MISSIONI

Dieci anni di frontiera. Ciudad Juarez ha 4 presenze salesiane di cui 3 sono oratori

NELLE TERRE DI TEX WILLER
di Giancarlo Manieri

Ciudad Juarez, nello stato di Chihuahua è una città che scoppia: la popolazione cresce giornalmente, alimentata da una immigrazione selvaggia. E' un posto di frontiera dove lavoro e provvisorietà vanno a braccetto. Tutt'intorno il deserto, la Sierra Madre, El Paso, Rio Grande o Rio Bravo, la Mesa Grande. Insomma le terre di Tex Willer.

Se si parla di Cuiudad Juarez si parla di El Paso e viceversa. Sono due città in una o, se volete, una città in due, una delle quali non ha nulla a che vedere con l'altra. Due mondi. Due concezioni di vita, due filosofie, condizioni economico/sociali opposte. Anche il fiume che le divide i messicani lo chiamano Rio Bravo e gli americani Rio Grande. Ma sono la stessa cosa, e il rio non è né bravo né grande: è semplicemente un confine. Invalicabile. Il letto è quasi asciutto e la poca acqua rimasta non ha più una goccia che non sia inquinata: il glorioso fiume di Tex e dei suoi pard sembra intristirsi, ritirarsi, nascondersi alla vista. Forse rimpiange il passato! Le strade di Ciudad Juarez non accolgono più lo sferragliare dei cavalli di ranger e diligenze, sono sovraffollate da cavalli. virtuali: quelli delle decine di migliaia di macchine, provenienti dagli USA, tutte di vecchio tipo, scarti che si vendono per pochi soldi. Il ricco Texas prende due piccioni con una fava: ci guadagna e si sbarazza di catorci inquinanti. Le macchine da rottamare della nazione più ricca del mondo vengono mandate a inquinare "dall'altra parte": riempiono la città di rumore, di puzza, e di carcasse. Inquinano anche la nostalgia: di sicuro se qualche amante di Tex Willer capita a Ciudad Juarez, gli viene la nausea. anche del fumetto!

MAQUILA E DINTORNI
El Paso/Ciudad Juarez. Da una parte luci screziate, grattacieli, macchine fiammanti, supernegozi; dall'altra baracche, scheletri di case da anni in costruzione, strade sterrate, fogne a cielo aperto, e maquilas a perdita di conto. Pare ce ne siano quasi 400. Sono fabbriche di assemblaggio. Costruite "di qua" da proprietari che abitano "di là". Alcune arrivano a 4/5000 operai. La Philips ne ha addirittura 11 mila. Le maquilas sono la salvezza e la dannazione di Ciudad Juarez. Danno lavoro quasi a tutti, ma attirano disgraziati da tutte le parti, gente che non si integra, che spera sempre di fare il gran salto al di là della frontiera, che si scardina dalla propria terra, perde la propria identità, dimentica la propria cultura, e deve ricostruirsi moralmente. Gente che, restando a Ciudad Juarez, non arricchirà mai: la paga del lavoro non permette certo grandi profitti agli operai; le maquilas sono lì perché i profitti vogliono realizzarli le imprese. Qualche numero dà la possibilità di rendersi conto della situazione. El Paso 600 mila abitanti stanziali, Judad Juarez 1,5 milioni di potenziali migranti, messicani provenienti da ogni Stato e di ogni razza, ma anche stranieri. Arrivano non per mettere radici: hanno nel cuore e nel cervello un sogno: passare dall'altra parte. Disposti ad aspettare anni per avere il visto d'ingresso per gli Stati Uniti. Risultati: il 70% della popolazione di Ciudad Juarez è costituita da immigrati. Il 63% è sotto i 25 anni; compagni abituali della città sono la droga, la prostituzione (con una percentuale tragica di ragazze madri), il narcotraffico, la violenza urbana, il gangsterismo adulto e minorile, i feroci regolamenti di conti, un tasso elevato di sparizione di persone, e bambini che non hanno mai visto un albero.

SALESIANI DI FRONTIERA
In questo grande mare di contraddizioni, e di povertà culturale e morale si sono tuffati i salesiani. Vi hanno impiantato tre oratori. Di frontiera in tutti i sensi. Come tutti gli oratori, hanno il cortile ma serve più per accogliere e socializzare che per giocare. All'oratorio si cerca di ritrovare le proprie radici e di conoscere quelle degli altri, di conquistare un po' di cultura, riappropriarsi della propria identità e della propria giovinezza, perché perduta la giovinezza è ipotecato un futuro senza senso e una società senza i plinti di base.
I salesiani hanno affittato una casetta in città in cui si ritrovano ogni sera, pregano, cenano, programmano, riposano. La mattina ognuno parte per il suo campo di lavoro dove è atteso e benedetto dalla gente. Non vanno allo sbaraglio. Hanno studiato la situazione, hanno analizzato le loro possibilità e le necessità della gente, e hanno stilato con l'aiuto di esperti dei progetti precisi, scritti con puntigliosa meticolosità e portati avanti con coraggio e determinazione insieme a operatori socio/pastorali e a volontari.
Così gli oratori hanno la scuola professionale fornita di laboratori diversi per preparare ragazzi/e e anche adulti al lavoro nelle maquilas, oratori con centro medico, centro psicologico, pronto soccorso, gabinetto odontotecnico, ecc. I pochi salesiani e i molti laici loro collaboratori hanno sposato in pieno la causa dell'educazione. Nulla è lasciato al caso. E i salesiani non hanno tempo per avere idee diverse né per litigare sui metodi pastorali: lì il metodo/madre è quello dell'accoglienza; l'hanno capito bene: accogliere e far ritrovare se stessi; accogliere ed educare; accogliere e alfabetizzare; accogliere per curare; accogliere ed evangelizzare.
I salesiani sono la manna nel deserto. Don Osvaldo per esempio. Un piemontese che ormai è messicano dalla testa ai piedi. Un uomo di frontiera come i suoi oratori. Ha buttato la vita per questo sogno. Ed è diventato un personaggio. Per i ragazzi è l'amico, per i penitenti il confessore, per la gente il padre, per gli scolari il maestro e per le autorità un uomo straordinario. Tant'è che è membro del Consiglio di Fondazione dell'Impresariato dello Stato di Chihuahua, membro del Programma di Impulso Sociale, membro dell'Istituto Municipale di Ricerca e Pianificazione urbana. Ma non finisce qui, perché i suoi salesiani sono come lui!