COME DON BOSCO

L'educatore
di Bruno Ferrero

"È INTELLIGENTE. MA PUÒ FAR MEGLIO"

Nei colloqui tra genitori e insegnanti è la frase più usata. Di solito i genitori rincarano la dose con "è intelligente ma non si impegna" o "i suoi risultati potrebbero essere migliori se fosse più interessato, se seguisse di più, se non avesse la testa nel pallone, ecc. ".
Non basta essere intelligenti per riuscire? C'è un gene dell'apprendimento? Perché mio figlio non si interessa? E soprattutto: che cosa fare per aiutarlo? Quali sono le principali cause inconsce che possono condizionare l'uso del potenziale intellettuale di un bambino? Conosciamo tutti dei bambini globalmente sereni, aperti agli altri e interessati del proprio ambiente familiare, scolastico ed extra scolastico. Quali sono le spinte affettive ed educative che hanno avuto la fortuna di avere e che gli altri non hanno ricevuto? Possiamo fare alcune semplici constatazioni.

Non esiste solo l'intelligenza "meccanica"
L'intelligenza scolastica non è uno strumento manovrabile indipendentemente dal resto della persona. L'equivoco sta talvolta nel volere un ragazzo che funzioni come una macchina per pensare, che ottenga buoni risultati scolastici in modo slegato dalla sua vita quotidiana, magari senza gioia, senza piacere di imparare. Se la scuola e i genitori giudicano e misurano i ragazzi solo in base a questo parametro, il disastro è dietro l'angolo.
Esiste una base fisiologica dell'intelligenza, misurabile se si vuole, elastica, estensibile in modo incredibile, che deve essere "svegliata" dalla prima educazione, che dipende dall'ambiente culturale in cui si cresce, che è molto diversificata con colori e tonalità diverse. Ma la differenza tra il bambino che riesce e quello che non ce la fa è la "capacità" di servirsi di questo strumento.
Perché un bambino possa investire se stesso in un attività scolastica intellettuale deve essere disponibile psichicamente. E' questa disponibilità psichica che gli permette di servirsi della sua intelligenza fisiologica. Non capita forse a tutti di aprire un libro, leggere qualche pagina e non ricordare niente? E' solo che la "testa" sta altrove. Un problema familiare angosciante non costringe anche gli adulti a compiere errori inspiegabili nel lavoro o alla guida dell'automobile?
Una prima cosa deve essere sempre evidente: nessun bambino vuole fallire o essere etichettato come "incapace". Nel dialogo con gli insegnanti, i genitori devono tenere d'occhio espressioni tipo "pigro", "manca di concentrazione", "non si interessa": di solito sono segnali di ben altri problemi.

Esiste l'intelligenza emotiva
Una buona intelligenza fisiologica non serve a niente se il suo beneficiario non ha il desiderio di servirsene o se altre preoccupazioni glielo impediscono. Le caratteristiche principali di una buona intelligenza emotiva sono quelle che caratterizzano positivamente una persona: la capacità ad accettare gli altri in modo sereno, l'inclinazione a motivarsi, la forza di perseverare nelle difficoltà grazie ad un serbatoio interiore di sicurezza, la propensione a dominare gli impulsi e ad attendere con pazienza la soddisfazione dei desideri, la capacità di conservare un umore costante e di non lasciarsi vincere dalla preoccupazione senza più poter pensare, il senso della speranza.

E' importante educare una intelligenza completa e serena.
Dotare i figli di risorse interiori e spirituali è il primo impegno dell'educazione familiare. I genitori devono tenere presenti i tre obiettivi pedagogici classici: la testa, il cuore e le mani. Formare la testa di un figlio significa aiutarlo concretamente a conquistarsi una intelligenza efficiente, una cultura reale, una sistemazione intellettuale delle conoscenze, ordine, memoria, equilibrio, capacità di giudizio.
L'intelligenza "materiale" ha indubbiamente bisogno di "disciplina": scrivere, leggere, studiare, essere ordinati, imparare, concentrarsi, memorizzare, esercitarsi sono attività che richiedono dei "no" precisi e costosi ad alternative apparentemente più gradite ai bambini e che possono essere garantite soltanto dalla presenza di un educatore.
Ma se questo sforzo è richiesto solo con la forza e le minacce non servirà a niente. Il bambino ha bisogno di regole per inserirsi nella famiglia, nella scuola e nella società: questo è il vero passaporto educativo per la vita. Ma tutte le regole devono essere fondate sul rispetto e la giustizia. Il bambino irrispettoso è quasi sempre un bambino poco rispettato. Le regole devono essere spiegate e corroborate dalla dimostrazione viva e quotidiana dei genitori. Una mamma che si lava i denti una volta al giorno non può pretendere che i figli se li lavino quattro volte al giorno. Un altro grave pericolo è in agguato: tutto ciò che è fatto "per forza" finisce per essere odiato e questo, in campo scolastico, può essere una vera sciagura che si prolunga nel tempo e provoca infelicità e ferite in genitori e figli.
Formare il cuore dei figli significa dotarli di motivazione "affettiva", cioè il piacere di imparare, la passione di sapere, che sono indissolubilmente legati al piacere di vivere. Devono sentire la meta proposta da genitori e insegnanti come esaltante e significativa, attraente nel significato etimologico della parola. Una vera motivazione affettiva sveglia interessi e curiosità, permette di superare le difficoltà e sorregge la perseveranza.
Infine è vitale dotare i figli della capacità e della voglia di fare, di provare e riprovare, cioè di essere attivi, protagonisti e non spettatori annoiati.
Questi obiettivi sono raggiungibili solo se è consentito dall'ambiente familiare e se è ampiamente proposto dal modello offerto dai genitori, dall'incoraggiamento, dal riconoscimento puntuale dei progressi fatti e dal sostegno nelle difficoltà.

il genitore
di Marianna Pacucci

POTREBBE FARE DI PIÙ...

Pur non avendo grossi problemi con i miei figli (sarò blasfema, ma qualche volta quasi li vorrei un po' meno impegnati, perché non ho più l'agilità per correre dietro a tutti i loro impegni e a quella instancabile capacità di protagonismo), mi ritrovo spesso alle prese con ragazzi 'sprecati', che rinunciano a valorizzare pienamente le loro risorse e si autoemarginano nel limbo della mediocrità.

Confesso subito che questo confronto con gli adolescenti pigri scatena in me una reazione quasi rabbiosa, perché ritengo il loro atteggiamento un pericoloso autogol, oltre che un danno alle realtà alla quale appartengono; cerco però di tenere a freno i miei sentimenti, perché so bene che un intervento intempestivo potrebbe rivelarsi disastroso. Come sempre, capire è importante per poter migliorare le cose e risolvere ciò che non va, senza forzature che possano bloccare la crescita. E la comunicazione è l'unico strumento che ci rende capaci di riflettere senza lasciarci prendere da diagnosi frettolose e forse un po' pregiudiziali; soprattutto è utile se vogliamo condividere il cambiamento piuttosto che imporlo.

Dialogando con i ragazzi, ho così scoperto diverse cose: innanzitutto che il disimpegno nasce quasi sempre da un deficit di motivazione. E a questo punto è evidente che la questione non riguarda solamente i nostri figli, ma coinvolge la qualità globale della relazione educativa che viviamo con loro.
Perché le nuove generazioni spesso si trascinano stancamente nell'assolvimento dei loro doveri, mentre in altri momenti sprizzano di vitalità? Forse perché li obblighiamo a fare cose in cui non credono abbastanza (penso a tante lezioni di pianoforte finanziate soltanto perché io adulto non ho potuto studiare musica quando ero giovane), o non sappiamo farli appassionare a un certo itinerario (che è, ritengo, il primo obiettivo di un insegnante quando propone un certo argomento di studio), o ancora non facciamo spazio alla partecipazione attiva dei ragazzi solo perché si presenta un po' scomposta e dispersiva (quante catechesi parrocchiali sono impostate in questo modo?).

Noi adulti non pensiamo mai abbastanza al fatto che l'apprendimento, in qualsiasi campo, non è mai un affare puramente intellettuale, ma è invece - sempre e inevitabilmente - una sfida di tipo affettivo.
Se ci sintonizziamo con questa dimensione, possiamo capire come aiutare concretamente i nostri figli: qualche volta dovremo supportarli perché si facciano venire un po' più di grinta e di coraggio, verificando che la competizione può anche essere vissuta come un'esperienza interessante; altre volte - quando l'ansia da prestazione rischia di travolgerli - dovremo dimostrargli che non conta tanto il risultato finale di quel che stanno cercando di realizzare, ma la capacità di un coinvolgimento pieno che porti a dare il massimo di sé.

In ogni caso dobbiamo esprimere chiaramente che gli vogliamo bene comunque - al di là di ciò che sanno fare - e che proprio per questo ci fidiamo delle loro capacità; inoltre vogliamo che raggiungano un vero benessere, e questo avverrà se sapranno essere il meglio di se stessi, non importa cosa. Questo atteggiamento, che dobbiamo sforzarci di manifestare con continuità e coerenza, vale più di mille prediche sul senso del dovere, che in genere servono a poco. Provare per credere.