IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
IL COLORE DEL TEMPO
Il tempo si scruta ormai poco.
L'attenzione dei più è divenuta nei suoi confronti quasi solo
metereologica. Ma pensare il tempo, saper dialogare con il suo trascorrere,
investigare le sue forze misteriose, rende la vita meno insipiente.
Gli adulti sono talvolta allenati a leggere i tempi, ma vogliono farlo
esclusivamente alla luce delle proprie esperienze di vita e della propria
sensibilità culturale. Non c'è tra essi, normalmente, l'abitudine
a leggere i segni dei tempi con gli occhi degli altri e, tanto meno, dei
giovani. I giovani, invece, sono come cani da caccia: nel cogliere la mutazione
del tempo corrono e annusano la selvaggina prima del cacciatore che solo dopo
può prendere la mira e non sbagliare.
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Di sbagli, per lo più in buona fede, gli adulti educatori ne fanno
tanti. Ma spesso perché non si consigliano con i giovani più
portati, d'istinto, a sentire il polso del presente. Essi lo leggono
nell'immediatezza, senza la mediazione dell'esperienza di vita che è
preziosa ma solo in un secondo tempo. A lettura fatta. Capire i sintomi
nascosti nel presente, aiuta a tracciare il futuro.
Di gennaio si respira di solito l'aria del nuovo anno. In questo
gennaio del 2001 anche la prima del nuovo secolo. Come era prevedibile, dopo la
retorica di fine e inizio millennio, i nodi insoluti del pianeta sono rimasti
tutti lì. E senza i giovani non si scioglieranno mai.
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Si pensi al groviglio di difficoltà che ostacolano la pace nel Medio
Oriente. I protagonisti dell'Intifada sono giovani e ragazzi. E nelle loro
pietre c'è tutta la durezza e l'amarezza di una condizione che non si
scioglie in libertà e opportunità. Se non si fa presto a voltare
pagina, questi giovani sono condannati a ripetere le angustie dei loro padri, a
camminare nei sentieri della morte e della violenza.
Avere fiducia nei giovani non è cosa indolore: chiede agli adulti
cambiamenti. E le conversioni esigono sempre un prezzo. Può diventare un
problema la stessa esperienza straordinaria che tanti giovani hanno vissuto
nell'ultima Giornata Mondiale della Gioventù. Spingerli verso alti
ideali per poi impedire che gli stessi vengano calati nella storia, rende
deludente anche una coinvolgente esperienza.
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Abbiamo ricordato due tra le più forti immagini giovanili del 2000, a
loro modo eroiche o incredibili. Ma non sono diminuite le immagini dolorose
della condizione quotidiana di milioni di giovani. E' facile rubare ai giovani
il tempo che gli adulti modellano con la propria impronta.
E' difficile convincersi che se nel tempo cresce l'esperienza e la saggezza, si
moltiplica a dismisura anche la polvere che copre di delusione la vita. E la
polvere si sedimenta anche sui bei ricordi. Noi stessi siamo destinati alla
polvere. Il colore grigio del tempo è l'unico al quale ogni mortale, se
non vive una forte speranza, soccombe. Il tempo ci ruba l'infanzia che
recuperiamo nella misura della nostra forza di speranza.
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Essere adulti, allora, conserva un valore se, nei confronti dei giovani,
possiamo testimoniare qualche speranza di senso nel tempo. Educare alla
speranza, in forma credibile, attingendo a sorgenti di senso sperimentate,
è l'arte più difficile dell'adulto.
Nel trascorrere inesorabile del tempo, i giovani chiedono soprattutto in che
cosa possono sperare, per decidersi se sperare valga la pena.
Se tutte le nostre luci sono spente e il tempo ci ha divorato spogliandoci
della speranza, la nostra funzione educativa ha solo rilevanza biologica e
perdiamo l'opportunità di restare interlocutori ascoltati dei giovani.
Ci si invecchia quando e nella misura che diminuisce la nostra riserva di
speranza.