TERZO MILLENNIO
di Juan E. Vecchi
QUESTIONI PENDENTI
BAMBINI LAVORATORI
La globalizzazione va forte. Ma
non su tutti i fronti. Quella "economica" si impone: trasferimento di capitali
e di imprese lì dove i costi sono minori, apertura dei mercati, ecc. Ma
c'è un'altra globalizzazione, davvero urgente: è quella che deve
garantire la dignità di ogni persona, a partire dai bambini, in
qualsiasi parte della terra, per solidarietà tra i poteri e i popoli.
Il Papa ha detto ai pellegrini del Senegal: "Non vi rassegnate a un mondo in
cui l'uomo non è rispettato nella sua dignità" (Osservatore
Romano, 3 settembre 2000). Questa è stata la consegna del 2000,
anno giubilare La globalizzazione della solidarietà sulla base di un
nuovo umanesimo va a rilento. A ciò si riferiscono le "questioni
pendenti" che andrò presentando lungo il corso di questo primo
anno del III millennio.
Le spese umane di vistosi progressi ricadono più pesantemente sulle
parti deboli della società.
Una di queste parti deboli sono certamente i bambini e i ragazzi. Sui loro
diritti ci sono solenni dichiarazioni di istituzioni internazionali. Quella
ragazzina, di una famosa striscia, Mafalda, di fronte alla dichiarazione
dell'ONU sui diritti dei bambini fa questo commento: "Che non capiti con i
diritti dei bambini quello che è capitato con i dieci comandamenti".
Cioè che li osserva chi vuole.
Infatti tra la dichiarazione e l'applicazione c'è di mezzo la
volontà umana, perché manca l'autorità capace di tagliare
secco dove tali diritti sono gravemente violati da poteri locali.
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Una categoria di bambini, con i quali sta capitando una cosa simile è
quella dei minori impiegati nel lavoro. Il numero è tutt'altro
che insignificante: 250 milioni tra i cinque e i quattordici anni. Di essi 12O
milioni lo fanno a tempo pieno e con un numero di ore giornaliere superiore al
normale.
Non sono mancati sforzi per far cessare quest'infamia. Mi piace ricordare la
"global march" contro il lavoro minorile con tre mila delegati di 157 paesi. Ma
il fenomeno persiste. Per proteggere i bambini non si provoca una crisi
politica tra due paesi.
Quando si leggono notizie sul lavoro minorile, il riferimento immediato
è all'Asia (61%), all'Africa (32%), all'America Latina (7%). Ma non
c'è da illudersi. Lo sfruttamento della mano d'opera minorile esiste
anche nei paesi avanzati, ad opera di privati, che sfruttano sfrontatamente
bambini del posto o immigrati, spesso in combinazione con loschi trafficanti
che, contro ogni legge umana e divina, importano questo tipo di manodopera.
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I ragazzi lavoratori, deprivati dell'istruzione e delle gioie della loro
età furono il primo campo di lavoro di don Bosco: piccoli
manovali dei cantieri, o impiegati nelle fabbriche. Egli si accorse che le
molte ore di lavoro, il trattamento punitivo che i ragazzi ricevevano quando
sbagliavano o non rispondevano adeguatamente ai compiti loro assegnati,
l'allontanamento dalla famiglia e i cattivi esempi stravolgevano
irrimediabilmente la loro esperienza umana e compromettevano il loro cammino di
fede.
Il lavoro minorile lo impressionò a tal punto che ne fece un riferimento
per l'oratorio e sull'argomento scrisse persino una breve romanzo. Ne è
protagonista un fanciullo di nome Pietro. Suo padre, cliente assiduo
dell'osteria, lo mette a lavorare all'età di otto anni in una fabbrica
di fiammiferi. Il fanciullo però conosce l'oratorio, comincia a
frequentarlo, si affeziona all'ambiente, dove trova tanti veri amici, e
lì può prepararsi alla prima comunione. Appoggiato e compreso
egli va guadagnando fiducia in se stesso raggiunge livelli di
responsabilità. Ma soprattutto sperimenta gioie e occupazioni diverse
dal sottostare a un padrone e a una organizzazione con il solo obbligo di
produrre.
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In quel tempo non c'erano poteri con pretese di globalizzazione. Oggi i
fatti sono pubblici. E nessuno sa perché coloro che intervengono nelle
finanze di una nazione non possano anche prendere in considerazione, nelle loro
relazioni, fatti di questo tipo.
La Famiglia salesiana è chiamata a mettersi dalla parte dei ragazzi
attraverso tutte le vie possibili: quella del potere, quella della cultura o
formazione della mentalità collettiva, quella delle iniziative di
prevenzione o ricupero, quella dell'aiuto al singolo. Ed è auspicabile
che si unisca anche alle organizzazioni umanitarie che già cercano di
eliminare questa infamia.