MISSIONI

Tijuana è in zona di frontiera: quasi tutti immigrati, centinaia e centinaia di culture

IL BAILAMME DI TIJUANA
di Giancarlo Manieri
Una città cresciuta a dismisura in poco tempo. Un'immensa baraccopoli su colline franose. Un calderone dove razze e culture si perdono. Una snervante attesa per passare il confine verso il paradiso economico statunitense. Con qualche morto, anzi di più. L'azione dei salesiani.

Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti!". Lo scriveva Porfirio Diaz, presidente/dittatore della nazione a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Se c'è una città dove l'impossibile è possibile è Tijuana. Tentare di descriverla è perdersi nei meandri della contraddizione. Cercare tradizioni a Tijuana tra immigrati di ogni etnia è come organizzare il vuoto. Ci sono Zapotechi, Chinantechi, Mixe, Tlapanechi, MIxtechi, Papagi, Uaqui, Totonachi. e chissà quanti altri. Né provengono solo dal Messico.
Una babele che ha preso il via da un gruppo di baracche sparse in un territorio quasi desertico, e ha assunto importanza prima come rifugio di gringo ubriaconi che al tempo del proibizionismo passavano la frontiera per scialare tra barili di whisky e belle donne in barba alla rigorosa legge della California, poi come stazione di passaggio di migliaia di spiantati, in attesa di trasloco.

TRE CITTÀ
Oggi a Tijuana si riconoscono tre diverse città. C'è la città dei turisti, con grandi alberghi e servizi ultramoderni; c'è poi la città storica, ormai ridotta a poca cosa, i cui abitanti probabilmente non sono nemmeno più discendenti dei primi coloni. E c'è, infine la città delle maquiladora, le industrie statunitensi di assemblaggio che sono disseminate in tutti i quasi duemila chilometri di confine, ma che qui vedono la maggiore concentrazione. Sono proprio le maquila che attirano fiumane inarrestabili di diseredati, in cerca lavoro, di disperati pronti a varcare il confine d'acciaio - che lambisce la città e penetra per qualche centinaio di metri nel mare - appena se ne presenti la minima occasione, anche illegale. Proprio un particolare di questa strana frontiera serve a far capire il clima che si respira a Tijuana, due milioni di abitanti o forse più - la città cresce si può dire ogni giorno - dispersi a perdita d'occhio su un immenso territorio collinare, abbarbicati con le loro baracche/trappola perfino sulle pareti scoscese di incredibili cañones. Razionalizzando lo spazio alla maniera di Hong Kong, potrebbe contenere tanta gente quanta ne ha Mexico City! Mi ci gioco la testa!

CALAMITÀ
La manodopera è a costo stracciato. Per questo le maquila sorgono come funghi, altrimenti se ne starebbero rintanate negli USA. I servizi sono quasi inesistenti: le strade dell'immensa bidonville, ad esempio, semplicemente non sono strade, tant'è che i tram si contano sulla punta delle dita: non potrebbero girare tra i vicoli assurdi e le pendenze impossibili dei cañones, e in strade con fosse che assomigliano più a forre, e fondi che sembrano letti di un fiume. In compenso circola un esercito di vecchissimi taxi, vetture decrepite scartate dagli americani, che s'infilano ovunque facendo venire i brividi a passeggeri e passanti. Del resto, attraverso alcuni chiassi non si passa nemmeno con la fantasia. Il paesaggio è allucinante. Vecchie e puzzolenti carcasse di macchine, regalo cariñoso degli USA, si estendono a coprire intere colline, nuovo tipo di erba, tipica dell'era del consumismo sfrenato. Il fetore rancido dell'olio bruciato e la puzza di benzina ti penetrano nelle viscere assieme alla polvere, incontrastata signora dei tempi di secca; il fango invece attanaglia senza pietà uomini, case e cose nei periodi di pioggia, quando voragini improvvise, spazzano via interi quartieri che gli argini, fatti con pneumatici vecchi riempiti di terra, non possono arginare.
L'inquinamento è semplicemente insopportabile: gli danno man forte le maquiladora, i cui scarti, ferro, vernici, prodotti chimici, vetro, filati, tessuti sintetici, oli combustibili, grassi, legno, cartoni, copertoni, e plastica, plastica, plastica, rischiano di cambiare la carta geografica della zona. Le condizioni degli operai sono quelle di cento anni fa: dieci/dodici ore di lavoro per cinque/sei dollari al giorno. Le organizzazioni mafiose che trafficano clandestini sono numerose come le mosche. E ci scappano morti ogni gionno nella invalicabile frontiera protetta da cannoni, da guardie/cecchini dotati fucili a guida laser, cani, camionette, reticolati, cavalli di frisia e corrente ad alta tensione.

SALESIANI A TIJUANA
In questo incredibile pullulare di contraddizioni i salesiani hanno inventato la loro presenza con il coraggio della fede o, secondo un vedere umano, dell'incoscienza. Hanno disseminato nel grande territorio otto oratori; tra i due più lontani corrono trenta chilometri! Oratori che chiamarli di frontiera è fargli un complimento. Il lavoro è immane, e i figli di don Bosco oltre che pensare all'anima, com'è loro dovere, pensano alle fogne, alle case, alla scuola, ai vestiti, alle mense, ai laboratori, al pronto soccorso, come carità cristiana comanda. Li coadiuvano gruppi di volontari che hanno accettato fino in fondo di giocare il gioco! Sono uomini da fargli il monumento! Ma per loro è tutto normale! E compiono un'impresa da titani: convincere la gente di considerarsi persone e non macchine da sfruttare, nati per vivere e non per abbruttirsi nel lavoro, destinate agli affetti, alla pacifica convivenza, alla comunione, e tutti, proprio tutti figli dello stesso Padre. Hanno accettato con l'audacia di Don Bosco questa impossibile sfida. Ciascuno di loro fa tanti mestieri, s'inventa direttore di anime, amico, medico, manovale, professore, architetto. Fa davvero meraviglia. Stare una giornata con loro è sperimentare il miracolo. Passano da un lavoro all'altro con una naturalezza sconcertante. E non si fermano mai. La sera rientrano tutti nella casa comune, e si raccontano le esperienze della giornata. E ne hanno sempre di nuove, sempre di diverse, sempre memorabili. Salesiani di frontiera.