatrice all'oratorio [.] dove siamo organizzati bene come gruppi e associazioni. Le riunioni sono "super", ma. manca la familiarità. Don Bosco sarebbe contento? C'ho pensato più volte e mi sono detta che forse ci darebbe una sgridata "immonda" [.] Credo che in oratorio sia indispensabile la presenza del direttore, guida spirituale di ragazzi e giovani e punto di riferimento per tutti. Purtroppo questo nel mio oratorio non avviene: da qui il disagio che provo. Sento viva, e mi creda non sono la sola, la necessità di una persona che ci stia vicino, perda tempo con noi, magari ci aiuti a trovare le strategie di "ripopolamento", e non stia sempre chiuso a organizzare. Abbiamo bisogno della sua persona non della sua organizzazione. Abbiamo bisogno che tutti veniamo considerati allo stesso modo, senza parzialità, senza preferenze, che siamo tutti guidati, tutti aiutati. Se no viene voglia di cercare nuovi ambienti, nuove amicizie, nuovi "giri", nuovi impegni.
Lara.
Cara Lara, lettere come la tua ne ricevo più d'una. Rispondendo a te voglio rispondere a Marco, Luigina, Roberto (avuta per e-mail), ecc. Hai colto nel segno, credo, per quanto riguarda il ruolo del direttore di oratorio, come lo voleva Don Bosco. Del resto l'esempio più calzante è proprio lui, il suo "perder tempo" coi ragazzi, il suo "colloquiare" con loro, non solo nei tempi appositamente programmati, ma anche sfruttando le occasioni più impensate, all'improvviso, per esempio durante il gioco, con una frase brevissima, ma densa e personalizzata: la famosa "parolina all'orecchio", segno della sua amorevole attenzione al ragazzo, alla sua situazione attuale, ai suoi bisogni. Lui sì, sapeva cogliere il momento giusto, dire la parola giusto, fare il sorriso giusto. Sapeva insomma cogliere l'attimo!
Purtroppo, oggi siamo in una realtà talmente articolata e complessa, macchinosa ed eterogenea che se non si progetta si rischia il dilettantismo e la paralisi educativa. Solo che l'"organizzazione", come dici tu, la può avere in mano e imbastire anche un "buon laico animatore" lasciando al direttore dell'oratorio il compito che gli è proprio, quello di essere padre, o fratello maggiore, e, soprattutto, compagno di. cortile, accompagnatore spirituale dei suoi ragazzi/e.Questo è quanto faceva Don Bosco e desiderava che facessero i suoi. "successori" nella conduzione degli oratori! Vuoi, anzi, volete un consiglio? Giocate a carte scoperte: dite a chiare lettere ai vostri direttori di oratorio il vostro bisogno della sua umanità, del suo accompagnamento, della sua direzione spirituale, della sua parola. Ditegli che abbia il coraggio di "perdere tempo" con voi, perché questa è la sua vocazione specifica, e perché quel tempo in realtà non è perso ma guadagnato! Chissà che non possiate ottenere qualche risultato.
RINGRAZIO
di cuore Carlo Mistri di Genova per l'invio del suo volume (pp 80) "Il piccolo
fumatore", della collana "Scrittori Italiani Contemporanei", (Editore Lo Faro,
Roma), che ho letto con vero gusto, dove tra l'altro suggerisce ad Angelo di
Taranto (BS giugno 99) le pagg. 20-24, uno spaccato dei suoi "felici" anni di
collegio presso i salesiani di Ferrara.