COME DON BOSCO
l’educatore
di Bruno Ferrero
INSEGNIAMOGLI A PREGARE
Ho chiesto ai miei bambini del
catechismo: "Lo sapete perché voglio insegnarvi a pregare?
Perché vi regalo tutti questi libri sulla Bibbia e insisto perché
li leggiate?" La risposta di una undicenne è arrivata, leggera,
neanche fosse stata pensata a lungo: "Perché ci vuoi bene e vuoi
che abbiamo una vita felice".
a preghiera è un gesto d’amore, è il modo più incantevole
per entrare gentilmente nella notte. Insegnare a pregare è il dono
più grande che i genitori possono fare ai figli. Eppure la paura di
parlare di Dio ai figli e di pregare con loro è quasi uno sport
nazionale. Ricordate: pregare non è un dovere, ma un piacere, un vero
profondo piacere delle creature umane, perciò non deve essere annunciato
come una condanna ai lavori forzati, ma come un momento di gioia condivisa,
di quiete, di armonia. La famiglia che prega insieme è una famiglia
unita. Come per tutte le cose importanti, il modo più semplice di
insegnare ai bambini a pregare è che vi vedano pregare,
così capiranno che Dio è importante per loro, che merita dare del
tempo a Gesù. Se i bambini vedono che i genitori sono appagati quando
pregano, intuiranno che Dio è una persona che ascolta coloro che gli
parlano.
Poi, pregate con loro, e siate semplici e sinceri, usate
parole e sentimenti che i bambini possano comprendere, abbracciateli, e
cominciate con frasi come: "Gesù, benedici il nostro piccolo Enrico
che diventa un ometto". I gesti sono importanti: un segno di croce sul
bambino seguito da un bacio pieno di calore inserisce la preghiera nella
cornice appropriata. I bambini devono rendersi conto che non si tratta di un
gioco.
Evitate di essere "stereotipati" ricorrendo alle solite
formule che si usurano facilmente. C’è una bella differenza tra
"recitare" delle preghiere e pregare. Procuratevi libri ricchi di
preghiere originali e belle illustrazioni: serviranno per le serate in cui si
è particolarmente stanchi. Se è possibile cantate insieme.
Conosco una famiglia che termina la giornata cantando davanti a una icona
illuminata solo da una candela. La preghiera è lode, ringraziamento,
stupore, tenerezza, allegria,
Il libro da usare di più è naturalmente la Bibbia. I
bambini imparano che è il "Libro di Dio". Esistono edizioni di
"Bibbie per bambini" che selezionano i brani più adatti ai
piccoli. Storie, personaggi, parole della Sacra Scrittura sono indispensabili
per nutrire la preghiera e la vita spirituale. Le frasi dei salmi, le parole di
Gesù, le parabole si possono trasformare in sorgenti di stupenda
preghiera. E’ uno spettacolo impagabile vedere un bimbo che dice convinto:
"Signore, guardami, proteggimi… Sei la cosa più bella che ho. Sei
la mia guida, anche di notte il mio cuore ti ricorda. Ti ho sempre davanti agli
occhi, con te vicino non cadrò mai" (Salmo 15). I genitori
devono ricordarsi di "fare le presentazioni": di Dio ai bambini e dei
loro bambini a Dio. Alcune tra le domande più comuni che essi pongono
sono: Chi ha creato Dio? Da dove viene? Com’è? Ha amici o è tutto
solo? Perché non lo vediamo? E’ vitale soddisfare la loro
curiosità, partendo da quello che Gesù ci dice di Dio.
Non dimenticate che la preghiera è relazione e comunicazione. Aiutate
i bambini a comprendere che Dio vuole diventare il loro migliore amico. I
bambini sono contenti di avere amici, e Dio desidera stare vicino a loro.
Potreste spiegarlo così: "Dio vi ama molto. Vi ha creati in modo
che siate speciali e vuole instaurare un’amicizia speciale con voi, diversa da
quella che potete stringere con chiunque altro. Le grandi amicizie si
costruiscono giorno per giorno. Dio vuole che vi avviciniate a Lui ogni giorno
e gli chiediate di aiutarvi a conoscerlo meglio". Parlate di Dio usando le
parole di Gesù. Insegnate che pregare è anche ascoltare.
La voce di Dio è diversa da quelle umane, ma è reale. E’ come un
segreto, una confidenza. Arriva attraverso il silenzio che si fa
"dentro": attraverso i pensieri, le letture del Vangelo, gli
avvenimenti della vita, i desideri, gli incontri della giornata.
Fate in modo che la preghiera diventi un appuntamento quotidiano, uno di
quelli di cui si sente la mancanza quando non c’è. Comprendete le
difficoltà. Se la piccola Jessica proprio non ha voglia di pregare si
può dire semplicemente: "Questo passerotto è stanco,
stasera, Signore. Ci sentiremo domani". Tenere aperti i canali della
comunicazione tra genitori e figli è la chiave per tenere aperti i
canali della comunicazione tra Dio e i bambini. Abituate i bambini a chiedere
perdono, a pregare per gli altri, e fate dei "progetti di preghiera"
familiari per coinvolgere i figli nella vita di preghiera dei genitori e per
guidarli. Quando accade qualcosa che riguarda l’intera famiglia come
traslocare, cercare un nuovo lavoro, la malattia del nonno, è bello
parlarne e poi pregare insieme, chiedendo l’aiuto di Dio.
Parlate tranquillamente della risposta di Dio. Specialmente quando non
arriva. Il momento decisivo per guidare ad avere fiducia nella preghiera si
verifica quando la vita tende "trabocchetti", e sembra che Dio non
risponda alle nostre preghiere; è un momento che i bambini osservano con
molta attenzione. Sembra una contraddizione, ma il momento più adatto
per guidare ad avere fiducia in Dio si verifica quando Dio non sembra molto
degno di fiducia. Durante quei momenti di confusione e difficoltà, la
vostra risposta di fede diventa un potente strumento di guida. Anche se i
bambini sono i più pronti ad accettare il fatto che Dio ha il diritto
anche di rispondere "no" per il bene dei suoi figli. Come spiega
Gesù: "Il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno".
Infine, mettete la Messa al culmine della vita di preghiera familiare. Deve
essere un momento straordinario, in cui la preghiera diventa comunione reale
con Dio e con gli altri.
Libri Elledici per educare i bambini alla preghiera:
-
Le mie prime preghiere
-
Preghiere per piccoli cuori
-
Salmi per piccoli cuori
-
Promesse di Dio per piccoli cuori
-
Dio chi sei?
-
Gesù chi sei?
-
Il Padre Nostro e l' Ave Maria
-
Per parlare di Dio ai bambini
-
Ma Dio è felice
Il genitore
di Marianna Pacucci
NON HO VOLUTO "INSEGNARE" AI
FIGLI A PREGARE
In questo delicato settore io ho sempre
assunto una posizione un po’ controcorrente, ammesso che una corrente ci sia…
Vi spiego il perché.
Quando devo parlare di un’esperienza religiosa, mi viene naturale diventare
più discreta, riconoscendo che quel che vivo non è un modello da
assumere come punto di riferimento. Innanzitutto, perché la mia vita
cristiana non mi sembra particolarmente esemplare – anche se cerco di
abbracciare il dinamismo della fede con tutte le energie disponibili – e poi
perché credo che ognuno vive la relazione con Dio in modo assolutamente
personale, intessendo in modo sempre nuovo e inedito questa storia d’amore
così intima ed esclusiva.
Proprio per questo, ho sempre proposto con molto pudore l’esperienza
della preghiera ai figli. Anche se ho cominciato presto a confrontarmi con loro
su questo argomento, sono stata molto cauta: ho rifiutato comportamenti che
potevano portare a imporre la fede, ho preferito che Alessandra e Claudio si
rendessero gradualmente conto fino a che punto essa rappresenti una dimensione
fondamentale per la vita. Dunque, non li ho obbligati a recitare preghiere in
momenti determinati della giornata o a seguirmi a messa giusto per un senso di
dovere; ho cercato invece di sollecitarli all’idea che pregare è
un’esigenza che ritma la nostra vita e di cui sentiamo il desidero e il
bisogno, al di là delle abitudini che possiamo instaurare. Guidata da
questo criterio, mi sono sforzata di assecondare la loro voglia di pregare
anche se si manifestava in modi poco convenzionali o in luoghi per nulla
rituali.
Certo non sono stata rinunciataria nel condividere un padrenostro
al momento della buonanotte, ma non mi sono mai arrabbiata se Claudio si
addormentava a metà della preghiera. Confesso anche che mi sono arresa,
dopo vari tentativi, di fronte alla preghiera famigliare prima dei pasti:
l’arrembaggio famelico dei figli rendeva poco decorosa la "pretesa"
di dedicare un pensiero a Dio, avendo sotto il naso un bel piatto fumante.
È stato invece abbastanza facile orientare i ragazzi a un momento di
preghiera durante una passeggiata all’aria aperta, di fronte a un’edicola sacra
che sbucava fra le piante di un bosco, oppure cercare riparo nella frescura di
una chiesa estiva e approfittare di quella quiete. Sperimentando il benessere
derivante dall’incontro con Dio, credo che abbiano a poco a poco capito che Dio
si rende presente e ci fa compagnia lungo le strade della vita, anche se non
andiamo a cercarlo appositamente. Forse gli fa perfino piacere se non lo
releghiamo in uno spazio e in un tempo predeterminati e magari marginali
rispetto alle nostre occupazioni abituali; non si offende se qualche volta ci
scordiamo di avere un appuntamento con Lui.
Quando i figli sono diventati un po’ più grandi, ho accettato gli
inevitabili momenti di latitanza e aridità spirituale legati al
confronto con coetanei che avevano abbandonato qualsiasi forma di esperienza
religiosa. Sapevo che era un rischio da correre, se volevo che passassero da
una capacità infantile di preghiera a un dinamismo più
impegnativo e coinvolgente. In quel periodo però li ho messi di fronte a
una nuova scoperta: poiché è una vita che sono sempre in corsa e
non riesco a vivere tanti momenti rituali al di là della messa
domenicale, ho rivelato loro che spesso prego mentre sono impegnata nelle
faccende domestiche o nel percorso da casa al lavoro, perfino mentre insegno ai
miei studenti o scrivo testi al computer.
All’inizio hanno sorriso: hanno capito perché a volte succede che mi si
bruci il pranzo nel forno e come mai sono una guidatrice distratta e imbranata.
In cambio, però, hanno compreso la mia flessibilità rispetto alla
preghiera: non li ho allenati secondo i criteri tradizionali per disinteresse e
superficialità, ma perché volevo che anche loro potessero
scommettere su una cosa importante: vivere la preghiera come un atteggiamento
che ci accompagna sempre, qualsiasi cosa facciamo; accettarla come ciò
che ritma le nostre esperienze quotidiane.
Adesso che sono adolescenti
, non so quando e quanto i miei figli preghino; al di là delle occasioni
comunitarie che condividono con noi genitori e con gli amici, anche loro
difendono la libertà e l’intimità del dialogo con Dio. Sono
però tranquilla: i loro comportamenti – anche se qua e là
emergono le inquietudini e le contraddizioni dell’età – mi dicono che in
genere non manca una buona dose di nutrimento spirituale.