SISTEMA PREVENTIVO
Iniziamo una serie di articoli dedicati al Sistema Preventivo, che guadagna sempre più credito presso ogni genere di istituzione educativa. Del resto questo 2002 potremmo definirlo anno salesiano: esso vedrà, infatti, la beatificazione di altri membri della Famiglia Salesiana, la celebrazione del XXV Capitolo Generale SDB, e quella del XXI Capitolo Generale FMA.
di
Francesco Casella
Il Sistema Preventivo è il fiore all'occhiello della pedagogia salesiana, oggi sistematizzato, studiato, analizzato, schedato, e soprattutto, sempre più diffuso. Don Bosco ci ha creduto fino in fondo, non tanto alla sua stesura teorica, quanto alla sua applicazione pratica.
La proposta educativa di Don Bosco, ben prima dello scritto Il sistema preventivo nella educazione della gioventù (1877), si era sviluppata nei decenni precedenti, con le sue caratteristiche assistenziali, pedagogiche e sociali, attraverso la sua riflessione e la prassi educativa con i giovani.
I primi incontri con i giovani a Torino, l'Oratorio, l'ospizio, le sue attività di pubblicista, i regolamenti per interni ed esterni, i cenni storici relativi ai primi oratori e alla congregazione, le biografie giovanili (Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, Valentino), le direttive date ai direttori di opere costituiscono nell'insieme tappe progressive della sua riflessione pedagogica. È significativo ciò che Don Bosco scrive nel 1862 in Cenni storici intorno all'Oratorio di S. Francesco di Sales:
«Per conoscere i risultati ottenuti da queste scuole, dagli Oratori e dalla casa detta Oratorio S. Francesco di Sales bisogna dividere in tre classi gli allievi: discoli, dissipati, e buoni. I buoni si conservano e progrediscono nel bene in modo meraviglioso. I dissipati, cioè quelli già abituati a girovagare, poco a lavorare, si riducono anche a buona riuscita coll'arte, coll'assistenza, coll'istruzione e coll'occupazione. I discoli poi danno molto da fare; se si può ad essi far rendere un po' di gusto al lavoro, per lo più sono guadagnati. Coi mezzi accennati si poterono ottenere alcuni risultati che si possono esprimere così: 1° che non diventano peggiori; 2° molti si riducono a far senno, quindi a guadagnarsi il pane onestamente; 3° quelli stessi che sotto la vigilanza parevano insensibili, col tempo si fanno, se non in tutto almeno in qualche parte, più arrendevoli».
Man mano
che l'azione educativa di Don Bosco si ampliava, cresceva per lui la necessità
di adeguamento, di regolamentazione, di animazione. La fondazione della
Congregazione Salesiana portò i primi religiosi, educati e plasmati da Don
Bosco, ad essere dei coprotagonisti nell'azione educativa e assistenziale
attraverso la condivisione della vita e del lavoro, dell'ascolto e della
consultazione. Il coinvolgimento di azione e riflessione crebbe con il
dilatarsi del numero dei collaboratori, delle istituzioni e con il conseguente
moltiplicarsi degli incontri, dei dibattiti e delle deliberazioni nelle
assemblee decisionali o consultive. Da tutto ciò deriva che la progressiva
elaborazione di esperienze e di formule riflesse è insieme personale e
istituzionale, individuale e comunitaria. Ed è proprio in questa tradizione
"storico-vitale" che possono trovare posto scritti non redatti
immediatamente da Don Bosco, ma da lui voluti o ispirati in unità con
un'esperienza comune, come per esempio la lettera del 10 maggio 1884.
...TANTE
APPLICAZIONI
È importante rilevare, poi, che l'intento pedagogico di Don Bosco si è tradotto in molteplici applicazioni che hanno richiesto metodologie diverse corrispondenti alla varietà delle iniziative: oratorio, associazione, cultura popolare, ospizio, seminario ecclesiastico, collegio, comunità dei religiosi educatori. A fondamento di tutta questa realtà vi è una costante attenzione alla dimensione assistenziale, sociale, "politica", che già presente nei primi trent'anni di attività di Don Bosco, si fa notevolmente insistente sia negli scritti che nelle parole negli anni 70 e 80 dell'Ottocento, e in particolare con la nascita nel 1877 del Bollettino Salesiano. Nel 1883 diceva ai cooperatori di Torino:
«Lavorate intorno alla buona educazione della gioventù, di quella specialmente più povera e abbandonata, che è in maggior numero, e voi riuscirete agevolmente a dare gloria a Dio, a procurare il bene della Religione, a salvare molte anime e a cooperare efficacemente alla riforma, al benessere della civile società; imperocché la ragione, la Religione, la storia, l'esperienza dimostrano che la società religiosa e civile sarà buona o cattiva, secondo che buona o cattiva è la gioventù».
Fin dall'inizio l'opera di Don Bosco è conosciuta e apprezzata da quanti sono sensibili all'assistenza dei giovani poveri e abbandonati e non solo in Italia, ma anche in Europa e in America. (continua)