Leòn, Messico: una parrocchia giovanissima fa parlare di sé non
solo in città.
LA PARROCCHIA SENZA CAMPANILE
di Giancarlo Manieri
Inizio secolo XX: al collegio Pio Latino
di Roma tra i sacerdoti/studenti di León si sentiva spesso parlare di
Valdocco, un "barrio" di Torino dove un prete un po' speciale, Don Bosco, aveva
fatto cose incredibili, per i ragazzi poveri abbandonati. Vollero
rendersene personalmente conto. Ci andarono e rimasero affascinati. Ciascuno
prese qualche idea, qualche spunto per le rispettive parrocchie, ma
soprattutto, tornati in patria, cominciarono a diffondere il nome di Don Bosco
e il suo metodo.
Prima che i salesiani "sbarcassero" a León, Don Bosco li aveva preceduti
ed era ivi conosciuto e amato. Alcune circostanze provvidenziali favorirono
molto più tardi la loro reale presenza. La cosa andò così.
Durante la espropriazione di Cárdenas (1935/36) vennero chiusi scuole e
collegi in tutto il Messico e allontanati i salesiani. Un allievo
dell'aspirantato di Puebla - Gabriel Moreno Marañón - tornato a
León, sua città natale, non si rassegnò a lasciar morire
gli insegnamenti ricevuti nella scuola salesiana. Gli venne in mente di
perpetuarli fondando in città un oratorio, sul tipo di quello che aveva
conosciuto a Puebla. Gli andò bene, oltre ogni più rosea
previsione. Il nome di Don Bosco, che già da tempo circolava a
León, agiva come un talismano, e attirava folle di giovani. Si
moltiplicarono con una velocità che aveva del prodigioso classi di
catechismo, di alfabetizzazione, di musica, canto, teatro. Crebbero come funghi
squadre sportive. Tutte le domeniche davanti al tempio dello Spirito Santo,
presso cui era l'oratorio, si teneva concerto e teatro. I ragazzi creavano
stupore e simpatia, e Don Bosco era ormai il santo più conosciuto e
amato, secondo solo alla Lupita, la Madonna di Guadalupe! Un vero
fenomeno l'oratorio senza salesiani di León. Un fenomeno che non poteva
non attirare l'attenzione.
LE BANDE
Passati gli anni più difficili, i salesiani erano tornati in Messico e
avevano ripreso a lavorare nelle loro opere. Non ancora a León. La quale
non era una città propriamente tranquilla. I suoi quartieri periferici
pullulavano di bande: una autentica infestazione che provocava maxirisse feroci
in cui spesso correva il sangue. Il clero si sentiva impotente, e, avendo sotto
gli occhi le mirabilia dell'oratorio salesiano senza salesiani dello
Spirito Santo, pensarono di premere su Torino, perché i figli di Don
Bosco aprissero una presenza in una città dove erano già
conosciutissimi e Don Bosco era di casa.
Si arrivò al 1956, quando l'allora Rettor Maggiore don Renato Ziggiotti
volle rendersi conto di persona della situazione e della possibilità di
inviare alcuni confratelli. La visita fu dall'inizio alla fine una serie di
inimmaginabili sorprese. Per lui, s'intende! Il superiore generale si
trovò di fronte a una folla di quasi 200 mila persone inneggianti a Don
Bosco e ai salesiani. La cosa aveva dell'incredibile. Tutto avrebbe potuto
immaginare ma questa partecipazione no! Non ci volle altro a convincerlo. Le
cronache dicono che non riuscì a trattenere le lacrime, e riportano una
espressione significativa sfuggitagli di bocca: "Il corpo di Don Bosco sta a
Torino, questo è certo; ma ora so che il cuore sta qui, a León!"
L'arrivo dei salesiani significò anche la trasformazione del quartiere.
Era infestato da ben 17 bande. Perfino il numero non era certo augurale,
superstizione a parte! Spadroneggiavano mettendo a soqquadro quanto capitava a
tiro, persone comprese. Oggi le bande ci sono ancora, tutte. Si chiamano, per
quanto incredibile possa sembrare, "Bandas unidas in Cristo bajo Don Bosco".
I salesiani non le hanno cancellate, ne hanno semplicemente incanalato le
energie. Esse non distruggono più, al contrario aiutano a tenere ordine.
Non fanno più inorridire i muri con frasi oscene, dipingono graffiti per
dare una nota di colore alle vie più povere; non fomentano più
rivalità insanabili, aiutano a comporre liti e frenano le bande che
degenerano. Non rompono più le scatole alla gente, la intrattengono con
musica, canto, teatro e non di rado l'aiutano. Hanno mantenuto le antiche
denominazioni: "Los Angeles", "Los Escorpiones", "Los Rayos", e non sono
sparute banducole di pochi elementi. vanno dai 20 ai 60 membri. Sono una
potenza. non più maledetta, ma benedetta!
SORPRESE
Da pochi anni il santuario di Don Bosco di León è diventato
parrocchia. Una parrocchia incredibile, come lo è la sua storia. Prima
di tutto è senza campanile, perché, dice il parroco, qui non
c'è bisogno di alcun richiamo sonoro, la gente sa già tutto,
e sa organizzarsi senza che glielo ricordi qualche rintocco. Questa
sensibilità è, forse, dovuta al tipo di organizzazione che la
parrocchia si è data. E' divisa in quattro zone e ogni zona in sei
settori. L'anno scorso aveva 262 evangelizzatori, 68 ministri dell'Eucarestia,
89 catechisti, circa 800 prime comunioni. Il parroco ogni giorno, via e-mail,
invia il "buongiorno" a circa 300 exallievi e collaboratori. Non è
finita qui. A fianco del tempio c'è la "Casa Don Bosco", che non
è un collegio è semplicemente una "organizzazione" parrocchiale,
la casa dei servizi sociali della parrocchia. Ospita un ambulatorio di medicina
omeopatica e allopatica, uno studio legale per assistere i parrocchiani, un
gabinetto psicologico. Inoltre gestisce corsi di estetica per le ragazze, una
sartoria ecc.
DON BOSCO A LEÓN
A León Don Bosco, primo e unico di tutto il Messico, ha un monumento
pubblico. Un'eccezione in una nazione governata per 71 anni da un partito che
aveva eliminato (o tentato di eliminare) ogni forma pubblica di religione. A
León ancora si celebrano i martedì di Don Bosco. Una tradizione
che risale a quando ancora non c'erano i salesiani. Non è una memoria,
come il 31 di ogni mese. E' un vero pellegrinaggio settimanale, e sono migliaia
le persone che "vanno da Don Bosco" sia nella prima cappella che nella grande
chiesa odierna diventato Santuario Nazionale. Alcuni percorrono in ginocchio la
piazza antistante il santuarietto fino all'ingresso.
Oggi inoltre la parrocchia mostra, orgogliosa, anche un museo Don Bosco che
illustra didatticamente tutta l'opera del grande educatore, viene curato con
amore, continuamente arricchito dalla comunità salesiana, e visitato da
tutte le scuole e dalla popolazione della città, che si mostra
attaccatissima al prete dei giovani.