VOLONTARIATO

C'è speranza di futuro dovunque, anche nelle situazioni più disperate, come a Quito.
piccole donne crescono

di Maria Antonia Chinello

Per un mese, cinque giovani del Vides hanno condiviso
con le FMA di Quito e Amaguaña (Ecuador)
le ansie e la dedizione a "las niñas de la calle".
Un percorso educativo di recupero del disagio,
che sta crescendo lentamente, ma costantemente.
Sveglia all'alba e destinazione Ecuador per Cristina, Chiara, Federica, Renata e Betty. Lavoreranno, affiancando le FMA di Quito, nel Progetto "Niñas de la calle", iniziato ufficialmente circa dieci anni fa grazie alla tenacia di suor Elisa Cazzola, missionaria italiana, e delle sue sorelle ecuadoriane. "Nei mesi precedenti la partenza - racconta Renata - abbiamo pensato e organizzato le attività, i giochi, le canzoni da fare con loro. Adesso ho parecchie ore di oceano e nuvole per immaginare come trascorrerà questo mese, che facce avranno, come ci accoglieranno, cosa penseranno e per avere anche un po' di paura. Questa è la prima esperienza all'estero. Alle spalle ci sono oratorio, campi PGS. Ma ora è tutto nuovo: cultura, storia, lingua; tutto lontano dalla realtà che conosco, dalla mia realtà, ma è sfida, avventura e curiosità". Parte dei dubbi se ne vanno subito. All'arrivo l'accoglienza è affettuosa. Colpisce il modo in cui le bambine e le ragazze si affidano, vogliono bene senza riserve e senza domande, spontaneamente, sinceramente e gratuitamente. Sono circa sessanta, dai 6 ai 19 anni.

DIRITTI NEGATI
Il progetto si inserisce in una realtà nazionale paradossale e assurda, comune a molte altre dell'America Latina. In Ecuador, povertà e ricchezza convivono senza che siano in molti a indignarsi e a cercare soluzioni valide. Ora, con l'avvento della dollarizzazione (la moneta nazionale, il sucre, dal settembre 2000 non ha più valore ed è stato sostituito dall'onnipotente dollaro USA), la vita è ancora più dura: i campesino continuano a lasciare le aree rurali e vanno ad affollare i già sovrappopolati barrio della città in cerca di una vita migliore. Difficilmente trovano quello che cercano e sono così costretti a vivere d'espedienti; i giovani abbandonano la scuola e l'analfabetismo aumenta. La loro non è una scelta, ma una necessità e la povertà non è più solo materiale, ma anche culturale e morale. Le fasce più a rischio sono le "ragazze di strada" che vivono abbandonate e sfruttate nelle vie di Quito; chiedono l'elemosina, rubano, vendono gingilli, dormono per strada e il passaggio alla prostituzione, verso i 10 12 anni, è quasi scontato.

LE STRADE DELL'INCONTRO
"Suor Blanca, che con suor Elisa condivide il cammino di recupero delle ragazze ci ha accompagnato in un paio di uscite notturne a Quito, con l'obiettivo di avvicinare le bambine di strada per creare un rapporto di fiducia, e per parlare loro del progetto, invitarle a casa e iniziare, insieme, il cammino". In tutto il percorso educativo le giovani sono parte attiva e consapevole: decidono se entrare e se continuare, in qualsiasi momento sono libere di andarsene. Ma non è semplice diventare responsabili di se stesse, capire che per costruire una famiglia e una società diverse tutti devono contribuire. Per molte è una realtà sconosciuta. Nonostante le violenze subite da famiglie disgregate e disperate, il legame resta, ed esse soffrono per come stanno vivendo mamma, papà e i fratelli, magari ubriachi e ladri per strada; addirittura si sentono in colpa di essere in questo momento più fortunate di loro.
Dal mese di ottobre un gruppo di ragazze grandi ha iniziato lo studio a distanza: durante la settimana studiano a casa, il sabato vanno a scuola tutto il giorno, verificano quello che hanno fatto da sole, e impostano il programma per la settimana successiva. Lavorano per produrre articoli per la casa (asciugamani, tovaglie) e per neonati (vestitini, bavaglini) che poi vendono; al pomeriggio studiano. L'obiettivo è aprire piccoli negozi gestiti in proprio, con l'aiuto e la supervisione delle suore, per diventare economicamente autonome e restituire aiuto alla Casa Laura Vicuña".

LA STORIA DI "P" E DI "M"
"Oggi, a mesi di distanza, mi porto dentro le loro storie. Storie di negazione, di margine, di sofferenza eppure di tanto coraggio. P. è la prima persona che ho incontrato al nostro arrivo a Quito. Ci accoglie con un grosso abbraccio. È allegra e affettuosa e inizia subito a prenderci in giro per il nostro spagnolo sgangherato. È una delle prime arrivate e adesso è la più grande. Vive ad Amaguaña con suor Elisa che è diventata un po' la sua mamma. È stata allevata da una signora che per un po' le ha voluto bene, poi quando aveva 7-8 anni ha iniziato a trattarla da serva, a sgridarla, finché l'ha scaricata alle suore. P. si è spesso chiesta con rabbia il perché. Ora ha capito che lei non è diversa dalle coetanee, ed è una ragazza che merita un futuro migliore. Si è così spianata da sola la strada per diventare una donna indipendente e solidale. Per dare una mano a pagare il costo della scuola, lava i piatti in un ristorante il sabato. Vuole andare all'università, marketing, ma ha già detto che dovrà trovarsi un lavoro perché l'università costa.
Oppure M. È stata la prima ad approdare al progetto, poi ha convinto le suore a prendere la sorella, infine sono andate a rubare alla strada la più piccola. Adesso c'è anche un'altra sorellina, e M. non vede l'ora di fare un nuovo blitz e salvare anche lei dalla strada. Le sorelline sono dolci, silenziose, responsabili. La più piccola ha una grande capacità di mimetizzarsi con l'ambiente: l'ha appreso dalla strada, per necessità di sopravvivenza e di difesa. Un giorno si è nascosta nella cesta dei giornali. Se non mi attirava l'attenzione il mucchio informe, non avrei mai creduto che una bambina, per quanto piccola, potesse trovare nascondiglio là dentro. Comunica quasi esclusivamente con le espressioni del viso. Ha molto apprezzato il libro del Piccolo Principe che le è stato regalato. Non ha fatto salti di gioia, ma la trovavi dappertutto a leggerlo di nascosto. Queste sono solo due delle tante storie di infanzia dimenticata, di affetti che sanno di terra bruciata. Spero di essere riuscita a regalare loro un po' di felicità, di spensieratezza. Un mese sembrava lunghissimo, invece il tempo è fuggito via veloce. A loro il mio grazie per gli orizzonti nuovi che mi hanno fatto conoscere".