COME DON BOSCO

L'educatore
di Bruno Ferrero

LE BUONE MANIERE
La notizia ha fatto il classico girotondo mediatico di giornali, riviste e telegiornali: i ragazzi italiani sono i più maleducati d'Europa. Come tutte le ricerche "a sensazione" è da prendere con le molle, ma certamente contiene una parte di verità che è sotto gli occhi di tutti.
Dire a un figlio "mal-educato" è darsi la zappa sui piedi. "E chi mi educa? Tu, no?", potrebbe rispondere. Insegnare le "buone maniere" oggi è uno dei compiti più ardui. La prima cosa da ricordare è, come sempre, il buon esempio. Se vostro figlio di tre anni rovescia la sua scatola di pastelli e urla: "M..!", riflettete un attimo, prima di dare in escandescenze. Dove pensate che l'abbia imparato? Forse potrete vedere il colpevole guardandovi allo specchio. Una mamma esasperata dai continui battibecchi delle due figlie perse la pazienza e urlò: "Basta con le risse! Non ne posso più!". Le due ragazzine la guardarono sorprese, poi una replicò: "Ma tu e papà litigate sempre. E' la stessa cosa".
In casa non ci si può "lasciare andare" nemmeno a tavola: tutti tendiamo a essere un po' troppo rilassati quando ci sediamo per mangiare, dimenticando di tenere un comportamento corretto. I bambini fanno molta fatica a ricordarsi le regole di comportamento domestico, e faranno ancora più fatica a ricordarsi tanto quelle del pranzare in casa che del pranzare fuori, se tali regole non coincidono. In realtà il compito più difficile è insegnare ai figli a resistere alla maleducazione diffusa.

E' sempre facile prendersela con i genitori, ma nel campo delle buone maniere, i genitori devono soprattutto impegnarsi per insegnare ai loro figli a resistere alla maleducazione che li circonda. Vedere un film o un programma tv, affacciarsi alla finestra, salire su un autobus, andare a scuola sono una full immersion in situazioni condite di volgarità, scortesia e scurrilità. Grandi e piccoli siamo assediati dalle "cattive abitudini" osservabili in un giorno qualunque: fumare, ubriacarsi, drogarsi, urlare per farsi capire, bere direttamente dalla confezione del latte, bestemmiare, dire bugie, imbrogliare, buttare per terra le cartacce, attraversare gli incroci con il semaforo rosso, mettersi le dita nel naso, ruttare, parlare con il cibo in bocca, interrompere o non ascoltare gli altri, dimenticarsi della mamma nel giorno della sua festa, ecc.

Per opporsi occorre una educazione forte. Si può ottenere in due modi: con regole ferme da osservare in casa e fuori, ma soprattutto con la creazione di un forte clima di rispetto, reale e vissuto. Non basta cioè insegnare alcune norme di galateo: occorre puntare alla radice. I bambini imparano il rispetto se vivono con la gentilezza e la considerazione. I bambini imparano il rispetto quando vedono che i genitori si trattano l'un altro e trattano i membri della famiglia in modo gentile, e rispettoso, e crescono pensando che il modo in cui sono stati trattati è il modo in cui trattare gli altri.
Con l'esempio possiamo insegnare ai bambini che il rispetto implica accettare altre persone, riconoscendo che le necessità altrui sono importanti quanto le nostre e che talvolta passano davanti a tutte le altre. La gentilezza e la sollecitudine sono qualità che impiegano molto tempo per maturare. Anche i genitori a volte non si comportano in modo rispettoso tra di loro o verso i figli. Ammettere le manchevolezze, chiedere scusa per le offese che possiamo aver causato e provare a essere più attenti in futuro aiuta a migliore il clima famigliare.
Un altro modo di esprimere il rispetto per gli altri sono le parole e il tono che si utilizzano per comunicare. I bambini osservano come i genitori si rivolgono l'uno all'altro: il tono di voce, l'atteggiamento, le emozioni inespresse. Non si tratta solamente di liti o discussioni. E' importante il modo in cui mamma e papà risolvono i loro disaccordi, come comunicano per chiarire le piccole incomprensioni e come soddisfano i bisogni reciproci.

Anche i più piccoli gesti d'attenzione e d'interessamento tra mamma e papà vengono notati dai bambini e diventano un modello mentale per trattare con le persone. Quando vengono usati abitualmente e in modo naturale e quando domande gentili come "Posso prenderti qualcosa?" e "Ti posso aiutare a far questo?" costituiscono lo sfondo della loro vita quotidiana, i bambini capiscono in che modo le persone possono aiutarsi reciprocamente nelle grandi come nelle piccole cose.
Ogni membro della famiglia, anche il più piccolo, ha diritto al rispetto delle sue cose e a un po' di privacy. Il modo in cui noi trattiamo le nostre cose può indurre per imitazione un atteggiamento scrupoloso o negligente nei piccoli. I bambini notano tutto: se i vestiti sono ammucchiati per terra, gli arnesi abbandonati nel prato, le porte sbattute, e seguono le nostre orme. Inoltre, non conta quanto la casa sia modesta o la famiglia numerosa, ogni bambino deve avere il diritto di possedere qualcosa di suo che nessun altro può usare senza il suo permesso.

E importante garantire uno "spazio riservato" ai figli. Bisognerebbe anche insegnare loro a rispettare la privacy degli altri: per esempio, a bussare alle porte chiuse e ad aspettare il permesso per entrare. Questo permetterà anche a mamma e papà di conservare un po' di riservatezza.
E' vitale infine insegnare ai figli a rispettare le reciproche differenze: i bambini di oggi da grandi dovranno abituarsi a frequentare persone di origini, culture e abitudini diverse. Un ambiente familiare fatto di gentilezza, considerazione e tolleranza per le diversità individuali li preparerà a rispettare i diritti e le necessità degli altri nella società. Se muovendosi nel mondo tratteranno il prossimo con un rispetto di fondo per il valore e la dignità di ognuno, potranno aspettarsi di essere a loro volta rispettati.

Il genitore
di Marianna Pacucci

E SE MIO FIGLIO FOSSE UN PITECANTROPO?

Qualcuno ha scritto che i bambini italiani tra i bambini europei sono primi in classifica per maleducazione. Forse è vero e forse no. Ma la cosa merita qualche riflessione.

Per il cuore di una mamma è sempre molto doloroso scoprire di aver allevato un figlio troglodita, ma il guaio è che questa verità viene alla luce in genere quando ormai è un po' tardi per cambiare stile educativo e instaurare nei ragazzi altre abitudini.
Non sia mai detto però che nella vita le cose sono irreversibili: anche nei casi più disperati, si può innestare la retromarcia e ritornare al punto di partenza, per decidere nuovi obiettivi e differenti percorsi.
Questa scelta è legata però ad alcuni elementi precisi: in primo luogo che io genitore abbia voglia di mettermi in discussione e di accettare la scomoda consapevolezza che se mio figlio è maleducato, non è solo colpa dei compagni di scuola o degli insegnanti inadempienti. Ho fatto anch'io la mia parte per arrivare a questo risultato, e quel che è peggio, ho vissuto distrattamente il mio ruolo educativo proprio quando invece era necessaria una maggiore attenzione.

In secondo luogo devo sforzarmi di capire perché non sono stata all'altezza della situazione: forse la troppa fretta della vita quotidiana mi ha impedito di investire tempo ed energie su una questione che richiede invece continua sensibilizzazione, esercizi di autocontrollo ed una sana ma impegnativa capacità di dire un no al momento giusto. O magari mi è sembrato che ci fossero cose più importanti a cui badare e ho sottovalutato il fatto che la buona educazione non è solo un affare di forma, ma di sostanza. E così non mi sono preoccupata troppo di collegare la formazione dell'interiorità con quelle dell'esteriorità.
Ancora, devo valutare se per caso ho ecceduto in protezionismo e ho dribblato quelle occasioni di confronto esterno che sono sempre salutari, per i ragazzi e per i genitori, per verificare la qualità del proprio lavoro educativo.

Infine - ed è la faccenda più spinosa - dovrò pur chiedermi se per caso io stessa non sono stata una testimone credibile delle buone maniere, ma mi sono limitata a insegnare e richiedere comportamenti che non m'impegnavano in prima persona. E, se avrò anche il beneficio delle attenuanti generiche, devo rinunciare a tutti gli alibi che vorrebbero portarmi ad un'assoluzione piena.
Come avrete capito, il problema dei figli maleducati non riguarda tanto loro, ma noi adulti. Forse è per questo che cerchiamo sempre di rimuovere l'argomento: di sensi di colpa, in fondo, ne abbiamo già tanti e sono sempre piuttosto sterili.
È bene però farci coraggio e metterci in gioco: non fosse altro, per amore dei nostri pargoli. Perché una cattiva educazione li condannerà, prima o poi, all'incomprensione, ad essere guardati dall'alto in basso, ad una certa emarginazione affettiva e sociale. Il bello che si portano dentro - e che faticosamente abbiamo cercato di costruire insieme a loro - rischierà di non essere adeguatamente percepito e valorizzato, e loro soffriranno tanto per tutto questo.

Cambiare, certo, è faticoso. Soprattutto perché dentro di noi abbiamo paura che i figli ci rifiutino se siamo un po' più esigenti. E all'inizio, inevitabilmente è così. Nel tempo però i ragazzi sanno apprezzare la nostra severità (a condizione però che sappiamo motivare opportunamente le aspettative che manifestiamo nei loro confronti).

Claudio, che ha avuto sempre bisogno di un po' più di attenzione da questo punto di vista - perché le bande maschili sono effettivamente un po' grevi nei loro comportamenti e suscitano sempre un certo spirito di conformismo - diceva tempo fa al telefono una cosa molto seria: "Ma perché proprio a me doveva capitare una madre così severa? A pensarci bene, però, sarà sicuramente una rompiscatole, ma io continuo ad essere invitato a tutte le feste degli amici, mentre altri ragazzi sono ormai esclusi a vita a causa dei loro comportamenti".

Una cosa del genere non me la direbbe mai direttamente, non perché gli faccia schifo offrirmi un po' di gratificazione, ma perché avrebbe paura che me ne approfitti e rincari la dose di consigli e controlli sui suoi modi di fare. Ma io, dal mio canto, mi sono tutta ringalluzzita: mi sento molto più forte, adesso, quando devo affrontare il braccio di ferro delle buone maniere.