MISSIONI

Continua il cammino di inculturazione del Vangelo presso il popolo degli Shuar

"FAR FIORIRE QUEL TRONCO SECCO"
di Giovanni Erimann

Gli Shuar sono un popolo della foresta, un tempo impavidi guerrieri dell'Amazzonia equadoregna, feroci coi nemici ai quali tagliavano e miniaturizzavano le teste con un lungo e complesso procedimento, senza fargli perdere la sua fisionomia. I salesiani si sono dedicati con intelligenza e zelo apostolico alla loro emancipazione e all' inculturazione del Vangelo.

Fino a un secolo fa gli Shuar erano un popolo fiero e selvaggio che viveva libero nella foresta amazzonica e conservava intatti usi e tradizioni ancestrali. I primi salesiani ad accostarli furono don Gioacchino Spinelli e il coadiutore Giacinto Panieri. Gli approcci furono laboriosi e per lungo tempo non diedero alcun frutto le molteplici strategie messe in opera nello sforzo di "far fiorire quel tronco secco", come si espresse il Vicario apostolico monsignor Comin. I missionari incoraggiarono anche l'arrivo di alcune famiglie di coloni, perché i Kivari (termine catalano di Shuar) "vedessero esempi di vita cristiana e civilizzata". Difficile, per non dire impossibile, a quei tempi vederla in modo diverso. Il concetto di inculturazione era ancora quasi sconosciuto. Eppure i missionari salesiani ebbero la preoccupazione costante di imparare la lingua shuar per poter capire più intimamente il popolo cui volevano regalare il messaggio di salvezza.

REALIZZAZIONI
Gia fin dal 1903 la tipografia salesiana di Lima pubblicava il primo catechismo in lingua shuar compilato da don Felice Tallachini. Iniziava con la catechesi su Dio relegando il kerigma all'ultima parte. Si era convinti che i Divari fossero privi della credenza in un Essere Supremo Provvidente e Buono. Il loro ARUTAM (arut = vecchio, e am = che è sempre) veniva identificato in uno spirito malvagio. Tuttavia cresceva l'ammirazione dei missionari per quel popolo tenace, valoroso, ospitale, fedele, e lo studio della lingua e della cultura shuar continuò senza sosta. Qualche missionario se n'era innamorato a tal punto da non esitare ad affermare che la loro lingua era più perfetta dello spagnolo, e don Tallachini scriveva: "La lingua dei Kivari si crea, si arricchisce, si contrae secondo le esigenze di ciascuno. Per percepirla e parlarla è necessario kivarizzarsi".
Nel 1918 un altro salesiano, P. Julio Martinez, pubblicava un catechismo kivaro e nel 1937 don Giovanni Ghinassi editava il "Catechismo Breve: Jibaro/castellano"; mentre, ancor più tardi, negli anni quaranta, don Giovanni Vigna raccoglie miti, tradizioni e costumi di quel popolo, analizzandoli come fonti di insegnamento. Così scopre che sono molto di più che racconti fantasiosi: sono intrisi di sapienza, sono la Bibbia shuar! Nascono in quegli anni canti, preghiere e letture bibliche in kivari.
I 75 anni di presenza missionaria tra gli Shuar, festeggiati nel 1969, sono sostanziati dalla pubblicazione della prima grammatica shuar della loro storia, e dall'invenzione di un alfabeto che semplifica la scrittura e permette una più ampia e specifica raccolta d miti e tradizioni.

ALFABETIZZAZIONE
Il lavoro di scolarizzazione iniziato timidamente negli anni trenta ormai s'era stabilizzato e portava copiosi frutti ma anche numerosi problemi: i Kivari, specialmente quelli scolarizzati, sentivano profondamente l'urgenza di difendere i loro territori. Furono ancora una volta i missionari salesiani con don Giovanni Vigna a ottenere nel 1946 dal Governo equadoregno la firma di un trattato/contratto dove venivano delimitate alcune riserve ad esclusivo uso e abitazione degli Shuar e perciò dichiarate intangibili, e poste sotto la tutela delle missioni.
Il progresso e la presa di coscienza dell'antico popolo dei tagliatori di teste procedeva a ritmi sostenuti. C'erano già i primi maestri shuar diplomati nella scuola salesiana magistrale di Macasd. A migliaia si contavano gli studenti delle 35 comunità della Federaciòn Interprovincial de Centros Shuar, fondata nel 1964, che potevano usufruire anche del Sistema Educativo Radiofonico Bicultural Shuar, fondato dal padre Alfredo Germani. Nel 1971 arriverà anche la prima traduzione cattolica dei Vangeli in lingua kivari.

INCULTURAZIONE
Il Concilio Vaticano II portò impulsi nuovi. Ormai si parla apertamente, e non più timidamente come prima, della necessità inderogabile per i missionari di "incarnarsi" nel popolo da evangelizzare. "Kivarizzarsi", insomma. Così don Luigi Bolla va a vivere sulle sponde del fiume Wichim' come uno shuar. Essi subito lo chiamano Yankuani (lo stesso nome col quale chiamavano il luminoso pianeta Venere). Qualche tempo dopo al primo nome ne aggiungono un altro "Jintia" (sentiero, cammino) per il suo incessante spostarsi da un gruppo all'altro. E Yankuani Jintia vive tra loro, mangia come loro, veste come loro, parla come loro. La missiologia ha fatto progressi impensati.

METODOLOGIE
Due sono ormai le metodologie pastorali usate dai salesiani che operano nella zona kivari, l'una adatta ai coloni e l'altra studiata appositamente per i nativi. Intorno agli anni ottanta nasce il seminario di formazione per gli animatori di comunità, grazie all'opera instancabile di don Siro Pellizzaro. Ormai c'è anche un curriculum studiorum completo e particolareggiato. La federazione Shuar si presenta unita e compatta, non ha perduto la sua identità, non ha seppellito le sue tradizioni, non ha modificato la filosofia della propria vita; al contrario, grazie anche all'apporto intelligente dei missionari, ha saputo difendere la propria cultura, ha mantenuto riti, feste, usi e costumi specifici, il tutto purificando e re/interpretando attraverso la luce di Cristo, accolto non come un concorrente ma come autentico Salvatore del popolo shuar!
(Seguendo gli appunti di Silvio Broseghini)