ATTUALITA'

Un vescovo di prima linea parla di una tipologia speciale di giovani.

QUELLI DEL MURETTO
di Rita Salerno

Li chiamano "i ragazzi del muretto": sono i giovani che non frequentano chiese e oratori, ma che si ritrovano sulle piazze o nelle strade, in comitiva o da soli, con i motorini nuovi fiammanti o nelle auto prestate dai genitori, inconsapevoli dei rischi cui vanno incontro.

E' facile incontrarli poco lontano dalle sale gioco, in branchi nelle curve degli stadi, schiacciati l'uno contro l'altro nelle discoteche, disposti a tutto pur di provare l'ebbrezza della pasticca all'ultima moda. Stazionano spesso fuori degli oratori, senza avere il coraggio di entrare, indifferenti a tutto. Lontani anni luce dalla "generazione Wojtyła" il popolo della giornata mondiale della gioventù, quei giovani "gioiosi e rispettosi della città e della natura, pronti al saluto e al sorriso". Per quelli del muretto è urgente promuovere iniziative in grado di "sviluppare, in un gioioso clima comunitario, i valori autentici della vita umana e cristiana", come dice il Papa.

MONSIGNOR RIBOLDI
Ma i progetti da soli non bastano, se non sono posti in atto da "operatori particolarmente preparati, in grado di stimolare l'interesse e la naturale generosità dei giovani". Un invito, sempre di Wojtyła, che monsignor Riboldi mette in pratica da anni. Il vescovo emerito di Acerra č da sempre impegnato sul tema delle nuove generazioni. Anzi. Dedica molte delle sue energie a favore di quella meno conosciuta tra le componenti dell'universo giovanile: i giovani detenuti. Non a caso, in occasione della giornata mondiale della gioventù, gli è stata affidata la catechesi nel carcere romano di Rebibbia. "Sono andato con la gioia e l'entusiasmo di chi sa che è la Chiesa ad andare incontro alla pecorella smarrita - racconta - In fondo sbagliare è umano, ma risorgere è divino. Si tratta di una grande responsabilità perché sono stati questi giovani a chiedere di non essere dimenticati. Hanno chiaro che la nostra presenza va letta nel segno della condivisione. Che noi pastori vogliamo far parte della loro vita. E' un modo di dire che ci sentiamo tutti giovani.

C'È SPAZIO
C'è spazio per recuperare questi ragazzi e garantire loro un posto nella società: "Cristo è una grande porta aperta. Occorre dire ai giovani che, tra le tante porticine, (la discoteca, la droga, la strada, il muretto.) che non conducono a nulla, c'è questa Grande Porta, ricca d'amore. Mi emozionarono a suo tempo i manifesti del Giubileo con l'immagine del Padre che spalanca le braccia al figlio. Ognuno di noi, giovane o vecchio, ricco o povero, detenuto o libero cittadino, dovrebbe riflettere su questo. Invece, la tendenza è a perdersi dietro cose stupide e inutili.

Che dire, monsignore, dei molti giovani che si perdono impasticcandosi o ubriacandosi, e finendo sui giornali per le consuete stragi del sabato sera?
Il dramma è dovuto alla mancanza di un progetto educativo. Amare vuol dire dare un senso all'esistenza, vivere significa sperimentare l'amore di Dio. I giovani oggi trovano il vuoto; spetta alla famiglia riempirli con contenuti adatti. Sono come certe piante, belli ma senza radici. Dovrebbero capire che esiste qualcosa di meglio, di superiore, di grande per cui vale la pena spendere la propria vita. Ci sono tanti ragazzi che decidono di andare in Africa per portare soccorso ai diseredati. Non hanno paura dei pericoli; martiri delle grandi bidonville del III e IV mondo. Mi colpì un giovane gestore di discoteche intervenuto a un convegno. Tanto lodava i locali notturni da aver composto una specie di poesia sulla notte, intesa come musica, incontro, silenzio. Peccato, gli replicai, che il rumore assordante dei decibel ti impedisca di parlare con il tuo vicino, e nel vuoto dei valori entro il quale ti agiti in realtà componi il poema della solitudine. Non è forse vero che spesso, quando si fa giorno, i giovani che frequentano la tua discoteca si ritrovano privi di energie oltre che di senso? E poi, chi non vive di notte è stupido? Chi si impegna per rendere ogni attimo della vita luminoso agli occhi di Dio è sciocco? Dovette ammettere che avevo ragione.

E' vero che in occasione del Giubileo ha promosso un gesto significativo, destinato ai giovani tossicodipendenti e a chi ha commesso qualche reato?
Sì. Ho rivolto un appello a tutti i giovani che vivono ai margini della società, e operano nella criminalità a non sentirsi soli. A ripensare la loro vita. Li ho invitati a deporre la violenza, per unirsi ai ragazzi che in tutto il mondo sono legati dall'annuncio di Cristo. Non più armi per rapinare o rubare, ma volontà di incontrarci per condividere l'amore di Dio. Per il vostro bene. Senza di voi ci manca qualcosa.

L'anno giubilare appena trascorso quali spunti ha offerto, per ripensare la pastorale giovanile e per avvicinare soprattutto i lontani?
Nel caso dei giovani in difficoltà è necessario che la nostra presenza non sia episodica, ma parte di un progetto di recupero articolato nel tempo. Se ci si incontra, bisogna impegnarsi a restare insieme. Solo così acquista un senso la nostra presenza. I giovani d'oggi richiedono energie, impegno di lungo periodo. Bisogna non fermarsi alle apparenze, occorre ascoltarli. I tempi sono cambiati. La ribellione o taluni gesti sono il mezzo per rigettare una realtà che non va o per conformarsi a un ambiente selettivo. La cosa che manca ai ragazzi è la relazione , cioè il modo di uscire dalla propria solitudine, di parlarsi, di svelarsi. Cosa che i giovani non fanno. E oggi la famiglia non è luogo né di incontro né di ascolto. I giovani bisogna andarli a cercare, dialogare con loro, provare a farseli amici. Essi sono sensibili non alle cerimonie ma alle testimonianze. L'empatia, il sapersi mettere nei loro panni: questa è la mia ricetta per comprenderli. E soprattutto, bando alle critiche, ai giudizi drastici e alla pretesa di volerli a tutti i costi simili a noi.