CHIESA

Il 18 di questo mese di maggio papa Giovanni Paolo II compie ottanta anni

OTTANTA ANNI DI NOMADISMO
di Silvano Stracca

"Se ti eleggeranno, ti prego di non rifiutare", gli disse il cardinale Wyszynski, l'eroico primate di Polonia, durante il Conclave. E dopo la nomina l'anziano porporato gli donò una 'profezia': "Se il Signore ti ha chiamato, tu devi introdurre la Chiesa nel terzo millennio".

Era il 16 ottobre dell'ormai lontanissimo 1978. Per la prima volta, dopo oltre quattrocentocinquant'anni, il papa cessava di essere italiano. Il pontificato di Giovanni Paolo II dura quindi da quasi ventidue anni. E il 18 maggio, nel pieno del Giubileo saranno passati centotrentotto giorni di questo anno duemila introduttivo del terzo millennio cristiano, o, secondo altri, già dentro la nuova era.

Karol ha portato alle soglie del nuovo millennio non solo la Chiesa, ma un mondo per tanti versi segnato proprio da lui così fortemente da non lasciar dubbi sulla qualità insieme profetica e storica della sua presenza itinerante sul crinale di questo passaggio epocale. In questo tempo movimentato si è definito ciò che il Papa polacco rappresenta: i viaggi in tutto il mondo, l'energico governo della Chiesa, le chiare prese di posizione sul matrimonio e la famiglia, sul controllo delle nascite e sulla procreazione, la sua religiosità e l'impronta filosofica, la sua posizione nella politica internazionale, instancabile preoccupazione per gli uomini di tutto il pianeta, la sua ansia pastorale ed ecumenica che lo porta viaggiare dovunque, nuovo nomade di Dio, nuovo san Paolo per una "nuova evangelizzazione".

PAPA SUPERSTAR?

Sono tramontati da un pezzo i tempi in cui si parlava di questo Papa come di una "superstar", non a torto considerando l'entusiasmo che aveva saputo suscitare ovunque. Oggi egli è un uomo anziano e malato, e la sua sofferenza si legge anche sul suo volto e nello sguardo che a tratti sembra smarrito mentre s'appoggia al bastone. Da pulpiti e cattedre non solo laiche, persino da circoli teologici, capitoli cattedrali e sedi vescovili soffia un vento freddo contro la Curia romana, il centralismo e l'autoritarismo vaticano, ma anche contro il Papa. Alcune voci sembrano invitarlo a dimettersi perché si ritiene non abbia più la forza di reggere al suo gravoso incarico.
Non fa meraviglia. In tutti i tempi della storia della Chiesa ci sono state critiche a Roma e al suo Vescovo. Wojtyła rispondere agli uni e agli altri continuando il suo nomadismo apostolico, convinto che la giovinezza non sia una questione di anagrafe e soprattutto lanciando segnali di un'apertura oltre ogni previsione, come quella in Egitto, quando sorprendendo tutti i media e forse chissà, anche la stessa Curia, si disse disposto a ristudiare il ruolo del ministero di Pietro.

Un uomo che ha per compagni il coraggio e la coerenza, che non si tira indietro di fronte a nulla. Tutta la sua storia è segnata dalla prova. Aveva vent'anni quando i nazisti arrivarono a Cracovia deportando e uccidendo; celebrò la prima messa quando al potere salì un governo che combatteva la Chiesa. Da vescovo rischiò più volte la prigione. Non gli è stato risparmiato nulla neppure da Papa. Gli spara il turco Alì Agcia, si ammazzano tra lo scandalo, le guardie svizzere che dovrebbero proteggerlo. La sua vita è stata segnata anche dalla prova del tumore, che lo costrinse a soggiornare per centotrentatre giorni al Policlinico Gemelli, che lui scherzosamente definì "Vaticano 3", dopo San Pietro e Castelgandolfo.

"VOI MI CORRIGERETE"
Così disse appena eletto. Ma è stato lui a correggere il cammino del suo popolo, con l'impressionante mole dei suoi scritti dottrinali. Ha affrontato e messo in crisi il marxismo, ha varcato il Tevere per il suo viaggio., "più lungo", quello alla Sinagoga di Roma. Ha ricevuto il padre della "perestrojka" Gorbaciov, e ha attraversato la porta di Brandeburgo, là dove l'Europa era divisa dalla vergogna di un muro che tagliava in due non solo una città ma un continente. Il suo inquieto peregrinare lo ha portato nelle città della disperazione, a Sarajevo, a Beirut, a Calcutta . si è inginocchiato ad Auschwitz e Hiroshima. E' salito sul palco a Cuba accanto al "lider maximo", e sul Sinai, nuovo Mosé, durante il suo novantesimo viaggio fuori d'Italia. Poi dopo un milione di chilometri percorsi attorno al mondo, pari a tre volte la distanza terra-Luna, ha potuto coronare un altro sogno, quello di pregare nella terra di Gesù.

"Cristo non ci ha detto: 'Sedete in Vaticano' ma ci ha detto: 'Andate in tutto il mondo". Così ha difeso una volta il suo inusitato nomadismo, chiacchierando a tavola coi vescovi italiani convenuti a Loreto. Ma la sua missione non può ridursi a dati da Guinnes dei primati. Questo prete venuto da lontano ha dato una picconata a quel muro che divideva, con la forza sclerotica delle ideologie e quella tragica delle armi, il mondo Ma il trionfo della democrazia liberale e del capitalismo sul totalitarismo comunista non ha modificato il suo giudizio, alquanto critico, sul liberismo economico. Per lui il successo dell'uno e la sconfitta dell'altro non sono la fine della storia, come qualcuno ha troppo affrettatamente scritto.

MURI CROLLATI

Per il primo Papa slavo della storia, il Muro non è crollato nel 1989 solo verso Oriente, seppellendo il comunismo reale. Ma anche verso Occidente, sollevando un gran polverone sulla natura, sui limiti e sulle prospettive della democrazia liberale e del capitalismo dopo il tramonto del "secolo breve". Ciò che più colpisce in lui - e affascina specialmente i giovani - è l'antifatalismo. "Qualcosa deve cambiare qui!", disse arrivando ad Haiti, nell'epoca più buia della dittatura di Duvalier. E tantissime cose sono cambiate in questi quattro lustri, dalle Filippine di Marcos al Cile di Pinochet, dall'Argentina dei "desaparecido" al Sudafrica dell'apartheid.

Non si rassegna né alla miseria, né alla violenza,, né all'ingiustizia, né alla menzogna, né alla guerra, né alla divisione. Le sue parole sono quelle di un lottatore, ma di un lottatore dello spirito, di un uomo animato dall'amore. "Nessuno può vivere senza amore", scriveva nella sua enciclica/programma "Redemptor Hominis". Questo Papa è un uomo di speranza, poiché è un uomo libero, ha la libertà dei figli di Dio. Fa sorridere i seminaristi polacchi con una battuta: "A Roma mi dicono che quel che dico di meglio è ciò che non è scritto nel testo". Questo Papa 'originale' che compie ottant'anni, ci conduce veramente lontano dalla routine quotidiana, verso nuovi orizzonti, verso un nuovo avvenire, un nuovo millennio.