CHIESA

Le sfide del III millennio sono grandi e gravi; attendono la società civile e la Chiesa

SFIDE DEL MONDO SFIDE DELLA CHIESA
di Sivano Stracca

"Emergenze" planetarie e ineludibili che il pianeta e i credenti nel Vangelo dovranno affrontare per costruire un futuro meno doloroso del secolo appena concluso, lottando contro la povertà, i conflitti, l’analfabetismo, le malattie, il degrado ambientale.

La cifra simbolo della sfida globale è il dollaro con cui un miliardo di persone deve campare ogni giorno. E metà della popolazione del globo – tre miliardi di individui – vive con due dollari al giorno, quattromila lire circa.
III millennio: troppi bambini continuano a morire di fame
Nel 2025 l’umanità sarà cresciuta da sei a otto miliardi. E quei due miliardi in più si affolleranno tutti nei paesi in via di sviluppo, si contenderanno la stessa acqua e lo stesso pane che già oggi mancano. Tutto questo su un pianeta che, secondo un rapporto della FAO di quindici anni fa, potrebbe nutrire senza problemi più di dodici miliardi di persone.

TROPPI DISPERATI
Un universo di disperati bussa dunque alle porte del mondo opulento. Al Summit del Millennio il cardinale Sodano, Segretario di Stato vaticano ha ricordato: "Ogni giorno pensiamo alla parabola del ricco Epulone e di Lazzaro, a cui vanno solo le briciole. Questa non è giustizia internazionale". Gli ha fatto il segretario generale dell’ONU, Kofi Annan: "In un’epoca che ha scoperto i codici della vita e la conoscenza viene trasmessa nello spazio di secondi da un capo all’altro del globo, non è più tollerabile che una madre veda il figlio morire di fame". Lo stato del mondo offre oggi un’occasione unica di progresso che mette tutti di fronte a una responsabilità storica. Forse per la prima volta l’umanità ha i mezzi per sconfiggere la povertà e la fame. Non provarci sarebbe delittuoso. Così più di 150 tra re, presidenti, primi ministri, sultani, dittatori, capi tribù, riuniti a New York per il più grande vertice della storia, hanno approvato la proposta di garantire a tutti i bambini del mondo l’educazione e dimezzare il numero di disperati che sopravvivono con appena il fatidico dollaro al giorno. E la scadenza fissata non è neppure lontana, il 2015. "Se questo traguardo sarà raggiunto o meno, ammonisce il vicesegretario dell’ONU Pino Arlacchi, non dipenderà solo dalle Nazioni Unite e dagli stessi leader mondiali. Dipenderà da tutti i cittadini, specie da quelli dei paesi più fortunati". Non sarà impresa facile.

SOGNO E REALTA’
No, non sarà facile. A Ginevra, a fine giugno, l’ONU ha fatto il punto sulla sfida alla povertà lanciata cinque anni prima a Copenaghen. Brutale il risultato: si è registrato un calo di quasi dieci miliardi di dollari l’anno. Nel 1970 era stato ipotizzato di impegnare lo 0,7 % del PIL dei paesi ricchi per lo sviluppo. Il traguardo avrebbe dovuto essere raggiunto in cinque anni. Ebbene oggi solo quattro paesi – Svezia, Norvegia, Danimarca e Olanda – sono in linea con tale parametro. Gli Stati Uniti destinano a questo scopo meno dello 0,1%. E la situazione è a un punto talmente critico che lo stesso presidente della Banca Mondiale non esita a qualificare come "un crimine" la riduzione degli aiuti ufficiali allo sviluppo da parte dei paesi più avanzati.
Bisognerebbe rendersi conto che l’aumento degli aiuti in un periodo di prosperità come questo non risponde solo a un imperativo morale, ma anche all’interesse di chi li elargisce. Invece a Praga, all’inizio dell’autunno, il popolo di Seattle ha celebrato il "funerale del debito" tra l’indifferenza dei potenti del G7. E l’inviato del Papa al Summit del Millennium ha dovuto bollare come "deludenti" gli scarsi progressi compiuti nella campagna per la riduzione del debito e l’aumento degli aiuti allo sviluppo.

LA GLOBALIZZAZIONE
A questo punto, nella panoramica sulle sfide del futuro, irrompe prepotentemente il discorso sulla globalizzazione. Essa è un fatto reale. Può potenzialmente risultare benefica per tutti, ma solo se gli Stati lavoreranno insieme per mettere i suoi benefici alla portata di tutti gli abitanti del pianeta. Senza tale sforzo, miliardi di persone saranno lasciate in una condizione di povertà e di squallore. Di "sfida fondamentale" parla l’atto finale del Summit di New York, che denuncia: "Al presente i benefici della globalizzazione sono ripartiti in maniera decisamente disuguale, alla stessa stregua dei suoi costi". In altre parole: il fenomeno, controllato dalle multinazionali e non dalla politica, sta arricchendo i ricchi e impoverendo i poveri. E’ in corso l’affermazione planetaria di un neoliberismo che esalta il mercato, la massimizzazione dei profitti, la sottrazione alle regole etiche e al controllo della politica.
La globalizzazione non è un fine, ma un mezzo da valutare in base ai risultati che dovrebbero essere lo sviluppo, e condizioni più favorevoli per lo l’avanzamento sociale, economico e culturale delle aree più povere. La globalizzazione, insomma, non si può assolvere in partenza, ma in base alla capacità di includere il maggior numero possibile di persone nei suoi vantaggi, di ridurre le distanze, di creare giustizia internazionale. Non è accettabile una globalizzazione che ha tra i suoi presupposti il profitto a ogni costo e la valutazione positiva della ricchezza anche se in mano a una sola parte degli abitanti della terra. La situazione di partenza è tragicamente ingiusta: un 18% della popolazione mondiale si spartisce l’83% delle risorse globali. Uno stato che faceva affermare ironicamente a Fidel Castro: "Tre dozzine di ricche nazioni monopolizzano la tecnologia, la scienza, la politica, offrendoci soltanto ricette per diventare più poveri".

L’AMBIENTE E LA PACE
Per il degrado ambientale la ricetta è garantire l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, e tagliare entro il 2002 l’emissione dei gas responsabili dell’effetto serra che minaccia di travolgere il pianeta. Anche in questo campo la sfida è lavorare insieme al fine di preservare le risorse naturali dalle quali dipende il sostentamento dell’intera umanità. La lotta contro le malattie mira a ridurre, entro il 2015, di tre quarti rispetto al tasso attuale, la mortalità materna e di due terzi la mortalità infantile sotto i cinque anni, e di cominciare a invertire la diffusione dell’AIDS. Al Summit di settembre è stato Bill Clinton, al suo canto del cigno, a mettere a fuoco realisticamente il circolo vizioso che il mondo deve spezzare: "Fino a quando non affronteremo il legame di ferro tra privazioni, malattia e guerra, non riusciremo a creare la pace sognata dai fondatori dell’ONU".
"Nell’ultimo decennio – ha rammentato – cinque milioni di persone hanno perso la vita a causa delle guerre. Essi rappresentano una sfida per la comunità internazionale che deve difendere non solo le frontiere, ma anche i popoli". Anche l’inviato del Papa al Summit newyorkese ha messo al primo posto la promozione della pace: "Davanti alle esplosioni di violenza, soprattutto nei conflitti etnici e civili, l’ONU ha il dovere di agire nell’ambito della sua carta costitutiva per ristabilire la pace". Pace e diritti umani sono oggi sulla bocca di tutti. Eppure vengono violati ripetutamente e dappertutto. Dal podio di marmo dell’ONU il rappresentante vaticano ha rivendicato la necessità di dare una "solida base etica" ai diritti umani.