III MILLENNIO: I RITI DI PASSAGGIO

UNA STORIA CHE SI RIPETE
di Nicola Follieri

Il passaggio da un'epoca all'altra, da un'età all'altra, da una condizione a un'altra è sempre stato in qualche modo "celebrato" in un modo o in un altro, attraverso cerimonie religiose, o civili, o di clan, o familiari. Forse anche oggi.

Può sembrare anacronistico parlare di un fenomeno etnologico in questa fase della storia del mondo in cui l'umanità, varcata la soglia del III millennio, si inoltra nel mistero di una nuova età del mondo che aprirà frontiere impensate alla scienza e alla tecnica, ma si trascinerà ancora dietro i problemi esistenziali del vivere insieme, dell'accettarsi reciprocamente, del porsi al riparo dell'ombrello di Dio. Gli stessi insomma di tutti i secoli e di tutti i popoli. Gli stessi che innumerevoli gruppi umani hanno tentato di esorcizzare con impegnativi "riti di passaggio"

UNA PRATICA CHE SOPRAVVIVE
Vi è ancora qualcosa che non ha conosciuto, in certe zone della terra, il logorio del tempo, e che ha la straordinaria virtù di unire indissolubilmente i tre classici cicli temporali, il passato, il presente e il futuro: la pratica dei riti di passaggio.
Ciò vale, sul piano etnologico, in particolare per i popoli cosiddetti "primitivi" del Sud del mondo: i Samburu del Kenya, per esempio, o i Masai della Tanzania, gli indiani del Nord America, gli indio dell'Amazzonia, i Tungusi della Siberia o gli aborigeni australiani. Ma forme rituali di passaggio esistono anche in molte tradizioni occidentali, soprattutto in gruppi "regionali", la cui provenienza si perde nella notte dei tempi.
La sopravvivenza dei riti di passaggio in questi gruppi etnici ha permesso e permette tuttora la continuazione delle loro tradizioni e costumi, delle loro leggi, l'unità tribale e la sopravvivenza stessa dell'uomo in alcune aree del pianeta, nonostante le micidiali aggressioni tecnologiche.
Se è vero che in Europa e nel resto del mondo occidentale i riti di passaggio, non si compiono quasi più, nei modi e nelle forme di un tempo, è anche vero che sono esistiti, che sono stati un caposaldo della nostra cultura fino all'epoca dei nostri nonni, e che sopravvivono in certe feste ormai del tutto desacralizzate, come i compleanni.

PERCHE SCRIVERNE
La loro scomparsa è stata determinata da un progresso tecnologico molto avanzato all'insegna del virtuale e della particella quantica, e da una cultura della vita fondata su un benessere esclusivamente materiale, sull'accumulo esasperante delle ricchezze, su un ossessivo consumismo. In un tale scenario a dettare le regole del gioco sembra che prevalgano la televisione, il regno della comunicazione multimediale e il calcolo economico.
A questo punto emerge un interrogativo più che lecito: perché tirarli fuori ancora questi riti di passaggio che non servono più se non agli studiosi, e agli appassionati di etnologia o di antropologia? Rispondere a questa domanda è impegnativo. La perplessità intorno a un argomento che appare specialistico, e quindi difficile o anche sorpassato, non attenua però il bisogno di saperne di più sui riti di passaggio. Poiché parlarne, conoscerli, capirli significa comprendere noi stessi, la nostra più intima natura umana, il nostro essere nel mondo e interagire col mondo. E vuol dire anche penetrare un po' di più il mistero dell'Assoluto.
Una ragione di più per farlo, dunque. E non importa il fatto sorprendente di trovarci agli inizi del terzo millennio. In quanto l'uomo vivrà sempre, in ogni tempo, in relazione con i suoi simili e in special modo con Dio.
Ricordare i riti di passaggio, fare riferimento a essi può perciò costituire un aiuto in questa direzione: recuperare il senso del sacro e il senso dell'uomo. Che, diciamocelo francamente, si sono un po' smarriti a tutt'oggi, e non ci si illuda di trovarli a un buon prezzo in qualche supermercato.

IL GRANDE PASSAGGIO
Conviene inoltre aggiungere che farne menzione e soffermarsi un momento su di essi, diventa specialmente opportuno quando si è compiuto un passaggio speciale come quello fatto attraverso la Porta Santa, in occasione del Giubileo.
Non sussisterebbe allora alcun vizio di forma nell'affermare che sia bene tornare a parlare dei riti di passaggio, in quanto si riscopriranno le nostre radici e sarà più facile riapprezzare i valori più importanti della vita per l'uomo, tra cui a Dio spetterebbe, sempre se lo permettete, il primo posto. Nel corso dell'anno 2001, primo del III millennio faremo conoscere alcuni di questi riti da cui dipende in qualche modo molta parte della nostra attuale cultura.

Che cosa sono i riti di passaggio
Con questa espressione, ben nota agli antropologi e agli etnologi, si intende qualificare quelle determinate cerimonie attraverso le quali l'individuo, davanti alla comunità di cui fa parte, compie un passaggio da una condizione esistenziale a un'altra, da una fase della vita a un'altra. Questa spiegazione non è esaustiva, comunque vi si contemplano, per esempio, la nascita, l'infanzia, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia e la morte. E non solo. Si tratta anche di dare il risalto che merita a esperienze importanti della vita come il matrimonio o la maternità, o come il ruolo di procurare il cibo o di difendere la propria casa e il proprio villaggio, per esempio. Inoltre la presenza degli anziani è fondamentale quando un iniziato o un'iniziata si sottopongono a questi riti. Perché essi sono i saggi, e hanno il compito di salvaguardare, lasciare intatta e tramandare l'identità etnica del proprio gruppo umano di appartenenza. Una costante essenziale dei riti di passaggio è poi l'elemento religioso o magico. Esso connota, permea, contraddistingue in modo netto e profondo ogni rito di passaggio. L'attenzione al divino, in ogni rito di passaggio, è di primaria importanza. Senza questa caratteristica la manifestazione stessa del rito di passaggio perderebbe ogni efficacia.
Tutto considerato sono riti di passaggio anche il battesimo, la cresima, la comunione.