TERZO MILLENNIO
di Juan E. Vecchi
QUESTIONI PENDENTI: I RAGAZZI/SOLDATO
Trecentomila adolescenti, maschi e
femmine, sono nei fronti di combattimento, arruolati da governi o reclutati da
gruppi vari, senza scrupoli. Così l’hanno stimato sei agenzie umanitarie
internazionali.
L’età del reclutamento supera generalmente i quindici anni; ma cresce il
numero di soldati/bambino che hanno solo dieci anni o anche meno. Il
coordinatore della coalizione di associazioni che si batte su questo fronte ha
dichiarato: "L’utilizzo dei bambini come soldati non è tollerabile in
una società civile, occorre porvi fine. Perciò la coalizione
rivolge un appello alla comunità internazionale perché garantisca
ai giovani con meno di 18 anni una rigorosa protezione legale contro il
loro impiego nei conflitti armati". Rigorosa si dice, cioè con
monitoraggio e corrispondenti richiami o sanzioni, secondo nuovi rapporti di
collaborazione tra i vari paesi interessati al triste fenomeno.
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La mia memoria è piena dei racconti sui ragazzi/soldato della
Sierra Leone, ai quali vengono fornite armi da guerra con licenza di ammazzare,
e capita con terribile frequenza che essi vengano orrendamente mutilati dai
loro avversari, perché non possano continuare a combattere. I miei occhi
hanno ancora impressa una scena nell’Angola. Eravamo nell’aeroporto. Scorgemmo
un gruppo di persone, poco più che ragazzi, che veniva spinto verso
aerei militari da trasporto. Erano il frutto di una rusga. La rusga
è un’operazione improvvisa di reclutamento: si setaccia senza preavviso
un quartiere, un paese, una piccola città e si portano via i giovani che
si giudicano adatti a entrare a far parte dell’esercito o di un gruppo
combattente. Si operano rusghe nelle scuole, nei cinema, per le strade,
nelle famiglie...
Il New York Times del 11/9/2000 riporta il racconto di Ranuka, reclutata
a tredici anni dal fronte etnico Tamil, e di Malar Arumugam, orfana,
assoldata quando aveva otto anni appena. Il giornale riporta anche la
descrizione impressionante di un reclutamento da parte dello stesso gruppo
fatto in una scuola, radunando in un’aula gli alunni e intruppandoli senza
pietà. Negli ultimi anni si sono contati fino a sessanta paesi che hanno
utilizzato ragazzi in eserciti regolari, e/o in gruppi ribelli. In alcuni casi
il numero delle ragazze superava quello dei ragazzi. Si sente parlare di
ragazzi/soldato in riferimento al Sudan, all’Uganda, alla Liberia.
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Ma se è vero che l’Africa detiene il primato, il fenomeno
tuttavia esiste anche in Asia. Per esempio in Birmania dove la dittatura
militare ha deciso di aumentare l’esercito per combattere le tendenze
separatiste, arruolando ragazzini. Né si salva l’America che conosce in
Colombia i ragazzi/sicario o in Perù i ragazzi/soldato reclutati da
Sendero Luminoso. Non è difficile immaginare in che modo istruttori e
comandanti preparino questi minori alla lotta: sottomissione anche attraverso
forme di tortura, eccitamento irreale, droga. Gli addestramenti portano il
segno della durezza e della crudeltà, perché tali saranno le
caratteristiche delle loro missioni.
Le storie individuali sono molte e quanto mai illuminanti. Naftal
del Mozambico oggi ha diciassette anni. È stato preso quando ne aveva
undici, mentre era in famiglia. Per due anni sparò con il suo AK47. "Se
non l’avessi fatto, loro avrebbero sparato me", disse in una testimonianza
raccolta dell’Unicef. Per questo negli ultimi dieci anni sono stati uccisi
oltre due milioni di ragazzi al di sotto dei 18 anni, secondo i dati dell’ONU.
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Non mancano reazioni. Una coalizione di istituzioni umanitarie vuole
ottenere un "protocollo sui bambini soldati" nell’ambito della convenzione
internazionale sui diritti dell’infanzia. E c’è da ringraziare il
Signore che queste forze si muovano. Ma rimane l’interrogativo su chi
farà osservare questi protocolli, se le potenze determinanti pensano che
niente debba compromettere i loro interessi economici.
La Famiglia salesiana
in tutti i suoi rami deve prendere coscienza del fenomeno. Abbiamo fatto la
carta della missione salesiana. Dove è possibile conviene cercare di
influire tutti insieme anche presso i propri governi e rappresentanti
internazionali, saper presentare la questione e chiedere di verificare le
situazioni denunciate.