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UNA PIAZZETTA SUL LAGO

di Marta Rossi

Paolo Mocchetti, un uomo di quelli che non si dimenticano facilmente. Ha meritato che gli fosse intitolata una piazza a Genzano di Roma, dove ha "lavorato" di più come animatore di giovani, fondatore dello scoutismo genzanese, uomo tutto dedito al servizio dei ragazzi.

Chi vuol godersi un angolo delizioso dei Colli Albani è sufficiente che si porti nella isolata piazzetta Paolo Mocchetti, a Genzano. E' un balconcino che si apre su uno dei laghetti più graziosi e famosi d'Italia, un chilometro e mezzo quadrato di incomparabile bellezza. La piazza è poco più che un fazzoletto. Delimitata a nord da un muro per un tratto conquistato dall'edera, e da una tettoietta che forma un'edicola; a sud il muretto è sovrastato dal verde di piante d'alloro e alti carrubi selvatici. Olmi, pini, castagni, querce vestono il panorama. La ringhiera, un po' malridotta in verità, è a Est: ti affacci e il lago, laggiù, è un occhio spalancato che ti fissa calmo e sembra invitarti a contemplare la verde maestà delle colline, interrotta, di fronte, dal dirupo di Nemi, e, nell'estrema destra, da Genzano: una visione che arriva dritta al cuore. Forse è per questa serenità romantica che, soprattutto all'imbrunire, il piccolo e un po' abbandonato belvedere ospita le effusioni di qualche coppietta, proprio sotto gli occhi della Madonnina Ausiliatrice che protetta dalla piccola tettoia e incorniciata da una finta nicchia, vigila sulle vicende del giorno, e non disdegna le firme degli innamorati sul muro che la ospita.

Piazza Mocchetti! "Carneade! Chi era costui?". Uno che ha lasciato il segno. Non solo sulla lapide che qui lo ricorda, ma soprattutto nel cuore dei suoi tanti exallievi, e nelle opere realizzate che continuano a prosperare.

UNA BIOGRAFIA SEMPLICE

Nato in un paesino della provincia di Perugia il 27 ottobre 1910 da una famiglia di agricoltori, Paolo Mocchetti è stato uno dei tanti coadiutori della famiglia salesiana, ovvero quei laici che hanno scelto di vivere a servizio del Signore, seguendo Don Bosco, senza divenire sacerdoti. Dopo i voti religiosi nel 1927, trascorse qualche anno tra Gualdo Tadino, Roma San Tarcisio e Lanuvio, con le mansioni di provveditore e assistente all'oratorio. Conseguito il diploma di agraria e l'abilitazione all'insegnamento dell'educazione fisica, venne trasferito a Genzano, dove rimase ininterrottamente per ventidue anni, fino al 1964. Un gran numero di exallievi lo ricordano per la dinamicità, la capacità di accoglienza, le doti di organizzatore soprattutto nel settore giovanile al quale, da buon salesiano, rivolgeva tutte le sue forze e le sue attenzioni.

Iniziò con l'organizzazione del piccolo clero che voleva ineccepibile nel servizio dell'altare, poi fu la volta della filodrammatica dei piccoli: bisognava vederli recitare i suoi ragazzetti: quanto sussiego, quanta serietà, e quanta allegria! Lui non li mollava mai: spronava, incoraggiava, raddrizzava, rimediava come un padre, solerte e attento a ogni necessità. Quindi inventò la "Cynthianum", la polisportiva per i giovanissimi, e si dedicò con passione e scrupolo alla preparazione atletica dei ragazzi, senza però mai dimenticare la loro anima! Gli affidarono anche il cinema, ed egli cominciò a curare con attenzione pedagogica la qualità delle pellicole, perché fossero formative: sapeva di essere un educatore non il gestore di una sala di divertimento.

GLI SCOUT ALL'ORATORIO

Ma il suo capolavoro, per il quale è ricordato e benedetto, è stata la travagliata fondazione dello scoutismo genzanese. C'era un gruppo di oratoriani infatuato di Baden Powell e del movimento da lui fondato. Leggevano i libri scout come fossero romanzi... e sognavano di sfilare in fazzolettone e uniforme per le vie di Genzano. Provarono a parlarne col direttore dell'oratorio. Il suo no suonava senza appello... E loro, che si consideravano ormai un po' scout, si ritrovavano al "belvedere", a contemplare malinconicamente il lago, sognando a occhi aperti guidoni, brevetti, distintivi, urli di squadriglia, e soprattutto qualche santo in paradiso che convincesse il direttore dell'oratorio. Il santo ce l'avevano a disposizione proprio lì. Il signor Paolo prese a cuore il loro desiderio, da vero figlio di Don Bosco cominciò ad amare quello che loro amavano e garantì per loro: li avrebbe seguiti, educati, in qualche modo diretti... E ottenne quanto chiedeva. Così gli scout fecero il loro ingresso all'oratorio salesiano. Correva l'anno 1946. Da grande lavoratore qual era, sudò tutta una notte per mettere in piedi la prima sede scout della città! il gruppo scout, oggi "Genzano 2", ha ancora quel locale che, manco a dirlo, è intitolato a Mocchetti, così come il "belvedere" che fu, si può dire, la prima sede "extra moenia!".

Alla "operazione scout" aggiunse un tocco di colore: invece del lupetto di legno infilato sull'alpestok, procurò un lupo vero, che fu la mascotte del gruppo per diversi anni. E fece di più: convinse il direttore dell'oratorio a fare l'A.E. dei suoi ragazzi. Lui ne divenne il nume tutelare, il garante, il provveditore, il cripto/capo che teneva saldamente le redini in mano e faceva in modo che tutto filasse liscio: pensava ai campi, alle divise, ai trasporti, al materiale... non faceva mancare niente. Ma compariva poco, perché non voleva scavalcare in nulla il direttore dell'oratorio.

IL SUO CARISMA

Il suo carisma, e il suo carattere persuasivo accompagnarono i cento scout, come tutti gli altri oratoriani fino a quando nel 1964 fu spostato a Frascati, come insegnante di educazione fisica. Qui divenne famoso per gli addobbi in occasione delle feste parrocchiali. Ma si rivelò anche un ottimo propagandista, impegnandosi con eccellenti risultati nella diffusione della buona stampa. Così divenne anche un tifoso del "Bollettino Salesiano" che offriva a tutti, decantandone i pregi! Insomma ogni tanto il signor Paolo metteva in mostra una dote in più... Chissà quante ancora ne aveva in serbo! Sempre a Frascati, istituì il club degli "Amici Missioni Don Bosco" con lo slogan Aggiungi un posto a tavola. Mensilmente, in una tabella esposta in Chiesa, rendeva conto delle offerte ricevute e del loro inoltro. La sensibilità verso le missioni lo accompagnò fino alla fine quando, entrando nell'ospedale dove sarebbe morto, diceva al direttore che lo assisteva: "per il mio funerale non voglio fiori, i soldi risparmiati mandateli alle missioni".