Aprile 2001

Suor Silvia Vecellio

FMA originaria del Cadore, da quarant'anni missionaria in Brasile, ha ricevuto nell'ottobre scorso il premio Cuore Amico per il suo lavoro nel lebbrosario São Julião in Mato Grosso.

  • Com'è iniziata la tua storia tra gli ammalati di lebbra?
Abbiamo scoperto il São Julião nel 1965, proprio negli anni di maggior degrado. Gli ammalati erano rinchiusi, abbandonati a loro stessi, senza cibo, medicine, assistenza. L'impatto è stato tremendo e la lotta anche all'interno della comunità non è stata facile. Ci si chiedeva se trasformare un lebbrosario, assumerne la tremenda responsabilità che corrispondesse al progetto di don Bosco. Alla fine vinse la carità.
  • Chi ti ha aiutato nell'impresa?
Nei primi anni ho avuto come "complici" diverse suore che pulivano, medicavano, davano da mangiare, rivestivano, consolavano. Con le pinze cavavano pure vermi dalle ferite. Ma un giorno, da una vecchietta cieca, senza gambe, ci siamo sentite dire: "Non ho bisogno degli occhi; sei tu sorella, la mia vista. Non ho nemmeno bisogno delle gambe: sei tu il mio sostegno".

  • Quando sono arrivati i volontari?
Nel 1967 con l'Operazione Mato Grosso. Un'associazione dell'ambiente salesiano a scopo missionario. Nel 1969, 50 volontari di passaggio da Campo Grande vengono invitati a fare una visita al lebbrosario. La vita di questi giovani volta pagina. L'anno seguente arriva al São Julião un gruppo preparato specificatamente per la riforma dell'ospedale.

  • Come si presenta oggi l'antico lazzaretto?
Assolutamente scomparso l'orrore degli inizi. Un parco di eucalipti riesce a purificare l'aria e a darti l'impressione di entrare in una zona salubre. Le costruzioni basse, immerse nel verde, sono curate nei particolari. il reparto bambini e la chiesa sono un capolavoro di buon gusto e armonia creato da volontari ingegneri e architetti in armonia con nostra filosofia: il meglio e il più per gli ammalati. Attualmente l'ospedale conta 240 posti letto e due mila malati che frequentano l'ambulatorio. Ci occupiamo anche del reinserimento sociale e lavorativo degli ammalati.

  • C'è in tutta questa storia un evento indimenticabile?
Senz'altro la visita del Papa nell'ottobre 1991. Il suo abbraccio con i lebbrosi ha commosso il mondo. All'uscita dalla chiesa, Giovanni Paolo II mi prese per mano e mi disse: "Grazie, suor Silvia! Grazie per tutti questi fratelli!". Io allora gli chiesi di lasciare l'orma del suo piede impressa nel rettangolino di cemento allestito apposta all'ingresso della chiesa. Il Papa sorrise e acconsentì.

  • Tra i riconoscimenti ricevuti in questi anni quale ti è più caro?
Una dedica di Lino Villachà, un lebbroso poeta. Non aveva gambe e le braccia non gli servivano più. Ma sapeva ancora meravigliarsi. Lui, nella sua poesia mi ha descritta sullo sfondo delle mie montagne, protesa a raccogliere i fiori difficili, abbarbicati a rocce poco accessibili.