INSERTO CULTURA

I salesiani sono entrati per la prima volta in Ecuador nel 1888. A Quito nel 1925. Oggi nella capitale ci sono 7 presenze salesiane. Mostriamo questo mese uno dei musei più prestigiosi dell’Ecuador, il museo Amazzonico di Quito, fornito anche di una libreria/editrice che prende il nome dall’antica denominazione dell’America in lingua kuna, Abya Yala.

IL MUSEO AMAZZONICO DI QUITO
di N. Maffioli, J. Bottasso

I primi Salesiani che approdarono in Ecuador avevano un chiodo fisso: informare. Spedivano lettere al Bollettino Salesiano e al Superiore Generale, mandavano resoconti alle autorità civili, scrivevano articoli per la stampa. Quando si addentrarono nella selva amazzonica, non risparmiarono sforzi e tempo per scrivere e raccogliere.

Una raccolta, incompleta, del materiale prodotto dai primi salesiani (lettere, racconti, documenti, articoli ecc.) che riempie tre volumi di circa 500 pagine ognuno, risulta utilissima per storici e antropologi. Il desiderio di documentare attraverso oggetti etnograflci e archeologici venne più tardi. Il vero genio in questo campo fu il padre Carlo Crespi che arrivò in Ecuador all'inizio degli anni ‘20, fresco di laurea in Scienze Naturali all' Università di Padova. Pio XI aveva progettato per il Giubileo del 1925 una grande mostra missionaria che documentasse la presenza della Chiesa negli angoli più remoti del globo e, per farlo, si era rivolto a ordini e congregazioni religiose. Crespi ebbe l'incarico di illustrare la cultura degli Shuar (noti come Kivari), e svolse il suo lavoro con grande competenza. Oggi gli oggetti raccolti si trovano nel museo missionario del Colle Don Bosco e costituiscono una collezione di valore inestimabile. Molti ormai sono irreperibili e non c'é più nessuno che li sappia elaborare. Dopo l' Esposizione Vaticana il padre Crespi si dedicò a raccogliere reperti archeologici della zona andina che circonda la città di Cuenca, e riuscì a mettere insieme una collezione di grande valore. Morì vecchissimo, ma prima di andarsene gli toccò ancora vedere distrutta dalle fiamme la grande scuola popolare che aveva costruito. Il museo fu venduto per rimettere in piedi l'edificio.Intanto un altro grande salesiano aveva raccolto l’eredità del padre Crespi nel campo della cultura shuar, il cileno monsignor Candido Rada. Essendosi radicato a Quito, mentre dispiegava una intensa attività nel campo dell' insegnamento e introduceva interessanti innovazioni nelle strutture educative salesiane della città, dedicò tempo e risorse a raccogliere il materiale etnografico necessario per far conoscere la cultura dei "tagliatori di teste". Fu messa insieme una collezione ancora più completa di quella inviata a Roma, che costituisce il nucleo principale dell'attuale "Museo Amazzonico". Ma non ha avuto vita facile. L' espandersi dell' opera in cui era inserito l’obbligò a traslocare parecchie volte, fino ad approdare nell' edificio attuale, edificato appositamente tra due date emblematiche: il 1988 e il 1992. La prima ricorda i 100 anni dell’arrivo dei Salesiani in Ecuador, la seconda il V^ Centenario della Scoperta dell' America.

GLI ANNESSI
Il criterio che ispirò l’impostazione del museo fu che non si riducesse a uno spazio pieno di oggetti pittoreschi, ma facesse parte di un percorso bene articolato da presentare al pubblico. L’area adibita a museo non occupa che uno dei sei piani del nuovo edificio. Uno dei complementi essenziali è una biblioteca specializzata, con altre 20 mila volumi, che illustrano i vari aspetti delle cultura aborigene d’America. Nel suo genere è la biblioteca più completa del paese. Poi c' è l'editrice Abya-Yala che nel 2000 ha compiuto 25 anni. In un quarto di secolo ha realizzato una gran lavoro di ricerca, stabilito contatti con migliaia di specialisti del ramo, e pubblicato 1300 volumi. Necessaria emanazione dell’editrice è la grande libreria che, oltre a distribuire i libri tra quanti la visitano, ha contatti con decine di librerie, anche fuori del Paese, dispone di uno schedario elettronico con migliaia di indirizzi per informare i possibili clienti, e ha preparato un Web side, frequentato giornalmente da numerosi visitatori. Il sistema di stampa digitale di cui dispone permette l'edizione di volumi con la tiratura richiesta sul momento, e la riproduzione di opere rare in pochi esemplari.Un' altra iniziativa é l'Istituto di Antropologia Applicata che è parte dell'Università Salesiana. Con i suoi quasi 500 alunni provenienti da cinque diversi Paesi è forse la più grande scuola di Antropologia del Continente. La Scuola di Educazione Bilingue Interculturale è sorta quasi contemporaneamente all'Istituto di Antropologia e ha formato decine di indigeni con titoli universitari. Per terminare di enumerare gli "annessi" del Museo, si può accennare al negozio di artigianato che vende prodotti tipici delle comunità indigene.

IL MUSEO
Il nome è forse un po’ pomposo, il museo, infatti, non abbraccia tutta l'Amazzonia con i suoi 8.000.000 di Km2, ma solo i 100.000 che appartengono all'Ecuador. Tutte le popolazioni che vivono in quest'area vi sono rappresentate, ma quella illustrata in maniera completa é la shuar. All' entrata una serie di elementi ricreano l’ambiente naturale che parte dagli ultimi contrafforti delle Ande e degrada verso lo sterminato bacino del Rio delle Amazzoni. Questo spiega perché appaia anche un condor con qualche rapace andino. Settore davvero prezioso è quello archeologico. E se i reperti che vi si ammirano non hanno nulla a che vedere con le popolazioni attuali, testimoniano tuttavia la presenza di insediamenti umani risalenti a oltre 4000 anni fa. Si tratta di gruppi che avevano sviluppato una raffinata tecnica della ceramica, lavoravano la pietra, soprattutto a scopi di culto, di caccia e di guerra, avevano addomesticato molti vegetali e raggiunto un alto grado di spiritualità, come si può dedurre osservando l'arte funeraria.L’area del museo è un enorme spazio senza divisioni, con al centro la ricostruzione della casa shuar e i vari membri della famiglia, riprodotti con manichini a statura naturale, assieme utensili, focolare e letto. Sulle pareti grandi pannelli contengono gli oggetti della cultura materiale shuar: la ceramica, i tessuti, la reti e i canestri, le armi per la caccia e la guerra; gli ornamenti del corpo, gli strumenti musicali. D’ogni oggetto esiste la descrizione e il grafico che illustra il processo di costruzione. Non manca una canoa scavata nel tronco di un albero e una "tsantsa" autentica, cioè una vera testa umana, ridotta alle dimensioni di un pompelmo. Ormai questa pratica, che ha reso tanto famosi gli Shuar, è caduta in disuso, ma in alcuni casi la si celebra ancora, usando la testa di un bradipo. I rituali, lunghi e complicati, sono gli stessi che si utilizzavano per le teste umane. Uno spazio più ridotto è destinato alle altre culture dell’Amazzonia ecuadoriana: Canelos, Huaorani, Siona-Secoya, Kofàn, Zàparo. Bellissimi gli oggetti d’arte plumaria, ma le collezioni sono più incomplete di quelle Shuar. Della cultura Canelos, che é la più sofisticata nell'uso dell'argilla, si può ammirare una grande serie di personaggi mitologici in ceramica.

I DESTINATARI ED IL MESSAGGIO
Va detto a questo punto che i primi destinatari non sono i turisti, ma gli ecuadoriani, soprattutto i giovani. I primi che devono capire il valore di una cultura sono quelli che vivono al suo fianco, perché le incomprensioni nascono con i vicini, non con i lontani. In Ecuador, come altrove, la conoscenza delle etnie indigene è molto limitata tra la popolazione bianca e meticcia: molte volte si riduce a notizie pittoresche e del tutto frammentarie. Questo é un guaio, perché le decisioni sul futuro di questi popoli le prendono quelli che stanno nei "palazzi" i quali, se non conoscono né apprezzano gli interessati, sarà impossibile che decidano per il loro meglio.L'Ecuador è un paese con una grande varietà culturale ed etnica: é importante che i giovani la sentano come una ricchezza e non come un peso o il residuo di un passato da dimenticare. Prima di guardare a Miami, a Nuova York o all'Europa, é bene che conoscano a fondo la gente della propria terra. Soprattutto ai giovani é destinata l'ultima parte del museo: una sfilata di foto scioccanti che ha per titolo: "La selva sanguina" E' la documentazione dei disastro che produce lo sfruttamento irresponsabile della zona: foreste abbattute o incendiate, discariche dei pozzi petroliferi direttamente nei fiumi, zone sempre più vaste dove la terra si é laterizzata e il deserto prende il posto della foresta. E' bene che tutti conosciamo il prezzo del "progresso" e non ci limitiamo a denunciare l'ingordigia delle multinazionali. E' da mettere in discussione anche il nostro stile de vita, perché i clienti ultimi delle multinazionali siamo tutti noi.